14 febbraio 2019

Le parole della neopolitica - Mangiatoia

C’è una variante grillina della salviniana «la pacchia è finita»: è il tormentone «la mangiatoia è finita». Il suo carattere di tormentone non è sfuggito a Maurizio Crozza (o, forse, è stato attribuito all’espressione proprio da Crozza), che nell’ottobre del 2016 ha messo sarcasticamente in bocca all’esponente grillino Alessandro Di Battista queste frasi: «la mangiatoia è finita. Per ora, siamo in grado di cacciare gli assessori che non sono capaci. Un assessore capace non siamo capaci a trovarlo. Questo, voi non lo scrivete».

 

Le antenne della satira

 

Guardo sempre con interesse alle parodie inserite nelle trasmissioni di satira, perché gli autori di questo genere televisivo hanno quasi sempre antenne molto sensibili per percepire, già al loro primo apparire, le caratteristiche e le novità del lessico dei nostri politici.

Cercando di ricostruire la storia recente dell’uso politico dell’espressione «è finita la mangiatoia», ne registriamo l’uso, poche settimane prima dell’imitazione crozziana, in Luigi Di Maio che, da quel che ricaviamo dal «Corriere della sera» del 23 settembre 2016, a proposito del rifiuto della giunta romana di presentare la candidatura della città come sede delle Olimpiadi, ha dichiarato: «La mangiatoia è finita. Daje Virgì».

Un successivo utilizzatore dell’espressione è stato Danilo Toninelli, che nell’estate del 2018 ha attaccato il Presidente del Parlamento Europeo, AntonioTajani, che aveva parlato a favore del completamento della linea ad alta velocità Lione-Torino, con queste parole: «Si metta l'anima in pace, la mangiatoia è finita» («Repubblica», 9 agosto 2018). E il «Corriere della sera» il giorno dopo completa la notizia rivelando che «il termine “mangiatoia” fa infuriare il sottosegretario leghista Armando Siri: “I soldi pubblici non si devono sprecare, ma le grandi opere si possono fare e si debbano (sic) fare pretendendo che non ci siano sprechi. Fare la grande opera non significa alimentare una mangiatoia”».

 

La parentela con pacchia

 

Ma quando è comunicativamente utile, gli esponenti leghisti non disdegnano l’uso della parola, a cominciare dal loro stesso leader, Matteo Salvini, di cui possiamo citare il commento pronunciato contro Gino Strada il 21 gennaio 2019: «Gino Strada mi definisce oggi disumano, gretto, ignorante, fascistello, criminale. Solo??? Evidentemente la fine della mangiatoia dell'immigrazione clandestina li sta facendo impazzire». E la stretta parentela pacchia e mangiatoia è evidente in una dichiarazione del 7 novembre 2018: «La pacchia è finita. Chi vedeva l'immigrazione come una mangiatoia da oggi è a dieta».

Va sottolineato un aspetto. L’uso di mangiatoia nel senso di ‘ufficio o carica che dà modo di ricavare guadagni abbondanti e per lo più illeciti’ non è una novità: è già registrato, per esempio, nel Vocabolario Treccani, che segnala come sinonimi, appartenenti alla stessa famiglia lessicale, mangeria e mangiatoria; in un editoriale apparso nel «Corriere della sera» del 30 marzo 2005, Giovanni Sartori aveva scritto: «Se poi si va a vedere chi sostiene la nuova Carta sui media si scopre che è tutta gente del Palazzo o che aspira alla mangiatoia del Palazzo».

 

Chi viene prima?

 

Il percorso, almeno quello iniziale, diventa, allora, chiaro: la metafora politica di mangiatoia, per indicare il costume di trarre denaro illecito da appalti pubblici, ha una vita che dura almeno da qualche decennio. Il Movimento Cinque Stelle, forse per bocca del suo attuale leder Luigi Di Maio, l’ha fatta propria durante la scorsa legislatura, trovando presto un’eco nella parodia di Maurizio Crozza, che ha fatto da cassa di risonanza all’uso grillino. L’espressione è diventata, così, un tormentone che caratterizza gli esponenti del Movimento Cinque Stelle; ma recentemente se ne è impadronito anche Matteo Salvini. Ma a questo punto sorge un sospetto: la sua «la pacchia è finita» potrebbe essere stata introdotta proprio sul modello di «la mangiatoia è finita», con l’obiettivo, riuscito, di togliere il palcoscenico all’espressione tipica degli alleati, ma anche competitori, Cinquestelle.

Insomma, la parentela tra il tormentone salviniano e quello pentastellato c’è; ma forse il rapporto di dipendenza è l’opposto di quello che saremmo portati a ipotizzare, tenendo conto della diffusione delle due locuzioni negli ultimi mesi: in realtà, viene prima la fine della mangiatoia; l’area politica di nascita è quella dei Cinquestelle; la pacchia leghista, che ha attirato su di sé i riflettori dei mezzi di comunicazione di massa, relegando in secondo piano la mangiatoia, si è infiltrata in un momento successivo.

 

Le parole (o locuzioni) già trattate: menevadismo, contratto di governo, manina, palle, sovranismo, cambiamento, pacchia

 

Immagine: Interno della Camera dei deputati a Palazzo Montecitorio, Roma

 

Crediti immagine: https://www.flickr.com/photos/mauriziolupi/ [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 


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