16 luglio 2017

Angoscia, affanno

di Luigi Romani

"Profonda notte / Nella confusa mente / Il pensier grave oscura; / Alla speme, al desio, l'arido spirto / Lena mancar si sente: / Così d'affanno e di temenza è sciolto, / E l'età vote e lente / Senza tedio consuma": con questi accenti canta il coro di morti che Leopardi pone ad apertura del Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie.

L'affanno da cui le mummie leopardiane si sono per sempre affrancate è un provenzalismo largamente diffuso nella lingua poetica delle origini, sia nel significato proprio di "difficoltà di respiro" - è l'affanno provato da Dante nell'ascesa alla montagna del Purgatorio e al quale Virgilio pone un certo termine: "Questa montagna è tale, / che sempre al cominciar di sotto è grave; / e quant'om più va sù, e men fa male. / Però, quand'ella ti parrà soave [...] / allor sarai al fin d'esto sentiero; / quivi di riposar l'affanno aspetta" - , sia in quello figurato di "pena, afflizione, dolore" - sentimenti ai quali l'uomo si è colpevolmente votato, come spiega Matelda a Dante sulle rive del Lete: "Lo sommo Ben, che solo esso a sé piace, / fé l'uom buono e a bene, e questo loco / diede per arr'a lui d'etterna pace. Per sua difalta qui dimorò poco; / per sua difalta in pianto e in affanno / cambiò onesto riso e dolce gioco". Entrambe le accezioni ora illustrate si ritrovano anche in angoscia che, come angustia, suo allotropo di tradizione colta, deriva dal sostantivo latino angustia, forma singolare attestata largamente nel latino ecclesiastico, ma raramente in quello classico, nel quale è di gran lunga prevalente l'uso del plurale - angustiae - in tutti i significati documentati dal Thesaurus linguae latinae, sia propri - angustiae "luoghi o passi stretti": "ante stabulum nullae angustiae sint, sed aut campus aut via late patens" (Columella) - sia figurati - angustiae "ristrettezze, difficoltà": "qui hunc in summas angustias adductum putaret" (Cicerone).

Certamente chi si trova in uno "stato tormentoso di ansietà e di sofferenza intensa che affligge l'animo per una situazione reale o immaginaria, accompagnato spesso da disturbi fisici e psichici di varia natura" non può fare a meno di angosciarsi o di trangosciare, secondo un uso antico e letterario già documentato in Iacopone che, nella lauda Amor de Caritate, perché m'ài ssì feruto?, si esprime in questi termini: "L'Amor m'à preso, non saccio o' e' me sia, / que e' faccia o dica non pòzzo sentire./ Como smarrito sì vo per la via, / spesso trangoscio per forte languire. / Non sò co' suffirire pòzza plu tal tormento, /lo qual con pascemento da me fura lo core"


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