26 marzo 2020

Il mutamento (linguistico) del coronavirus

Parole nel turbine vasto

 

Quanto è cambiato il nostro lessico in conseguenza dell’emergenza sanitaria che ha colpito l’Italia, l’Europa e il mondo intero nelle ultime settimane? Lasciando ai virologi il dibattito sulle eventuali mutazioni del virus Sars-CoV-2, ai linguisti non resta che interrogarsi su quanto il coronavirus abbia contribuito al mutamento linguistico nel breve – anzi brevissimo – periodo. Già, perché il coronavirus nel senso del virus specificamente responsabile della pandemia attuale fa la sua comparsa nella stampa italiana soltanto due mesi e mezzo fa, e precisamente l’11 gennaio 2020 sulle pagine di Repubblica a proposito della morte, in Cina, del “primo paziente affetto da polmonite misteriosa”, dietro alla quale “i ricercatori hanno identificato un nuovo tipo di coronavirus.” Il giorno dopo sempre Repubblica informa sull’avvenuta pubblicazione della mappa genetica di un nuovo “virus misterioso, così enigmatico da non avere ancora un nome”, responsabile di una “polmonite virale dalle cause sconosciute” (“Cina: completata mappa genetica del nuovo virus simile a Sars”). Coronavirus non è un neologismo (la prima attestazione nella stampa italiana risale al 1970), ma un termine tecnico da tempo presente nelle nomenclature di biologia e medicina, il nome scientifico di una “vasta famiglia di virus respiratori in grado di provocare un’ampia gamma di patologie, dal comune raffreddore fino a malattie gravi” (v. Enciclopedia Treccani online, s.v.). A differenza dei nomi scientifici di altri virus patogeni per l’uomo (rhabdovirus, poxvirus, paramyxovirus, hepadnavirus ecc.), il termine coronavirus, grazie al modificatore corona, almeno agli italiani sembra semanticamente trasparente (“virus con aspetto a corona”), e i media lo adottano rapidamente come denominazione di un referente unico (il coronavirus, a volte addirittura scritto con l’iniziale maiuscola) preferendolo nettamente a 2019-nCoV, nome scientifico del coronavirus specifico – nel frattempo isolato dai virologi – responsabile della nuova epidemia. Se insomma il termine tecnico, di difficile memorizzazione e palesemente criptico per il pubblico generalizzato del discorso mediatico, è destinato a restare circoscritto al linguaggio settoriale della medicina e della biologia limitandosi a qualche comparsa negli articoli di divulgazione scientifica, l’uso e il significato di coronavirus si estendono rapidamente tanto nel linguaggio giornalistico quanto nell’italiano comune.

 

Dal contesto specialistico al linguaggio giornalistico

 

Non appena si sparge la notizia di una coppia di turisti cinesi risultati positivi durante il loro soggiorno in Italia, coronavirus non designa più genericamente la famiglia dei virus del raffreddore di cui farebbe parte il nuovo virus misterioso isolato in Cina, ma si smarca dal contesto specialistico per formare, nel tipico stile “brachilogico” (cioè abbreviato) del linguaggio giornalistico contemporaneo, sintagmi dal significato sempre più allarmante, da questione coronavirus a psicosi coronavirus fino all’allarme coronavirus e all’attuale emergenza coronavirus. Con l’adozione delle prime misure di prevenzione contro il contagio si coniano anche i primi derivati (anti-coronavirus: “A porre il tema delle misure anti-Coronavirus, in particolare in aeroporto era stata la leghista Mirka Cocconcelli, medico”, 1° febbraio 2020, il Resto del Carlino), mentre il presente si spacca in un pre-coronavirus (“Rispetto al pre-coronavirus siamo scesi al 40%”, 30 gennaio 2020, Il Giorno) e, con un pizzico di ottimismo, un post coronavirus (“Dai prestiti tra privati al factoring, ecco le misure per alimentare la ripresa post coronavirus”, 28 febbraio 2020, La Stampa), o anche in un ante-coronavirus (“E si tratta, appunto, di numeri ante-coronavirus”,  6 marzo 2020, Repubblica) e persino un’era A.C. (“Nessuno è riuscito a vendere Alitalia nell’era A.C., ante-coronavirus”, 9 marzo 2020, Repubblica), cui corrisponde fortunatamente anche un dopo coronavirus (“Insomma, anche il mondo digitale nel dopo Coronavirus sarà probabilmente diverso e non necessariamente migliore”, 16 marzo 2020, Repubblica).

