29 aprile 2020

Virus dell’odio: metafora o realtà?

La cura delle parole

 

«Datevi una regolata o farete una brutta fine»

 

«Attenzione, manutengoli ingordi, a non tirare troppo la corda poiché correte il pericolo di rompere il giochino che fino ad ora vi ha consentito di ciucciare tanti quattrini dalle nostre tasche di instancabili lavoratori. Noi senza di voi campiamo alla grande, voi senza di noi andate a ramengo. Datevi una regolata o farete una brutta fine, per altro» (Recessione, la previsione di Vittorio Feltri: senza fretta ma prima o poi il Nord lascerà l'Italia, «Libero», 19 aprile 2020).

Pensavamo di aver letto tutto (o quasi) in queste settimane, su Covid e dintorni. E di aver visto tutto (o quasi) in termini di stili, registri, metafore, di caccia all’iperbole capace di confondere, all’esperto capace di smentire l’esperto del giorno prima. Di novità e giravolte di senso del linguaggio di queste ultime settimane si è scritto molto, anche qui sul portale Treccani. Ma l’intimidazione a mezzo stampa no, non l’avevamo ancora vista: una (brutta) novità senza alcuna ragione se non quella di alzare a tutti i costi i toni, in un contesto come quello dell’informazione quotidiana in Italia, in costante crisi di lettori, introiti, credibilità.

Lo so, non bisognerebbe rilanciarli, i rancorosi editoriali di Vittorio Feltri (in questo caso contro la «dittatura romanofoggiana» e più in generale contro il sud pronto a «correre in strada a suonare il mandolino»), né bisognerebbe dare visibilità al suo giornale, che ha fatto della provocazione aggressiva e gratuita il suo tono costante.

Ma l’articolo pubblicato il 19 aprile scorso, oltre a un prevedibile stile bilioso ha (ri)messo in circolo qualcosa che era – apparentemente – rimasto in ombra, rispetto agli appelli all’unità nazionale e alla responsabilità. Rispetto a una generale voglia di «ripartenza», da un lato, e un richiamo alla prudenza dall’altro: un razzismo antimeridionale senza troppi giri di parole. Ribadito tra l’altro, sempre in modo esplicito, dallo stesso Feltri che, intervistato da Mario Giordano durante la trasmissione «Fuori dal coro» su Rete 4 il 21 aprile, è riuscito ad affermare «io non credo ai complessi di inferiorità, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori». Cosa che ha fatto intervenire l’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, in base alla sua Delibera 157 del 15 maggio 2019: in base al suo Regolamento recante disposizioni in materia di rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione e di contrasto allo hate speech.

Solo un episodio, si dirà: per lo più ad opera dei soliti sospetti. Meglio sarebbe non parlarne neppure, altrimenti si fa il gioco di Feltri, che conta proprio sull’indignazione pubblica per mettere sé e il suo giornale al centro della scena. Ma è un episodio che – proprio in questo periodo – ha toccato un nervo scoperto: la persistenza, a fianco del Sars-Cov-2, di un altro virus: quello dell’odio.

 

Il virus dell’odio

 

«C'è purtroppo in Italia – ha scritto in una nota ufficiale il Presidente del Consiglio regionale della Calabria Domenico Tallini in risposta alle affermazioni di Feltri – un virus letale almeno quanto il Covid ed è il virus dell'odio che taluni spargono a piene mani anche in questi tempi così drammatici e difficili che imporrebbero responsabilità e impegno... Ci troviamo di fronte a qualcosa di ben più grave, ad affermazioni pericolose che incitano ad una specie di guerra civile tra un nord laborioso e un sud fatto di accattoni». Per questo – «le dichiarazioni di Feltri – continua Tallini – non possono passare inosservate, non si possono liquidare come una provocazione innocente». Un parere, quello di Tallini, condiviso anche dall’Agcom, che – come si è detto – le ha rubricate sotto la voce hate speech. Su che cosa si debba intendere con hate speech, o discorsi d’odio, si potrebbe discutere a lungo. Una definizione univoca (e universalmente accettata) dell’espressione non esiste, come tra gli altri ha spiegato Alexander Brown nel suo articolo What is hate speech? Part 1: the myth of hate, «Law and Philosophy», vol. 36, issue 4, pp. 419–468, 2017). Né è semplice, talvolta, stabilire dove e quando finisca la libertà d’espressione e cominci l’offesa: cosa che rende non semplice l’intervento normativo. Tuttavia, prendendo a riferimento la definizione inserita nel proprio regolamento1, valido quindi – o almeno così dovrebbe essere – per tutti gli organi di informazione e per i loro ordini professionali, l’Autorità per le comunicazioni ha ritenuto opportuno aprire un procedimento disciplinare nei confronti di Feltri e Giordano per i tanti «giudizi sommari e ingiustificati volti a riproporre stereotipi relativi alla provenienza territoriale dei cittadini italiani... anche in ragione della circostanza che gli episodi di ripetuta discriminazione e valutazione stereotipata... sono avvenuti nell’ambito di un dialogo tra due giornalisti tenuti... al rispetto delle norme e attribuzioni dell’Ordine [dei giornalisti]». Carta canta, in questo caso.

