02 aprile 2020

Tradurre per la vita

La cura delle parole

 

Spoiler. Questo non è un post acchiappalike. O almeno, non è stato scritto con questo scopo. L’attuale situazione ha prodotto una superfetazione di commenti – più o meno approfonditi, più o meno fortunati – su COVID-19 e linguaggio: su quali termini usare, su quali espressioni evitare, su quali manipolazioni interrogarsi. Ed è normale e giusto che sia così, perché c’è un gran bisogno di una informazione corretta, di una comunicazione efficace, di una generale presa di coscienza su quanto le parole siano importanti, su quanto sia utile rifletterci. Questa settimana però mi occupo di qualcosa che, ai più, potrà sembrare marginale: perché non di lessico si tratta, né strettamente di lingua italiana. E che tuttavia marginale non è: perché mi occupo di scelte linguistiche che possono salvare vite umane. Letteralmente salvarle, intendo.

 

Prima immagine. Il muro del quartiere

 

Comincio da tre immagini.

La prima è del 26 febbraio. Ed è di un muro del quartiere milanese di San Siro. Una ragazza vi sta affiggendo due manifesti: uno in cinese e uno in arabo. Fa parte, la ragazza, del Comitato «Abitanti di San Siro», che ha deciso di tradurre in sette lingue (albanese, arabo, cinese, francese, inglese, românesc, somali, spagnolo) i consigli diffusi due giorni prima dal Ministero della Salute su come affrontare il Coronavirus, che in Lombardia sta già dilagando. Tradurre perché, per chi? Nel solo Comune di Milano gli stranieri residenti sono duecentosettantamila (dati ISTAT 2019), molti dei quali abitano proprio a San Siro. Ed è a loro che pensano quelli del Comitato: a come dar accesso alle informazioni di base a quante più persone possibili. E così, insieme a «Naga» Onlus – un’associazione di quattrocento persone che dagli anni Ottanta fornisce assistenza sanitaria, sociale e legale ai cittadini rom e agli stranieri – gli «Abitanti di San Siro» stampano le traduzioni e le affiggono a tappeto sui muri del quartiere, negli androni dei palazzi.

A quelle prime sette lingue si aggiungono di giorno in giorno l’aramaico, il cingalese, il bengali, il portogherse, il punjabi, il rumeno, il russo, il serbo, il tigrino e l’urdu. E a questa iniziativa se ne aggiungono altre, in altri quartieri di Milano. «Occupati del tuo quartiere, diffondi cura e solidarietà» e «Non facciamo cose speciali, guardiamo le cose in modo diverso» sono gli slogan del Comitato «Amici di San Siro» e del «Naga»: potrebbero funzionare benissimo entrambi come didascalia di questa prima immagine.

 

Seconda immagine. Videoselfie in varie lingue

 

Seconda immagine: inizio di marzo, o giù di lì. Un’operatrice di una struttura di accoglienza, nel Bolognese, cerca di spiegare a un richiedente asilo che cosa sta succedendo, e che cosa bisognerebbe fare. In quale lingua glielo spiego?, pensa l’operatrice: meglio in italiano, in inglese, o in pidgin nigeriano (che però mastico soltanto)? Già, come fare per aiutare le tante persone che vivono nei centri d’accoglienza, o quelle – ancora più numerose – che nei centri non ci sono più, non ci possono andare?

