18 aprile 2020

Un mondo di slogan

La cura delle parole

 

All’indomani della conferenza stampa di Giuseppe Conte del 10 aprile, quella della proroga del lockdown al 3 maggio, della squadra di esperti per la ripartenza, della stoccata in diretta (Facebook) a Giorgia Meloni e Matteo Salvini, come tanti mi sono azzardato a commentare che l’efficacia comunicativa del messaggio del Presidente del Consiglio era data più dal pathos che dai contenuti, spesso solo abbozzati, lasciati nel vago, sostenuti da formule più che da ragionamenti. Formule come «dobbiamo compiere questo ulteriore sforzo. Dobbiamo continuare a rispettare le regole anche in questi giorni di festa. Dobbiamo continuare a mantenere le distanze sociali» o come quel «dovremo essere pronti» («C'è il rischio dei contagi di ritorno, immaginate cosa vuol dire riattivare il turismo con persone che arrivano dall'estero. Dovremo essere pronti»), tanto più funzionale quanto più riducibile a slogan: uno slogan che anticipi e introduca la tanto agognata «fase due».

 

Molti dettagli non servono: prendere o lasciare. Potenza della formula: potenza dello slogan, appunto. Fin dall’inizio della diffusione del virus, gli slogan hanno assunto un ruolo evidente e preminente nella comunicazione, non solo politica, non solo istituzionale. Penso ancora a frasi ad effetto, non nate come slogan ma destinati ad esserlo («Quando tutto sarà finito ci sarà una nuova primavera, presto raccoglieremo i frutti di questi sacrifici»), ma penso soprattutto ai tanti slogan creati invece per comunicare un concetto in modo chiaro e sintetico. Si pensi a quello «stiamo a casa» (o alle sue tante varianti: «noi stiamo a casa», «state in casa», «io sto in casa», ecc.) o a quell’«andrà tutto bene» splendidamente analizzati da Daniela Pietrini nella sua rubrica settimanale su questo portale. O ai tanti altri esempi – non solo in italiano – che ci possono venire in mente. Siamo (stati) inondati da slogan. E non è un caso che col passare delle settimane insieme agli slogan sia aumentata anche una certa insofferenza nei loro confronti, chiaramente espressa – in maniera retoricamente molto funzionale – per criticare non tanto gli slogan stessi quanto, metadiscorsivamente, le strategie o le posizioni politiche ad essi sottese. Basta fare una rapida ricerca su Google per trovare espressioni e schemi ricorrenti («Basta slogan», «basta slogan e annunci», «basta slogan e approssimazione», «basta slogan e apparizioni da talk show», «basta slogan, si passi ai fatti»; «niente slogan ma interventi concreti», «niente slogan, propaganda o polemiche sterili»; «no slogan e bandiere per il consenso»; «fatti, non slogan»; «più test meno slogan», secondo il pattern «più X meno slogan» o «meno slogan più X»).

 

Mi sono occupato della storia della parola slogan nella puntata dell’11 agosto scorso del programma radiofonico Parole parole, che nel 2019 ho scritto e condotto con Daniel Bilenko per la prima rete della Radio della Svizzera Italiana (RSI). Derivato dallo scozzese (slogorne o sloghorne), voce a sua volta derivata dal gaelico sluaghghairm «grido di guerra», composto di sluagh «esercito» e gairm «grido», il termine è entrato in italiano – attraverso l’inglese – solo all’inizio del ventesimo secolo. Prima, come ricorda l’autore della voce Slogan nell’Enciclopedia dell’Italiano Treccani Andrea Viviani, in italiano si usavano sentenza e motto per esprimere lo stesso concetto, ovvero «formula sintetica, espressiva e facile da ricordarsi, usata a fini pubblicitari o di propaganda». A differenza di sentenze e motti tuttavia – puntualizza Viviani – lo slogan «non basa la propria efficacia sulla ricercatezza lessicale o sul tono perentorio e lapidario della sintesi», come le sentenze: il suo «essere formula» fa perno soprattutto su processi di eufonia e la sua efficacia su «espedienti presi in prestito dalla poesia» – come allitterazione e ritmo – che ne faciliterebbero la pronta memorizzazione e il riuso. Non a caso, conclude Viviani, gli slogan più riusciti sono quelli che presentano «strutture ritmico-musicali tanto orecchiabili da offrirsi al reimpiego, come calchi ritmici riproducibili all’infinito, in più contesti e a più scopi». In estrema sintesi: data una traccia (melodicamente) accattivante, di struttura semplice, su motivi popolari, con parole comprensibili, si possono creare slogan di rara efficacia retorica (o di rara «aberrante» bruttezza, per citare dal celebre articolo Il folle slogan dei jeans Jesus che Pasolini scrisse nel 1973), dai contenuti modificabili, dagli schemi facilmente adattabili perché quasi privi di restrizioni (come il classico «chi non salta X è», dove l’unica condizione posta a X è quella di essere un quadrisillabo).