Meno facile è capire se, come ha scritto Tallini, questo episodio sia la prova  dell’esistenza un vero e proprio «virus dell’odio». Che per essere tale dovrebbe sarebbe causato, evidentemente, anche da altri episodi, da un insieme di altri casi. Bene ha fatto Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, a farci notare nel suo corsivo del 9 marzo In margine a un’epidemia: risvolti linguistici di un virus, che se da un lato il termine virus ha visto via via specializzarsi il proprio significato con l’aumento delle conoscenze scientifiche e lo sviluppo della virologia, dall’altra è assurto sempre più a metafora, secondo un uso già registrato «dai dizionari dell’Ottocento... come forza nociva e malefica di qualunque tipo». E altrettanto bene ha fatto a ricordarci che l’espressione «virus dell’odio» si trova già in Benedetto Croce, per la precisione nella sua Storia dell’Europa nel secolo decimonono (1932): «Questi che avevano spiriti rivoluzionari, in Francia e altrove, guardavano... agli operai, ai proletari, alla forza che era in loro, e che, rischiarata e indirizzata, avrebbe con violenza gettato in aria tutti gli ordinamenti esistenti, distrutto il capitalismo, stabilito la società dei lavoratori partecipanti in misura eguale al lavoro e alla retribuzione. A uso di cotesta particolare propaganda, che aveva bisogno del virus dell'odio, non bastando il vago concetto di oppressione e sfruttamento, si venne preparando... una dottrina sull'origine del profitto dedotta dal lavoro non pagato all'operaio».

«Virus dell’odio» non nasce oggi, quindi: è una metafora di lungo corso. Ma l’impressione è che si sia rivelata particolarmente produttiva soprattutto in tempi recenti, proprio grazie a una maggiore presa di coscienza dei discorsi e fenomeni d’odio, come segnalano per esempio il titolo della puntata del 21 gennaio 2019 del programma «Otto e mezzo», «L’Italia e il virus dell’odio», e le tante ricorrenze lette ed ascoltate nell’autunno dello scorso anno, quando molto si scrisse e si parlò di «virus dell’odio» a proposito degli attacchi antisemiti e razzisti alla Senatrice Liliana Segre. Non a caso sul «virus dell’odio» si è espresso chiaramente anche il Presidente della Repubblica Mattarella in occasione della «Giornata della memoria» il 27 gennaio 2020 («Per fare davvero i conti con la Shoah non dobbiamo rivolgere lo sguardo soltanto al passato. Perché il virus della discriminazione, dell'odio, della sopraffazione, del razzismo non è confinato in una isolata dimensione storica, ma attiene strettamente ai comportamenti dell'uomo. E debellarlo riguarda il destino stesso del genere umano­»), riprendendo un concetto simile poche settimane dopo, nel settantunesimo anniversario della strage nazista di Sant’Anna di Stazzema, evocando il virus con il bisogno di «produrre anticorpi» («Il tempo può attenuare il dolore, può allontanare lo strazio dei dolori più indicibili, ma non possiamo consentire che le coscienze si addormentino e che le intelligenze smettano di produrre anticorpi contro la violenza e l'odio»).