 

Il battesimo scientifico della nuova polmonite

 

Fino all’11 febbraio la polmonite da coronavirus resta senza nome, anzi i media spesso confondono agente patogeno e patologia utilizzando coronavirus per designare entrambi, e non mancano purtroppo nella stampa denominazioni stigmatizzanti come polmonite cinese o polmonite di Wuhan. Sarà l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS o, in originale, World Health Organization, WHO) a fare piazza pulita di ogni etichetta discriminatoria annunciando il nome ufficiale della malattia causata dal coronavirus (nel frattempo ribattezzato anch’esso in SARS-CoV-2). Nasce così Covid-19, acronimo formato unendo le iniziali di “COrona”, “VIrus” e “Disease” e aggiungendo 19, l’anno (2019) in cui la malattia è stata diagnosticata per la prima volta in un essere umano. Il nuovo nome è coerente con le linee guida per la denominazione di nuove malattie infettive pubblicate dall’OMS l’8 maggio 2015, che impongono di evitare nomi di località geografiche, persone, specie animali, cibi, culture, popolazioni o professioni per scongiurare ogni impatto negativo sulle persone coinvolte, privilegiando piuttosto termini descrittivi generici legati ai sintomi, alla stagionalità e all’agente patogeno (le linee guida dell’OMS “WHO issues best practices for naming new human infectious diseases” possono essere consultate cliccando su questo link). Come i nomi ufficiali del nuovo coronavirus, anche Covid-19 sembra inizialmente destinato a restare confinato all’ambito settoriale del discorso scientifico, peraltro senza sfuggire a una certa confusione tra nome del virus e nome della malattia (“un virus proveniente dalla Cina, il cui nome scientifico è Covid-19, ma tutti lo conosciamo come ‘coronavirus’”, 16 febbraio 2020, Il Giorno), ma l’inattesa individuazione del cosiddetto paziente 1 di Codogno e il drammatico dilagare dell’epidemia catapultano coronavirus e covid-19 sulle prime pagine di tutti i giornali italiani. Si comincia col chiamarla la covid-19 (“la malattia”) al femminile o, più frequentemente – e con minore coerenza, il covid-19 al maschile (assimilando la patologia a “il virus”), ma ben presto il numerale di identificazione appara superfluo, e così la polmonite da coronavirus diventa semplicemente il covid (“Il covid ti distrugge soprattutto sul piano psicologico”, 19 marzo 2020, Corriere della sera), e in questa forma comincia a fungere già da base a nuovi composti come no covid  per indicare quei pazienti affetti – anche di questi tempi – da qualcos’altro (“l’ala destra salendo è adibita ai ricoveri no Covid, quella a sinistra […]”, 19 marzo 2020, Il Resto del Carlino). E c’è persino chi – lo scrittore Paolo Giordano per il suo nuovo libro Nel contagio – propone “per semplicità” di abbreviare Sars-CoV-2 (il nome scientifico del coronavirus) in Cov-2: “A Cov-2 non interessa quasi nulla di noi, non la nostra età, non il nostro sesso, non la nazionalità né le nostre preferenze” (23 marzo 2020, Corriere della sera). Insomma, il coronavirus e i suoi effetti dominano ormai il discorso mediatico italiano non solo attraverso i fatti, ma anche nelle parole.           