 

La forza dello slogan sta anche nella sua accessibilità e visibilità, nella sua esemplarità di «pratica semio-linguistica» sui muri delle nostre città (Il segno in scena. Scritte murali e graffiti come pratiche semio-linguistiche, a cura di Paola Desideri, 1998) e oggi sui wall dei social media, spesso nella forma ancora più sintetica dell’hashtag, per mezzo della quale possono essere rilanciati ad libitum e diventare in brevissimo tempo dei trending topic. Lo slogan, inoltre, è «irruento» (cosa che lo contraddistinguerebbe dal carattere «più bonario e rassegnato» del proverbio, come argomenta Paolo Rondinelli), si compone di frasi secche, citazioni lineari, e ricorre quasi sempre a parole di alta frequenza. È rapido, immediato, e in questo si oppone ai tempi necessariamente più lunghi del ragionamento, dell’argomentazione. La sua formula è «amabilmente magica» (ancora Rondinelli, che cita le Einfache formen, le «forme semplici» di André Jolles), pensata con intenti persuasivi e seduttivi. È sferzante, e mira a colpire hic et nunc la mente del fruitore, senza dargli la possibilità di farsi troppe domande: senza fargli intendere – e in questo lo slogan pubblicitario e quello politico sono dei campioni, come ci ha splendidamente insegnato Edoardo Lombardi Vallauri col suo importante, e giustamente fortunato, La lingua disonesta. Contenuti impliciti e strategie di persuasione, 2019) – di essere imbrigliato in uno schema, acriticamente guidato. È adattabile (camaleontico), reiterabile, icastico e non informa: prescrive e «liberamente impone» un comportamento (prima ancora che un prodotto), che agisce da modello esterno sul target di riferimento. A meno che non sia (involontariamente) parodico e ironico, con risultati opposti a quelli sperati, come faceva notare già Tullio De Mauro nel suo incisivo Decadenza dello slogan (in Id., Le parole e i fatti. Cronache linguistiche degli anni Settanta, 1977, pp. 151-156).

 

La Grande muraglia del banner

 

Modello o parodia? In molti ce lo siamo chiesti, tra gennaio e febbraio, imbattendoci, in Internet, in alcuni slogan provenienti dalla Cina:

 

带病回乡不孝儿郎 dài bìng huí xiāng bú xiào ér láng

«Tornare a casa con la tua malattia non farà piacere ai tuoi genitori»

 

老实在家防感染 lǎo shí zài jiā fáng gǎn rǎn

丈人来了也得撵 zhàng rén lái le yě dé niǎn

«Stai a casa per prevenire l’infezione, caccia i tuoi suoceri se vengono a trovarti»

 

省小钱不戴口罩 shěng xiǎo qián bú dài kǒu zhào

花大钱卧床治病 huā dà qián wò chuáng zhì bìng

«Risparmia qualche spicciolo per non indossare una maschera, spendi una fortuna per ricevere cure nel tuo letto»

 

今年过年不串门,jīn nián guò nián bú chuàn mén

来串门的是敌人,lái chuàn mén de shì dí rén

敌人来了不开门 dí rén lái le bú kāi mén

«Nessuna visita per il Capodanno cinese quest’anno

Quelli che vengono a trovarti sono tuoi nemici.

Non aprire la porta ai tuoi nemici»

 

养老金能拿多久,yǎng lǎo jīn néng ná duō jiǔ

取决于你最近出门的次数 qǔ jué yú nǐ zuì jìn chū mén de cì shù

«Evita di andare in luoghi affollati quanto più possibile,

Quanta pensione percepirai al momento della pensione dipende da quanto esci adesso»

 

今天沾一口野味,jīn tiān zhān yī kǒu yě wèi

明天地府相会 míng tiān dì fǔ xiàng huì

«Un morso di un animale selvatico oggi, ci vediamo all’inferno domani»

 

神仙也要戴口罩,shén xiān yě yào dài kǒu zhào

疫情不是开玩笑 yì qíng bú shì kāi wán xiào

«Anche gli dei cinesi devono indossare maschere, l’epidemia non è uno scherzo»