Proprio per tentare di rispondere a domande come queste, e per rispondere alla confusione e alla disinformazione di cui sono vittime, per primi, gli ‘stranieri’ o i cittadini non italofoni, una rete di associazioni lancia le campagne #nonseisolo e #stopcovid19, con l’obiettivo di realizzare progetti multimediali per spiegare il virus e le misure da adottare per contrastarne la diffusione e gli effetti: dal rispetto delle norme igieniche alle limitazioni sugli spostamenti allo stress da isolamento. Tra le realtà promotrici, la cooperativa sociale Arca di Noè di Bologna, che chiede ai propri mediatori linguistici e culturali di produrre – per richiedenti asilo e rifugiati – videoselfie in varie lingue, dal bengali al bambarà, dal somalo al curdo; l’associazione Il Grande Colibrì - che a Bologna, Lecco, Piacenza e Torino si occupa dei diritti delle persone LGBTI+ e delle minoranze ‘etniche’ e religiose – che realizza video in trentaquattro lingue, dall’italiano semplificato all’albanese, dall’arabo all’urdu, dal pidgin nigeriano al wolof; l’associazione Cambalache di Alessandria, che ha attivato un numero WhatsApp per offrire informazioni in lingue diverse; l’associazione Camera a Sud di Lecce, che ha realizzato pillole multilingui sulle raccomandazioni del Ministero della Salute, e aperto un servizio telefonico insieme alle Asl di Taranto, Brindisi e Lecce. In un mese la rete ha prodotto settantadue video e centoquattro guide in quarantesei lingue diverse. E se la mia immagine era solo verosimile, questi numeri sono reali, e parlano da soli.

 

Terza immagine. Una rete di recinzione

 

Tutt’altra la rete che si vede nella terza immagine, per come la si vede sui social media. Perché qui la rete è una rete di recinzione: la recinzione del campo ‘profughi’ di Moria, sull’isola greca di Lesbo. Alcune persone vi stanno attaccando dei cartelli. Siamo intorno al 25 marzo. A Moria manca quasi tutto: un campo progettato per accogliere tremila persone oggi ne accoglie, si fa per dire, circa ventimila: tra i rifiuti, senza servizi igienici o acqua o assistenza sanitaria. «È una corsa contro il tempo – scrivono sulla loro pagina Facebook i volontari dell’associazione «Stand by Me Lesvos» – se il virus si diffondesse nel campo sarebbe una strage». E quindi? E quindi si usano tutti i mezzi possibili, per evitare che ciò avvenga: «sull’isola ci sono solo sei posti letto in terapia intensiva, destinati ai greci – raccontano – la prevenzione è fondamentale». Ma la prevenzione ha bisogno di comunicazione: multilingue, perché nel campo pochissimi masticano il greco. E così in una manciata di ore, la settimana scorsa, «siamo riusciti a scrivere e stampare cartelli in quattro lingue: farsi, arabo, inglese e francese, e a diffondere un po’ di informazioni con un megafono.

Tradurre ovvero «portare oltre»: oltre quella rete di recizione, oltre l’abbandono e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto garantire sicurezza e assistenza. Mai etimologia fu più trasparente.

 

Barriere fisiche e barriere linguistiche, dal Sud al Nordamerica

 

Barriere fisiche e barriere linguistiche: una combinazine letale, non solo a Moria. Coronavirus and Language Barriers: How to React in a Health Crisis è il titolo di un post pubblicato sul blog dell’agenzia di traduzioni Transpanish già il 27 febbraio, prima che il virus deflagrasse nell’emisfero occidentale. Un post che mette già in guardia traduttori e interpreti sulla necessità di avere uno sguardo lungo, rispetto all’epidemia e alla sua prevenzione, anche in termini linguistici:

 

The global village in which we live has innumerable benefits, making the world smaller and more connected than ever. However, periods of crisis like the recent coronavirus outbreak highlight our vulnerabilities in this system and draw attention to linguistic misunderstandings that can lead to devastating results… For example, it’s all well and good to issue an official warning and advice in a country in its principal language, but if not everyone understands the language, it exposes everyone to possible dangers due to lack of information, lack of awareness or pure misinformation through social media.