 

Fuor di metafora

 

Siamo a fine febbraio. E il riferimento di Mattarella è particolarmente rilevante. Perché gli eventi in corso – la diffusione del Sars-Cov-2 e le sue conseguenze – danno un nuovo significato all’espressione, e un nuovo impulso alla sua... diffusione. Perché nel frattempo il «virus», da metaforico, è diventato reale. E proprio la comparsa del virus reale, e la sua pericolosità, producono discorsi d’odio nei confronti di chi lo avrebbe causato, messo in circolazione: i «cinesi». «Sin dai primi giorni di diffusione del virus – scrive con cognizione di causa @arjyanna del Liceo Simone Morea di Bari su «Repubblica – Scuola­» – si è iniziato a guardare il diverso, soprattutto il cinese, con uno sguardo infido, cercando di non avvicinarsi a lui e di evitare ogni tipo di contatto. E nelle ultime settimane, da quando il virus ha raggiunto anche l’Italia in modo più grave rispetto a prima (quando i casi erano solo tre), questo atteggiamento ha certamente acquisito maggiore popolarità. Inutile dire che i ristoranti asiatici sono vuoti, così come i loro negozi e i loro quartieri, che prima vantavano un enorme afflusso di gente, attratta dalla loro cultura».

In realtà, come ha fatto giustamente notare il 2 marzo Vera Gheno nel suo articolo Coronavirus, una parola infetta, abbiamo assistito alla stigmatizzazione dei «cinesi» ben prima della diffusione del Sars-Cov-2 in Italia: «all’incirca alla fine di gennaio 2020... allo scoppio dell’epidemia in Cina, a Wuhan... i media “nostrani” hanno... imbastito una comunicazione a tinte forti, complice il fatto che si trattava comunque di un avvenimento remoto... [e] di pari passo non sono stati pochi i casi di razzismo contro i “cinesi” (tra virgolette perché ne hanno fatto le spese, quasi indistintamente, tutti coloro con fattezze orientali: il razzismo non va mai troppo per il sottile), individuati come veri e propri untori del contagio. Poco è importato a una bella fetta dell’opinione pubblica che in Italia esistano comunità estese di “cinesi” di seconda e terza generazione, nati e cresciuti in Italia, che... “hanno visto la Cina solo su Google Maps”».

Per alcune settimane, tra gennaio e febbraio – ricordate? – si moltiplicarono (non solo in Italia) le aggressioni contro i «cinesi», complici titoli a stampa come «Coronavirus, psicosi nelle scuole. “Metteteli in quarantena”» («Il Resto del Carlino, 31 gennaio, dove associata all’articolo era la foto di un bambino “cinese” con la mascherina, per rendere ancora più esplicito il messaggio discriminante, da cui la segnalazione dell’associazione ferrarese «Occhio ai media») o «Il virus giallo ci manda al verde» («Il tempo», 11 febbraio), per non parlare dei tanti titoli che facevano «sbarcare» in Italia o in Europa in «virus cinese», rendedolo ancora più... antropomorfo, attraverso una metafora – quella dello sbarco – cui anni di pessima informazione su migranti e migrazioni avevano reso ancora più fuorviante.

 

Forse che sì, forse che no

 

La feci presente io stesso la pericolosità di questo frame narrativo, durante la trasmissione «Linea notte» del 21 febbraio. Ero stato invitato per parlare del mio libro Brevi lezioni sul linguaggio, ma ovviamente la notizia della prima vittima di Covid in Italia cambiò completamente la scaletta della puntata. Che infatti fu tutta all’insegna del racconto di quell’evento, di quella drammatica svolta. Faceva effetto viverlo in diretta, quel clima da contagio: un primo assaggio dell’infodemia che ci avrebbe poi accompagnato per settimane. Era tutto un po’ surreale: fuori da quello studio di Saxa Rubra il Covid-19 ancora non era entrato nelle nostre vite, dentro sembrava di essere sul set di un film catastrofico.