 

今天到处乱跑,jīn tiān dào chù luàn pǎo

明年坟上长草 míng nián fén shàng zhǎng cǎo

«Se esci in pubblico oggi, l’erba crescerà sulla tua tomba l’anno prossimo»

 

出门打断腿,chū mén dǎ duàn tuǐ

还嘴打掉牙 huán zuǐ dǎ diào yá

«Ti romperò le gambe se insisti per uscire,

Ti distruggerò i denti se mi sfidi»

 

野生动物不要碰,yě shēng dòng wù bú yào pèng

病毒随时往你身上蹦 bìng dú suí shí wǎng nǐ shēn shàng bèng

«Non toccare animali selvatici, i virus possono saltarti addosso in ogni momento»

 

Li abbiamo visti, questi e altri slogan, in Internet, rilanciati da siti di vario genere e grazie a social media come Weibo. Ma in Cina si potevano leggere anche (e soprattutto) scritti in giallo o in bianco su grandi banner rossi appesi ai muri delle case e delle scuole, sugli alberi, tra semafori. E non è un dettaglio da poco. Gli slogan su banner – anche di grandi dimensioni – fanno non solo parte della storia moderna della Cina, ma ne costituiscono uno dei cardini – spiega Liu Yuntong, direttore dell’Istituto di Ricerca di linguistica applicata all’Unversità Tongji di Shanghai – perché il loro costante uso «represents an interesting intersection of Chinese language, Chinese culture and the Chinese political system». Risalente alla Dinastia Shang (1600-1046 a.C.), quando l’imperatore Zhou coniò il motto «Quando il sole morirà, morirò con lui», lo slogan politico (su bandiera o striscione) assunse un’importanza crescente verso la metà del diciannovesimo secolo, da quando cioè movimenti politici e sociali cominciarono ad usarlo come mezzo per far conoscere le proprie idee. Divenne poi, a partire dal 1949, uno degli strumenti di propaganda più importanti per il Partito Comunista Cinese dopo il 1949, particolarmente adatto a mobilitare la popolazione nelle aree rurali, che non poteva essere facilmente raggiunta da altri mezzi di comunicazione, e che doveva guidata con formule dirette, immediate, prescrittive.

Ancora oggi slogan su banner (biāoyǔ 标语) sono popolarissimi in Cina, per le occasioni – ufficiali, familiari, sociali – più disparate, al punto da essere un elemento costante del paesaggio. Non stupisce quindi che – soprattutto nelle aree rurali – i funzionari locali abbiano deciso di usarli massicciamente durante l’esplosione dell’epidemia, impiegando lo stesso stile diretto, violento e minaccioso dei loro predecessori per tentare di comunicare quanto più rapidamente possibile misure e restrizioni.

 

Proprio questa crudezza ce li ha fatti apparire – questi slogan, qui in occidente – come parodie, esagerazioni. Ma il significato di quei banner non potrebbe essere compreso fino in fondo «senza tener conto sia del contesto – spiega ancora Liu – sia delle caratteristiche del mandarino». Il mandarino è una lingua tonale, la sua scrittura è basata su caratteri sillabici, «e la relazione tra significato, pronuncia e rappresentazione scritta appare meno naturale che nelle lingue dotate di alfabeto». Un carattere è sempre una sillaba (o una parola monosillabica), e il numero delle sillabe è limitato a 410, in confronto alle migliaia di sillabe che si possono avere in inglese, ad esempio. Ciò significa che, scritte, parole con significato diverso sembrino simili: e questo genera doppi sensi, spesso disambiguabili solo dalla tonalità. Senza contare che in traduzione – aggiunge Song Lijue, professore alla International School della East China University – l’effetto spiritoso, ambiguo, e per questo memorabile è ancora meno presente.

«Ciò che a voi occidentali sembra strano, o relitto del passato, qui è molto popolare, soprattutto nelle aree rurali – spiega Nora Chileva-Xiao, studiosa di letteratura cinese antica all’Università di lingua e cultura di Beijing (BLCU) –. Se infatti a Beijing o Shanghai funzionano meglio brevi slogan prescrittivi come “Stai a casa, indossa una maschera, lavati le mani”, in altre aree servono slogan più drammatici, creativi, polisemici». Agli occhi degli intellettuali urbani molti degli slogan che appaiono sui banner suonano probabilmente volgari, grezzi, aggressivi, ma sono certamente efficaci e perfettamente idonei nei contesti sociolinguistici per cui sono stati creati.