 

D’altronde già sappiamo – continua l’autore del post – che quanto più varia è la composizione linguistica di una popolazione, o le differenze tra chi ha accesso ai media e chi no, chi può leggere e chi no, chi semplicemente è maggioranza, anche sul piano dei diritti, e chi no, tanto più dovremo affrontare dei gravi squilibri anche sul piano linguistico. Come già succede in molti paesi dell’America del Sud, dove scarse sono le risorse per efficaci servizi di traduzione dallo spagnolo alle lingue amerindie. O come succede negli Stati Uniti, dove le comunità non anglofone sanno che le informazioni sanitarie a loro disposizione di solito sono molto ridotte, quando non molto imprecise.

E infatti negli Stati Uniti un allarme viene suonato il 22 marzo, dalle colonne del quotidiano «The Hill», da venticinque anni molto letto – e molto influente – nelle stanze dei bottoni. «Language barriers hamper coronavirus response», titola non a caso il giornale di Washington D.C., spiegando che il Center for Disease Control and Prevention (CDC) «has Spanish and Simplified Chinese translations for its main COVID-19 website, but without all the resources that are available on the English-language site­», e che «public service announcements produced by the federal government that come out in English sometimes aren’t followed by a Spanish translation until the following day». Una inspiegabile leggerezza da parte del governo federale, quella di far tardare le traduzioni in spagnolo. E si tratta appunto dello spagnolo, la seconda lingua più parlata del Paese. Che dire poi dei milioni di statunitensi con una limitata conoscienza dell’inglese, inclusi sei milioni di Asian-Americans che parlano mandarino, coreano, vietnamita, tagalog, ecc. o i centomila nativi delle isole del pacifico, o le decine di migliaia di persone di madre lingua creolo-haitiano: una lingua comunemente usata per le insegne dei negozi in Florida ma totalmente ignorata nella comunicazione sul COVID-19? In mancanza di un deciso intervento federale – chiosa l’articolo – ogni stato ha fatto ciò che poteva: la California, ad esempio, sul suo sito ufficiale ha inserito un’opzione per la traduzione automatica dall’inglese allo spagnolo (peccato però che si tratti della traduzione fornita da Google Translate, sulla cui accuratezza ci sarebbe molto da dire...), mentre lo Stato di New York – uno dei focolai del virus negli Stati Uniti – ha tardivamente deciso di destinare risorse adeguate per produrre materiali informativi in 23 lingue. In questo caso meglio tardi che mai, certo. Ma vista la rapidità con cui si è espanso il contagio – e lo si sapeva – vale come consolazione?

 

In Inghilterra e in Germania

 

L’America, si dirà: con le sue ineguaglianze e le sue differenze (anche tra uno stato e l’altro, in termini di policy linguistiche). Eppure la preoccupazione di non poter raggiungere molta parte della popolazione per aver trascurato un aspetto così fondamentale come quello dell’accesso a una informazione multilingue viene espresso anche da David Jamieson, capo della polizia delle West Midlands, in Gran Bretagna. Lo riferisce Nazia Parveen, cronista del «Guardian», sull’edizione online del 30 marzo:

 

Some people in the UK are still not getting the message about the severity of the coronavirus pandemic and the government needs to be more inventive with its information campaign, a police chief has said. David Jamieson, the police and crime commissioner for the West Midlands, said certain demographics in the country were struggling to access important information due to language barriers.

 

Risultato? Ci sono molte famiglie in cui l’inglese non è parlato che faticano a ricevere informazioni adeguate, anche perché non leggono i quotidiani nazionali e la stampa locale è spesso imprecisa. «Il governo dovrebbe decisamente fare di più», conclude Jamieson «e rivolgersi a tutte le fasce della popolazione. Ora, prima che sia troppo tardi».

Di governo inandempiente si parla anche in Germania, dove pure l’epidemia sembra essere sotto controllo, almeno più che in altri paesi. Nel suo video Coronavirus: Risiken Durch, Ignoranz in Punkto, Aufklärung in Gebärdensprake, l’attivista Lena Finkbeiner non le manda a dire: sul fronte della lingua dei segni tedesca il governo federale si è mosso sempre poco, pochissimo. E anche ora – di fronte a un’emergenza di tale portata – non sembra non voler far molto di più. «Ernshaft Deutschland?!» («Davvero, Germania?!»), si chiede in lingua dei segni Finkbeiner, sorpresa del fatto che così poca attenzione sia stata riservata agli ottantatremila membri della  Deutsche Gehörlosen-Bund (letteralmente «Associazione tedesca dei sordi»).