In quel contesto, nei pochi secondi che ebbi a disposizione per fare un commento sui fatti del giorno, mi permisi di dire che i media e i giornali in particolare, a proposito del linguaggio usato per parlare dell’epidemia non stavano dando una grande prova di sé, tra un «pericolo giallo», un’ennesima personificazione del virus («la Repubblica»: «Inseguiti dal virus!»), e la spasmodica ricerca dello scoop. E dissi polemicamente – oggi so che fu un’affermazione iperbolica e scorretta, ma allora non potevo saperlo – che un altro virus in quei giorni di fine febbraio aveva fatto dei morti: il «virus dell’odio», che il 19 febbraio nella cittadina tedesca di Hanau aveva ucciso per mano di un estremista di destra undici persone. Mal me ne incolse, perché al termine della trasmissione, sul mio profilo Twitter fui ricoperto di insulti per essermi permesso di parlare di razzismo in quel contesto, e fui successivamente apostrofato su «Il Giornale» come il solito inutile buonista (e altri insulti seguirono a commento di quell’articolo). Col senno di poi penso che fu sbagliato paragonare due eventi così diversi. Ma su una cosa avevo ragione, e gli insulti a me rivolti lo confermarono: il «virus dell’odio» non era certo una mia fantasia.

 

Un’epidemia (di odio) planetaria

 

Racconto questo aneddoto sia perché in quell’occasione fui vittima di discorsi d’odio solo per aver espresso un’opinione critica rispetto al lavoro svolto fin lì dalla generalità dei media, sia perché di «virus dell’odio» si stava parlando e si sarebbe ancora parlato a lungo, nelle settimane a seguire. Non solo in Italia.

Di un «virus dell’odio» alimentato dai mezzi di informazione si è scritto in molti paesi, seppur con accenti diversi. Negli Stati Uniti, per esempio, dove il popolare sito di controinformazione www.counterpunch.org l’11 febbraio pubblicò un articolo al vetriolo – contro i media mainstream e il «New York Times­­» in particolare, rei secondo l’autore di demonizzare la Cina – dal titolo inequivoco How to Yellow-Cake a Tragedy: the NY Times Spreads the Virus of Hatred, Again: «Instead of voicing support or encouraging solidarity – “We are Wuhan” – western corporate media have chosen to go all out to criticize and demonize China, sparing no effort to recycle and rekindle ugly, racist, orientalist, and dehumanizing tropes, using any perceived misstep, pretext, and shortcoming to tar China and the Chinese». O in Francia, dove il periodico dei protestanti francesi «La reforme» il 13 febbraio titolava Coronavirus: l’effrayant virus de la haine un commento al clima da caccia all’untore che si era scatenato nel paese: «Depuis un mois maintenant, les médias nous alertent sur le coronavirus. C’est bien leur rôle de nous informer, de nous prévenir pour nous prémunir face à une épidémie partie de Chine, et dont des cas avérés existent désormais dans plusieurs pays du monde, notamment le nôtre… Je suis néanmoins gênée par tout ce battage médiatique: pas un jour, voire pas une heure, où il n’est question du coronavirus. Il y a un risque, mais est-ce bien nécessaire de créer les conditions d’un tel climat anxiogène? … Mais ce qui m’inquiète le plus, ce n’est pas tant le coronavirus que le virus de la haine et du racisme qui se répand à vitesse grand V. Ici, un enfant dont les camarades de classe ne veulent plus s’asseoir à côté de lui. Là, une dame à qui on refuse de rentrer dans le bus. Là, un vieil homme faisant son marché et qui se fait chasser par un marchand de fruits et légumes pour avoir touché ses produits. Là encore, des personnes qui se font insulter, voire cracher dessus, sans raison. Et je pourrais continuer la liste. Leur “problème”? Ils sont d’origine chinoise».

In Spagna, ad esprimere preoccupazione sul «virus dell’odio» sono state a fine marzo alcune associazioni che, con un esplicito appello (Está en tu mano frenar el coronavirus y acabar con «el virus del odio») si sono organizzate per «mettere un freno» alla diffusione di messaggi d’odio rivolti più o meno a tutti, anche alla classe politica: «En estos momentos tenemos que hacer frente al Covid-19, sin embargo, no es el único virus que nos complica la vida. Hay otro que igualmente afecta a toda la población y se transmite igual de rápido pero, por suerte, está en nuestra mano poder pararlo. Hablamos del virus del odio. Los mensajes de odio y los bulos en internet se propagan a la velocidad de la luz, y el blanco de estos mensajes, afecta especialmente a los más débiles».