 

Furbetti e cogl…i

 

Difficile se non impossibile dar conto in maniera esaustiva della grande quantità di neologismi e occasionalismi legati al coronavirus, che compongono inevitabilmente una lista fluida in continuo aggiornamento. Seguendo un criterio linguistico di tipo morfologico possiamo distinguere le neoformazioni fondate sul lessema coronavirus nella sua interezza da quelle che si basano su uno solo dei suoi componenti (di volta in volta corona o virus). Eccezion fatta per i derivati già citati sopra, si tratta soprattutto di composti fra i quali spicca l’immancabile furbetti del coronavirus (“False malattie e ferie forzate, i furbetti del coronavirus”, 4 marzo 2020, Il Giorno), ennesima filiazione del fortunato modulo che ha il proprio capostipite negli ormai storici “furbetti del quartierino” (espressione del romanesco assurta a gloria giornalistico-lessicale nel lontano 2005). E nelle settimane convulse dell’emergenza coronavirus i “furbetti” si susseguono a raffica secondo un meccanismo di “irradiazione deformata” (Serianni) replicabile all’infinito: ecco quindi i furbetti della zona rossa, della spesa, della passeggiata, del test del tampone, delle uscite, delle seconde case, del divieto, del decreto, del contagio, del fine settimana e persino quelli della quarantena, per citare solo alcune delle “variazioni sul tema” attestate sulla stampa più recente. Un caso emblematico di furbetti del coronavirus è quello dei truffatori che hanno messo in piedi, un po’ dappertutto nell’Italia del commercio online, altrettanti coronavirus shop per vendere a prezzi folli migliaia di articoli spacciati da antidoto contro il virus (“Coronavirus shop, anche un mantovano tra i 33 ‘truffatori del web’ individuati dalla Finanza”, 4 marzo 2020, Gazzetta di Mantova). Si basa invece sulla parafonia (cioè sul gioco dell’accostamento di parole fonicamente affini) il neologismo coglionavirus, volgarismo ludico di conio recente per indicare il virus che avrebbe trasformato personaggi pubblici e privati in altrettanti “coglioni” (“Ecco gli effetti del coglionavirus – circola in rete un video in cui un filippino viene aggredito in un supermercato da un balordo che lo ha scambiato per cinese”, 24 febbraio 2020, Dagospia), nonché titolo di un recente ebook di Antonio Giangrande (“Il coglionavirus”).

 

C’è virus e virus

 

Dal punto di vista morfologico coronavirus è un anglismo colto su base latina da interpretare come composto binominale (corona + virus) subordinato con testa semantica a destra (“virus a forma di corona”), secondo un ordine dei costituenti tipico delle lingue germaniche (e del latino), ma estraneo alle lingue romanze, caratterizzate invece dalla testa a sinistra (come in pescespada, “pesce (con il muso) a forma di spada”). Altri virus che hanno occupato in passato la scena mediatica italiana si sono diffusi invece, indipendentemente dai rispettivi nomi scientifici ufficiali, sulla base di denominazioni con testa a sinistra (virus Sars, virus HIV, virus Ebola ecc.). Colpisce quindi nel caso del coronavirus la capacità di produrre neologismi, per quanto effimeri, mantenendo l’ordine dei costituenti del termine di base, ossia conservando la costruzione con la testa a destra virus e sostituendo solo il modificatore corona per formare occasionalismi quali cretinavirus “il virus della cretinaggine” (“Chiediamo la quarantena per i colpiti da cretinavirus”, 19 marzo 2020, Chiamacicittà), il deonimico Fontanavirus per “il virus di Attilio Fontana” (“Fontanavirus: il governatore in quarantena”, 27 febbraio 2020, Il Fatto quotidiano), o anche pauravirus che non designa, appunto, la paura del coronavirus, ma “il virus della/che fa paura” (“Attenzione, siamo infetti da pauravirus”, 27 febbraio 2020, Repubblica) (si noti inoltre, in tutte queste neoformazioni, l’attenzione a mantenere la terminazione in -a del modificatore per analogia con l’originario corona).