 

«Go Koruna go». La formula apotropaica di Athavale

 

Paese che vai, contesto che trovi. Dalle aree rurali cinesi ci spostiamo a Mumbai, nel subcontinente indiano. Dove il 20 febbraio, presso la celebre «Porta dell’India», il ministro indiano per la giustizia sociale – nonché presidente del Republican Party of India – Ramdas Athawale coniò quello che sarebbe diventato uno degli slogan più celebri nel suo paese: quel «Karuna go, go Karuna» (poi divenuto virale come «Go Corona go», secondo lo schema della formula di incoraggiamento «go X go», dove X può essere un qualsiasi nome proprio o comune) recitato come una formula rituale dallo stesso Athawale – insieme al console generale cinese Tang Guocai e una piccola folla di sostenitori – come testimonia questo video che, in pochi giorni, ha contato oltre due milioni di visualizzazioni accrescendo, nel bene e nel male, la già consistente egomane popolarità di Athawale. Uno slogan-orazione, quindi, perfettamente funzionale alla messa in scena di uno rito apotropaico per scacciare la malattia abilmente spettacolarizzato dai media (e dal suo artefice).

 

Perché no, d’altronde? Formule apotropaiche si trovano a tutte le latitudini, in tante epoche storiche diverse. Nella cultura greca, l’epodé era la formula magica che incanta e guarisce. Secondo Giamblico di Calcide (Vita di Pitagora 114, 164), i pitagorici impiegavano l’epodé per la cura di alcune patologie; nell’Encomio di Elena Gorgia da Lentini fa riferimento alla capacità degli incantesimi dià lógon di recare piacere e di allontanare il dolore; la forza dell’incantesimo – per effetto della parola – è trattata anche da Platone, che dell’epodé sottolinea a più riprese la combinazione tra forza della musica e forza della parola.

Durante la «Peste nera», formule apotropaiche erano recitate in Francia per scacciare l’epidemia. Nella medicina tradizionale cinese, le prescrizioni farmaceutiche contenevano spesso formule da ripetersi per trattare morsi di animali, malaria, rischio di soffocamento. In India espressioni con funzione apotropaica risalirebbero invece alla cultura medica vedica (1200-800 a.C.), dove la cura era propiziata da riti magici durante i quali i sacerdoti esorcizzavano il demonio con incantesimi, amuleti, e formule (Lawrence Conrad, Dominik Wujastyk, Contagion. Perspectives from Pre-Modern Societies, 2017, p. 80). Questo perché le malattie erano considerate il risultato di influssi demoniaci. Mandare via il male con un esorcismo, scacciarlo distante, ricacciarlo da dove era venuto era – soprattutto – questione di parole. «Koruna go, go Koruna», appunto: con un ministro nel ruolo del moderno sacerdote e un console in quello di transfert con il luogo origine della pandemia.

 

Potrebbe sembrare una boutade estemporanea (per quanto culturalmente contestualizzabile), quella di Ramdas Athawale, senonché alla formula – ormai diventata un mantra popolare – ha fatto implicitamente riferimento anche il Primo ministro indiano Nerendra Modi quando in diretta televisiva ha chiesto a un miliardo di suoi concittadini di accendere – alle 21 di domenica 5 aprile – una luce per «sconfiggere le tenebre della disperazione e accendere le nostre vite con la speranza». In centinaia di milioni hanno risposto al suo appello, recitando in strada o dalle finestre delle loro case «Go Koruna go». E offuscando così il vero slogan ufficiale scelto dal governo presieduto da Modi, il più asciutto «Prepare, but don’t panic»: slogan dalla struttura consolidata secondo lo schema «do X, do not do Y» («Stay calm, don’t panic», «Be aware, don’t panic», ecc.) ma certamente meno efficace sul piano del pathos, del rito collettivo.