Lo hanno fatto individuando nelle fake news la ragione di tanta recrudescenza dei discorsi d’odio, citando studi – come il Primero estudio sobre el impacto de las 'fake news' en España – che rivela che otto spagnoli su dieci non saprebbero distinguere una notizia falsa da una vera, e sarebbero quindi esposti alle tante falsità su Covid-19 che girano in rete, per esempio quelle sulle ricette miracolose per guarire dal virus, quelle cospirative, quelle sulla classe politica, custode di segreti e colpevole delle peggiori nefandezze.

 

L’effetto fake news

 

A proposito di fake news e «virus dell’odio», un altro spunto arriva dall’India. Dove, dopo che il 16 aprile un gruppo di vigilanti – avendo appreso da WhatsApp la falsa notizia che alcuni ladri stavano approfittando del lockdown per agire indisturbati nel distretto di Palghar – ha linciato due sadhu indù e il loro autista nel villaggio di Gadchinchale, la presidente ad interim del Congresso indiano, Sonia Gandhi, ha accusato il partito del premier Narendra Modi, il Bharatiya Janata Party (BJP, «Partito del Popolo») di diffondere il «virus dell’odio» quando «the need is to unitedly fight the Coronavirus pandemic»: «When we should be tackling the Coronavirus unitedly, the BJP continues to spread the virus of communal prejudice and hatred. Grave damage is being done to our social harmony. Our party will have to work hard to repair the damage».

Accuse simili sono giunte a Modi anche dal più importante quotidiano di lingua inglese del Pakistan, il «Pakistan Observer», che ritiene il Primo ministro indiano responsabile dell’aumento del «virus of hatred» nei confronti dei musulmani accusati – tramite una campagna costruita con fake news – di aver diffuso il contagio alla maggioranza indù.

«Quello della relazione tra fake news e discorsi d’odio è un vero problema in questo periodo – mi racconta Silvia Brena, co-fondatrice dell’associazione «Vox diritti» di Milano e attenta osservatrice di discorsi e fenomeni d’odio -  E il punto non è tanto sapere, per esempio, se in queste settimane l’hate speech online sia aumentato o diminuito. Importante sarebbe invece osservarne le forme, le nuove dinamiche. Perché l’impressione è che qualcosa sia cambiato: che il discorso sia meno diretto ma più subdolo e per questo più pervasivo. E che in questo modo riesca perfettamente a fare ciò che deve fare: diffondere la paura. Come lo fa? – prosegue Brena – con le fake news, facilmente virali e capaci di agire sull’ansia collettiva attraverso l’autostrada rappresentata dai canali di comunicazione che oggi costituiscono il tessuto connettivo sociale privilegiato: le chat tra amici, famigliari e colleghi. Si diffondono infatti soprattutto tramite WhatsApp, perché arrivano più direttamente rispetto ai social più tradizionali, come Facebook e Twitter. E poiché rimbalzano da una chat all’altra, sembrano più credibili: se mentre verso l’autore di un post su Facebook o Twitter possiamo esercitare il dubbio, nei confronti di un messaggio che ci arriva dalla chat di un amico siamo più indifesi. Questo discorso è più subdolo di quello d’odio fatto di insulti e minacce: perché diffonde paura e diffidenza attraverso falsità. E dopo aver disseminato il panico attraverso WhatsApp, rimbalza in forma più diretta sui social tradizionali».

 

L’importanza del monitoraggio

 

Servirebbero dati, per suffragare ipotesi, impressioni, intuizioni. Come quelli su cui sta lavorando la Fondazione Bruno Kessler con il CoMuNe Lab research unit, attraverso l’analisi di milioni di scambi su Twitter, in tutto il mondo: scoprendo così che in Italia, Francia e Stati Uniti la diffusione del contagio è stata preceduta da un improvviso e «atipico» aumento dell’attività dei cosiddetto social bots, controllati da soggetti umani o artificiali con lo scopo di mettere in circolazione una grande mole di informazioni non verificate. O come quelli raccolti da L1ght, un’azienda israeliana specializzata in «preventing toxicity» online, che a marzo ha stilato un report sulla correlazione tra l’esplosione dell’epidemia negli Stati Uniti e l’aumento del 900% su Twitter dei casi di «hate, abuse, toxicity and bullying», anche grazie a diffusissimi hashtag come #Kungflu, #chinesevirus, #communistvirus, nei confronti dei cinesi o di persone di origine cinese: ben prima quindi che Donald Trump ci mettesse lo zampino chiamando il Sars-Cov-2 «virus cinese» o che alcuni stati – come il Michigan – intentassero una causa legale contro la Cina per aver minimizzato la gravità della situazione permettendo così alla malattia di diffondersi.