 

Arrivano i Coronabond: l’ennesimo corona-fake?

 

Diversa è l’interpretazione morfologica dei tanti neologismi in circolazione su base corona (corona-fake, corona-caos, corona-congedi ecc.). Qui infatti il costituente corona- altro non è che l’accorciamento di coronavirus, proprio come in telefilm il formante tele- altro non è che l’accorciamento di televisione. Il composto coronavirus insomma in un brevissimo arco di tempo è diventato così popolare da risultare immediatamente riconoscibile anche se accorciato in corona (nell’italiano familiare “il corona”), per combinarsi quindi con elementi di diversa provenienza e formare nuovi composti. Solo così possiamo interpretare correttamente neologismi come corona-crisi, che non designa affatto un’ipotetica “crisi della corona” (per esempio della monarchia inglese), ma la “crisi dovuta all’epidemia di coronavirus”, o anche corona-caos (“Corona-caos, cosa cambia per la Roma”, 5 marzo 2020, Il Tempo) come “situazione caotica causata dal dilagare del coronavirus” ecc. Non ci sono limiti alla fantasia combinatoria di parlanti comuni e giornalisti che quotidianamente coniano neoformazioni di questo tipo, spesso ispirati da neologismi paralleli che circolano nelle lingue germaniche. Mi si permetta di citare qui l’esempio del tedesco, la lingua del paese in cui vivo e che, complice la grande ricchezza e produttività dei meccanismi di composizione che la caratterizzano, assiste ogni giorno alla creazione di innumerevoli composti più o meno effimeri di “Corona-”, alcuni dei quali sono già entrati nell’uso informale del tedesco comune anche parlato (si pensi a Corona-Party, festa organizzata da gruppi di giovani incuranti delle misure di distanziamento sociale anti-contagio, o anche a Corona-Ferien per designare, sempre dal punto di vista dei più giovani, le inaspettate “vacanze scolastiche” dovute alla chiusura delle scuole a causa del coronavirus).

Mi piace concludere questa breve ricognizione lessicale con due casi atipici di neoformazione da coronavirus che possono solo parzialmente essere ricondotti ai meccanismi formativi illustrati finora. Il primo è corona-fake, attestato la prima volta su La Stampa il 16 marzo (“Ronaldo preso di mira dal corona-fake durante la quarantena a Madeira”). Il significato è intuitivo (“notizia falsa a proposito del coronavirus”), il meccanismo formativo è quello – abbastanza anomalo – della composizione di due accorciamenti (rispettivamente corona- per “coronavirus” e -fake per “fake-news”). Quanto a coronabond (“Vertice Ue, Conte: «Fondo di garanzia per cure ed economia o coronabond»”, 17 marzo 2020, Il Fatto quotidiano), si tratta invece di una “parola macedonia” (una sorta di incastro di pezzi di parole unite in maniera imprevedibile a formarne una nuova) nata dalla contaminazione di corona(virus) e (euro)bond per indicare un possibile strumento di debito condiviso tra i paesi dell’Ue (appunto “eurobond”) con cui cercare di far fronte alla crisi finanziaria causata dal coronavirus. Ed è una parola macedonia anche l’ultimo nato tra i neologismi del coronavirus: covidiota, contaminazione di covid e idiota, calco dall’anglismo “covidiot” (link) per designare chi ignora stupidamente le misure di sicurezza anti-covid o fa scorte irrazionali di prodotti alimentari incrementando il panico, neoformazione che, pur non essendo ancora attestata sulla stampa italiana, impazza sui social tanto da essere assurta a topic di tendenza su Twitter il 22 marzo scorso.

Non ci è dato sapere quali altre nuove parole ci porterà il discorso mediatico sul coronavirus, non ci resta che auspicare che si tratti di neologismi effimeri legati a un’emergenza di breve – speriamo brevissima – durata.       

 

Immagine: Novel Coronavirus SARS-CoV-2

 

Crediti immagine: NIAID / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)


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