Non è la sola a indignarsi. «Che deve fare un audioleso? Morire di Coronavirus come risultato della negligenza del governo federale?», si chiede infatti Corinna Brenner, interprete della lingua dei segni. E perché – si domandano in molti – le conferenze stampa dei primi ministri italiano e finlandese, perfino di Donald Trump, sono tradotte in lingua dei segni, mentre qui non succede? Dove sono gli interpreti promessi nelle strutture sanitarie? Perché – ha chiesto il 12 marzo durante il question time parlamentare la deputata dei Grüner Corinna Rüffer – le persone con disabilità sono sempre le ultime a sapere, le prime a pagare le conseguenze?

Già, perché?

 

«Translators without borders» e l’infodemia

 

Il discorso non è solo squisitamente traduttivo, mi avverte Stella Paris, Head of Language Services di «Translators without borders». Premessa. Sono venuto a conoscenza di «Translators without borders» circa tre anni fa: quando l’ONG partecipò a un progetto di ricerca condotto dalla mia università, l’Università di Reading, intitolato ProLanguage – The protective role of languages in global migration and mobility. Cercavamo di capire, allora, se e come avremmo potuto costruire una rete di operatori e insegnanti di lingue nei «campi profughi» e nei centri di prima accoglienza in Grecia, Libano e Italia. Tra le altre cose, personalmente imparai – grazie ad Aimee Ansari, Executive Director di «Translators without borders» – che senza un lavoro accurato e professionale di traduzione gran parte della comunicazione in contesti così complessi può essere inefficace, se non controproducente. «Per poter curare una malattia – continua Stella, che ho intervistato per email – ci sono diversi step da compiere: osservare i sintomi, confermare la diagnosi, individuarne le cause, scegliere e adottare il trattamento giusto. E ogni passaggio richiede un adeguato lavoro di informazione. Il punto è che – come ha sostenuto già a metà febbraio il Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità Tedros Adhanom Ghebreyesus «We’re not just fighting an epidemic: we’re fighting an infodemic». Nel caso del Coronavirus, infatti, la prima epidemia da combattere è proprio sul piano dell’informazione: è l’infodemia («la diffusione di una quantità di informazioni enorme, provenienti da fonti diverse e dal fondamento spesso non verificabile» secondo la chiara definizione fornita da Nicola Grandi e Alex Piovan nel loro approfondito studio) che si è generata settimana dopo settimana: figlia della paura e dell’ignoranza, quando non del dolo, capace di riprodursi e diffondersi per contatto tra corpi predisposti a riceverla – proprio come un virus – perché avidi di informazione, e causa di disinformazione e quindi di comportamenti che non fanno che peggiorare le cose. «Ecco sì, la prima sfida per noi di «Translators Without Borders» è proprio quella di produrre informazione il più possibile accurata e basata sui fatti. Come facciamo? Prima dobbiamo distinguere le buone dalle cattive informazioni (nel caso di emergenze sanitarie, ad esempio, misure preventive farlocche o cure non testate e basate su dicerie, come quella alla clorochina che tanti danni ha fatto in Nigeria), scartando le seconde e – in collaborazione con le grandi agenzie come OMS, la Croce Rossa Internazionale, la BBC Media Action – concentrandoci sulle prime. Poi possiamo passare alla traduzione. Ma per far questo ci servono mappe linguistiche aggiornate, su quali sono le lingue parlate, e dove, e allo stesso tempo un monitoraggio costante dei social media, non tanto in inglese quanto in tutte le lingue su cui vogliamo operare: perché solo così ci possiamo rendere conto di ciò che già c’è, e di ciò che manca. Nel caso del COVID-19 la difficoltà sta nel fatto che di solito ci occupiamo di un’area o di una popolazione specifica (fu così ad esempio per l’ebola), scegliendo quindi prioritariamente alcune lingue rispetto ad altre. Ma qui siamo in presenza di una pandemia, e l’intervento deve essere globale. Possiamo contare però su una comunità di trentamila traduttori e linguisti sparsi per il mondo, e possiamo tradurre rapidamente messaggi e avvisi in moltissime lingue, oltre che aggiornare un dizionario medico-epidemiologico open source a disposizione degli operatori sanitari».