«Non c’è dubbio – mi dice Vera Gheno, tra gli studiosi più attenti alla comunicazione digitale – che impennate come questa siano dovute non solo al fatto che tutti stiamo trascorrendo molto più tempo sui social media, ma anche alla migrazione in rete di persone comunicativamente “impreparate”, da un giorno all’altro – per evitare di rimanere completamente isolate – si sono ritrovate a interagire con modalità che non sapevano gestire, senza rendersi conto della nudità, fraintendibilità, incontrollabilità e immortalità della parola in rete. È l’estremizzazione dell'“effetto tinello­». Senza contare i meccanismi di polarizzazione su tutto ciò che riguarda la pandemia – continua Gheno – che ha favorito l’irrigidirsi di un noi contro voi, e la ricerca di bersagli. L'odio, la xenofobia sembravano sopiti, fenomeni in flessione. In realtà questa situazione li ha perfino acuiti, perché li ha concentrati nello spazio virtuale, facendo scartare tra l’altro molti argomenti che prima si dibattevano e adesso paiono secondari, "perché in questo momento i problemi sono ben altri". E, come sappiamo, il benaltrismo è sempre una foglia di fico».

 

Verso la Fase Due

 

Impressioni, dicevamo. Ma impressioni che devono essere fondate, se a fine marzo Fernand de Varennes, lo Special Rapporteur delle Nazioni Unite sulle minoranze, ha suonato un campanello d’allarme dichiando che «COVID-19 non è solo un questione di salute ma un virus capace di esacerbare la xenofobia, l’odio, l’esclusione». Non stupisce quindi – ha continuato – che politici e gruppi stiano sfruttando la paura intorno alla malattia per trovare capri espiatori nelle loro comunità, facendo volutamente crescere un’ondata di sdegno e violenza nei loro confronti. «Il fatto è – mi fa notare Eva Garau, docente di Storia all’Università di Cagliari e studiosa del rapporto tra immigrazione e identità nazionale – che la ricerca del capro espiatorio avviene a tanti livelli, anche a quelli locali, con politici e amministratori che useranno la pandemia come cavallo di Troia per far passare discorsi d’odio altrimenti stigmatizzabili. Un’assessora del Comune di Cagliari pochi giorni fa ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook prendendosela contro i parcheggiatori abusivi del mercato di San Benedetto secondo lei «immuni alle regole» (cosa che ben evoca, secondo note fake news, la loro presunta immunità genetica al virus), «sprezzanti di ogni senso civico e di rispetto per gli altri e verso loro stessi», potenziali untori, chiedendo quindi contro «questi soggetti» il pugno duro dell’ammistrazione comunale e concludendo il suo post col classico «basta». Dopo cinesi, anziani, bambini, runner – continua Garau – ecco riemergere gli stranieri come pericolo pubblico, da additare allo sdegno e possibilmente alla collera dell’opinione pubblica. Tutto nel nome di una “comprensibile preoccupazione” (a proposito di linguaggio!) che è diventata una specie di formula magica per giustificare, di nuovo, misure di ordine pubblico sul territorio. A danno, ovviamente, dei soggetti più deboli. Anche in questo senso è già cominciata la Fase Due. E non fa ben sperare».

1. «[Hate speech] espressioni... utilizzate per diffondere, propagandare o fomentare l’odio, e la discriminazione e istigare alla violenza nei confronti di un determinato insieme di persone ‘target’, attraverso stereotipi relativi a caratteristiche di gruppo, etniche, di provenienza territoriale, di credo religioso, d’identità di genere, di orientamento sessuale, di disabilità, di condizioni personali e sociali, attraverso la diffusione e la distribuzione di scritti, immagini o altro materiale, anche mediante la rete internet, i social network o altre piattaforme telematiche».

 

La cura delle parole, di Federico Faloppa

1. A proposito del gregge

2. Sul «nemico invisibile» e altre metafore di guerra

3. Tradurre per la vita

4. Lo spazio (linguistico) della cura

5. Un mondo di slogan

 

Immagine: Screenshot tratto da https://www.youtube.com/watch?v=wx1J9OqZGu8


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