 

«Catch it, bin it, kill it». Una storia britannica

 

In genere però gli schemi funzionano, e molto bene, per creare e diffondere slogan. Anzi, si è detto, sono l’essenza degli slogan stessi. Penso, spostandomi verso latitudini che mi sono più familiari, allo schema ternario «do X, do Y, do Z», scelto dal governo britannico, il paese in cui vivo, per il suo slogan ufficiale «Stay at home, protect the NHS and save lives». È uno slogan molto diretto, come l’italiano «Stai/state a casa», rispetto al quale però presenta una efficace espansione che pone i tre membri dello schema in relazione di causa-effetto fra loro. Ternaria è anche la struttura di un altro slogan visto in Gran Bretagna a inizio epidemia: «Catch It, Bin It, Kill it», secondo lo schema «X it, Y it, Z it» (dove l’elemento variabile è il solo predicato), già visto in «See it, say, it, sign it», «See it, say it, do it», e ripreso – eufonicamente e sillabicamente, ma non sintatticamente – anche nel celeberrimo slogan antiterrorismo «See it, say it, sorted», che prima della pandemia si poteva leggere e sentire ovunque sui mezzi pubblici e nelle stazioni di Londra. Storia interessante, quella di «Catch it, bin it, kill it». Coniato nel 2007, quando alcuni studi dimostrarono che una buona igiene personale, il soffiarsi il naso con fazzoletti usa e getta, e il lavarsi le mani, poteva ridurre sensibilmente la diffusione dell’influenza, lo slogan cominciò ad apparire nelle campagne del National Health System, e nella cartellonistica su autobus, treni, nei centri commerciali e nelle stazioni di polizia. Fu poi riutilizzato in occasione della pandemia causata dall’influenza suina nel 2009, anno in cui fu anche studiato il suo impatto sull’opinione pubblica («Until a vaccine is ready – disse uno dei ricercatori coinvolti – the main tool we have to combat pandemic flu is people's behaviour. For example, good respiratory and hand hygiene, as summed up in the NHS's 'Catch It, Bin It, Kill It' campaign, can slow the spread of the pandemic»). Grazie alla sua documentata efficacia, «Catch it, bin it, kill it» è stato riproposto anche nella prima fase della campagna nazionale contro il Covid-19, tanto da essere incluso nell’Action Plan governativo del 3 marzo, che dello slogan esaltava, non a caso, la funzione pedagogica («Many of the actions that people can take themselves – especially washing hands more; and the catch it, bin it, kill it strategy for those with coughs and sneezes – also help in delaying the peak of the infection»).

 

Ma si era agli inizi, a Londra si pensava ancora all’immunità di gregge come possibile risposta alla pandemia, e c’era qualcuno che con ostentato understatement riusciva anche a riciclare per l’ennesima volta quel «Keep calm and carry on» che ha accompagnato la storia del Regno Unito dalla prima guerra mondiale in poi (sull’argomento, si veda il recente libro di Mark Honigsbaum The Pandemic Century: One Hundred Years of Panic, Hysteria, and Hubris). I giorni, e l’aggravarsi della situazione, avrebbero dimostrato anche ai più scettici che tuttavia non era quella del «business as usual» la chiave di lettura giusta, che non erano quelli i messaggi che avrebbero potuto istruire e rassicurare l’opinione pubblica. Meglio, decisamente, lo schematico pragmatismo di «Stay at home, protect the NHS and save lives», la solidale unità comunicata da hashtag come «BetterTogether» (spesso twittato in coppia con #COVIDKindness), diventato popolarissimo all’indomani del lockdown.    

 

Parole di solidarietà

 

La scriveremo, prima o poi, la storia degli slogan coniati e diffusi per contrastare il Covid-19. Sarà un pezzo, importante, di storia non solo linguistica ma anche e soprattutto sociale. Una storia in cui ogni slogan racconterà anche una diversa enfasi, un diverso approccio culturale: dal rigoroso «Es ist ernst. Nehmen Sie es auch ernst» pronunciato da Angela Merkel per sottolineare la serietà del momento e per richiamare alla responsabilità, all’idea di protezione collettiva – e federata, federalista – veicolata dello svizzero «So schützen wir uns», dall’«Este virus lo paramos unidos» scelto dal Ministero della salute e dal governo spagnoli per rafforzare il senso di unità nazionale, al simile ma più retoricamente elaborato «Al virus lo frenamos entre todos. Viralicemos la responsabilidad» condiviso da tutti i quotidiani argentini ("Clarín", "La Nación", "Página/12", "Crónica", "Popular" y el deportivo "Olé) in una straordinaria azione congiunta, imitata in seguito anche dalla stampa di altri paesi sudamericani. Difficilmente dimenticheremo, poi, quel «Nessuno si salva da solo» pronunciato da Papa Francesco nella cornice di piazza San Pietro la sera del 27 marzo. Lo ricorderemo certo per l’unicità della scenografia e della struggente mise en scène, e per la solennità dell’uomo e dei suoi gesti, ma anche per suo intrinseco profondo messaggio di solidarietà, che ha segnato il papato di Francesco fin dagli inizi. A qualcuno, ascoltandolo, venne in mente il titolo dell’omonimo libro del 2011 di Margareth Mazzantini, poi titolo del film ad esso ispirato diretto nel 2015 da Sergio Castellitto. Ad altri l’Enrico Berlinguer del «ci si salva e si va avanti se si agisce insieme e non solo uno per uno». In realtà il Papa citava se stesso, e quella sua prima esortazione apostolica, l’Evangelii Gaudium, pronunciata il 24 novembre del 2013, che a sua volta citava un celebre passo della patristica.