 

Per chi si traduce e in quali contesti

 

Sembra semplice, ma non lo è affatto. Perché non basta tradurre. Bisogna prima capire per chi si traduce, in quali contesti. «Vuoi un esempio di una sottovalutazione – mi chiede Stella – un esempio di come la disinformazione unita a una conoscenza linguistica e culturale incompleta possa generare un clima di paura, e quindi rendere un intervento sanitario inefficace?». Mi racconta così di una ricerca del 2019 svolta nei campi profughi rohingya della città di Cox’s Bazar, in Bangladesh. I rohingya parlano una lingua molto simile al locale idioma della regione di Chittagong. Ma, per ragioni storiche, mentre l’idioma locale si serve di termini medici precisi presi a prestito dal bengali e dall’inglese, la popolazione rohingya si serve di eufemismi per le parti del corpo e le funzioni corporali. E questo ha generato non pochi fraintendimenti tra gli gli operatori sanitari del campo e i rohingya. Ciò che infatti questi ultimi – ad esempio – descrivevano con «gaa lamani», che nell’idioma locale potrebbe essere tradotto come «il corpo cade giù», significava invece per i rohingya «diarrea»: un disturbo che nei campi profughi può essere letale, se non trattato in tempo. Proprio per incomprensioni di questo tipo, culturali prima ancora che linguistiche, secondo la ricerca, il 29% dei rifugiati rohingya pensava di non essere compreso quando si rivolgeva agli operatori sanitari, e questo generava un aveva generato sfiducia, mancanza di collaborazione, e quindi reso la vita di tutti più complicata. E non importa se c’era del personale che tentava di fare da intermediario: se non adeguatamente formato su problematiche interculturali, e su buone pratiche di interpretariato, poteva fare ben poco (un punto, questo, ben dimostrato tra gli altri anche dall’eccellente progetto The Listening Zones of NGOs: Languages and cultural knowledge in development programmes condotto a Reading da Hilary Footitt e Wine Tesseur).

 

Lavorare sulle lingue delle popolazioni migranti

 

«Capisci perché anche in Europa – aggiunge Stella – occorrerebbe lavorare non solo sulle lingue ufficiali, ma anche su quelle delle popolazioni migranti», che già sono anche le più vulnerabili sul piano materiale e dei diritti: non parliamo sul piano dell’informazione. Molto si sta facendo, certo, e per fortuna: in Italia e in Francia, ad esempio, dove centinaia di volontari hanno costruito reti per tradurre informazioni di base per i migranti. Ma occorrono anche competenze mediche specifiche, occorre un sistema di vaglia e valutazione dell’informazione, per verificare che le traduzioni siano accurate. Noi «Translators Without Borders» ci proviamo, a fare la nostra parte: abbiamo un meccanismo di doppia validazione dei testi che produciamo. Ma dove non arriviamo noi, che succede?»

 

Già, che succede? C’interessa chiedercelo, prima ancora che saperlo?

 

 

La cura delle parole di Federico Faloppa

1. A proposito del gregge

2. Sul «nemico invisibile» e altre metafore di guerra

 

Immagine: Controlli presso un aeroporto al fine di prevenire la diffusione dell'epidemia

 

Crediti immagine: Ptrump16

 

 


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