 

A me l’invito di Francesco, oggi, fa pensare ad altri slogan, recenti, che per me resteranno memorabili. Come quelli, ad esempio, di alcune organizzazioni non governative: nuovi, diversi, e necessari sul piano del contenuto, proprio per l’accento posto sulla solidarietà, l’inclusione, la necessità di un agire comune. E allo stesso tempo efficaci sul piano della forma. Penso innanzitutto a «La salute è un diritto di tutti. #Nessunoescluso» di Amnesty International Italia, dove slogan tradizionale e hashtag nel messaggio diventano complementari, in linea con le efficaci modalità ibride di comunicazione dell’organizzazione. E dove soprattutto – mi racconta al telefono Riccardo Noury, portavoce nazionale di Amnesty International Italia – il focus scelto è quello sui diritti, «perché la vera sfida è quella di non lasciare nessuno indietro», di lanciare messaggi inclusivi che rovescino la logica prescrittiva e punitiva tutta indirizzata all’individuo, e «rimettano al centro la società, i diritti, la tutela degli ultimi».

Penso, ancora, a «Prendersi cura è la prima cura», dell’Associazione di volontariato di Milano NAGA: uno slogan dalla struttura e dal linguaggio tanto più efficaci quanto più ragionati. «In passato abbiamo cercato, e usato, slogan aggressivi, quasi irriverenti, che giocassero sulla provocazione – mi racconta Luca Cusani, volontario NAGA e tra gli ideatori dello slogan – La nostra campagna di Natale, per esempio, aveva come motto «Basta immigrati* *Noi incontriamo accogliamo e curiamo persone», proprio per rovesciare la semantica negativamente connotata di immigrato, per denunciare l’abuso della parola, e per dire che si tratta di persone, non di etichette. Una sorta di contro-narrativa, insomma: che riprendeva, per rovesciarlo, uno stereotipo. Questa volta però – continua Luca – abbiamo preferito fare qualcosa di diverso, vista la delicatezza e la drammaticità del momento. Non uno slogan aggressivo, quindi, che non avrebbe avuto senso, ma uno messaggio che da un lato facesse sentire noi di NAGA al passo con i tempi, mettendo al centro la nostra missione – siamo nati alla fine degli anni ottanta come ambulatorio di medicina di base – e dall’altro, proprio grazie al linguaggio e alle scelte lessicali, andasse oltre una visione medicalizzata della società, ampliando il concetto stesso di cura: anche grazie a quel riflessivo, prendersi cura, che rende esplicita la complementarità della cura di sé e della cura dell’altro. Naga d’altronde oggi cura in molti modi: non solo con i suoi ambulatori di base gestiti da quaranta medici volontari, ma anche – solo per fare un paio di esempi – comunicando con i detenuti delle carceri per non farli sentire soli, assistendo le persone negli accampamenti informali, supportando gli insegnanti e gli studenti di lingua nei corsi di italiano per richiedenti asilo. Ecco, cercavamo uno slogan che riassumesse bene tutto questo: che riassumesse ciò che NAGA è stato ed è, quasi a volerne sintetizzare la storia, i percorsi, le sfide. Senza contare che abbiamo coniato questo slogan proprio a Milano e in Lombardia, dove i medici di base sono stato stati abbandonati a loro stessi: dove nessuno all’inizio si è preso cura di chi curava».

Prendersi cura è la prima cura. Anche col linguaggio, anche del linguaggio, mi verrebbe da aggiungere. Sperando che non sembri, solo, l’ennesimo slogan.

 

 

La cura delle parole, di Federico Faloppa

1. A proposito del gregge

2. Sul «nemico invisibile» e altre metafore di guerra

3. Tradurre per la vita

4. Lo spazio (linguistico) della cura

 

Immagine: Bandiera italiana appesa da una finestra con scritto "Andrà tutto bene" a Bologna durante la pandemia di Covid-19 nel marzo 2020

 

Crediti immagine: Pietro Luca Cassarino / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)


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