01 aprile 2020

L’Europa e la pandemia: parole di presidenti a confronto

Parole nel turbine vasto

 

Mentre il Presidente della Repubblica è solito parlare a tutti gli italiani nell’ormai abituale messaggio di fine anno (a inaugurare questa tradizione fu – lo ricordiamo – il secondo presidente della Repubblica italiana Luigi Einaudi il 31 dicembre 1949), molto meno usuale è che a rivolgersi direttamente al popolo intero sia il capo del governo. Eppure il dilagare improvviso e travolgente dell’emergenza sanitaria da coronavirus e l’imposizione di misure anti-contagio sempre più drastiche hanno indotto finora (addì 28 marzo 2020) per ben tre volte il presidente del Consiglio dei ministri italiano Giuseppe Conte a indirizzare direttamente la parola ai concittadini in altrettante “dichiarazioni del Presidente riguardanti le misure per il contrasto e la prevenzione della diffusione del coronavirus” (video e testi integrali dei comunicati si possono consultare alla pagina ufficiale del governo italiano; link). Ma con quali parole Conte si rivolge alla gente e quali valori, quali intenti e quali paure si riflettono nelle sue scelte linguistiche?

Se inoltre quella che pure era sembrata inizialmente una forma influenzale grave, ma circoscritta a zone geografiche precise, arriva a diffondersi velocemente su larga scala a livello mondiale (è questo il significato di pandemia) mietendo sempre più vittime, è destinato a salire anche il numero dei capi di stato e di governo che scelgono la via del messaggio alla nazione per comunicare ai rispettivi popoli la gravità dell’emergenza sanitaria e i provvedimenti necessari per gestirla. Le riflessioni che seguono propongono un commento linguistico del primo dei tre discorsi di Conte agli italiani con particolare attenzione alla costruzione del testo e alle scelte stilistiche e lessicali, cui si accompagna un confronto con i discorsi, per molti versi analoghi, rivolti rispettivamente ai propri concittadini dal presidente francese Emmanuel Macron (il 16 marzo 2020) e dalla cancelliera tedesca Angela Merkel (il 18 marzo).   

 

Conte, repetita iuvant

 

Tramontati ormai da oltre un ventennio gli anni in cui i politici italiani tendevano a schiacciare l’elettorato in una posizione di inferiorità e soggezione utilizzando un linguaggio volutamente vacuo, oscuro e reticente (il cosiddetto “politichese”), il 4 marzo 2020 Giuseppe Conte si rivolge a tutta l’Italia con un discorso facilmente comprensibile da chiunque abbia conseguito un diploma di scuola superiore (53/100 i punti sull’indice di leggibilità GULPEASE, link), caratterizzato da periodi brevi – la media è di 18 parole – e da un basso grado di subordinazione (66,1% di frasi principali). Anche i dati relativi al lessico confermano la semplicità del testo, costituito per l’81,6% da parole di uso quotidiano appartenenti al vocabolario di base.

A quest’immediatezza sintattica e lessicale corrisponde però un uso molto sapiente delle figure retoriche e in particolare delle procedure dette “dell’aggiunzione”, basate sulla ripetizione di membri uguali contigui o a distanza. Si pensi alla reduplicazione (anadiplosi), figura retorica che consiste nel ripetere l’ultima parte di un segmento sintattico nella prima parte di quello successivo, fortemente presente fin dall’esordio nel discorso del presidente del Consiglio (“Ma siamo un Paese forte, un Paese che non si arrende”; “Stiamo affrontando la sfida del Coronavirus. Una sfida che non ha colore politico”), fattore di enfasi nonché rinforzo tematico e ritmico in grado di accentuare la solennità e la suggestione evocativa dell’enunciazione. Ma è soprattutto lo schema dell’anafora (meccanismo dell’iterazione di una o più parole all’inizio di segmenti testuali successivi, caratterizzato dalla distanza tra i membri ripetuti) a cadenzare con ricorrenze parallele l’intero discorso (“abbiamo subito messo in atto…/abbiamo sempre agito…”; “dobbiamo fare uno sforzo…/dobbiamo farlo insieme…” e poi ancora “ma dobbiamo essere consapevoli…/dobbiamo continuare a lavorare insieme…/non dobbiamo stravolgere…/dobbiamo assumere…/dobbiamo lavare…”), anafora talvolta inglobata in altri meccanismi retorici come il climax (progressione semantica: “quando il nostro Paese viene colpito, sa rialzarsi , sa fare squadra , sa tornare più forte di prima”) o disposta a chiasmo (segmenti ripetuti e per così dire “incrociati”: “scegliendo sempre la linea della trasparenza, la linea della veritàLa verità è l’antidoto…, la trasparenza il primo vaccino…”). Non mancano le geminazioni (raddoppiamenti di espressioni contigue), repliche identiche o leggermente variate in maniera quasi-sinonimica (“non dobbiamo stravolgere le nostre vite, le nostre abitudini di vita”), le epifore (ripetizioni alla fine di segmenti testuali successivi, “è una situazione straordinaria che necessita di misure straordinarie”), le epanadiplosi (ripetizioni di uno stesso elemento all’inizio e alla fine di un enunciato, “quando questa emergenza sarà terminata… ha affrontato questa emergenza”).

Il ricorso quasi martellante alle figure della ripetizione contribuisce a sottolineare gli elementi ripetuti esaltandone il significato e l’intensità concettuale e conferendo gravità al discorso. Per misurarne la portata e i contenuti è infine utile uno sguardo al lessico e ai dieci sostantivi più frequenti.

Scontato il richiamo all’Italia e ai cittadini (mentre nazione ricorre una sola volta) nel momento in cui, di fronte all’aggravarsi della situazione, si tratta di estendere a tutto il territorio nazionale le misure di contenimento adottate inizialmente per la zona rossa e di fare appello al senso comune di responsabilità e di sacrificio. Colpisce il tentativo di trasmettere un messaggio di forza rappresentando l’epidemia da coronavirus come una sfida da raccogliere e vincere (“è una sfida che va vinta con l’impegno di tutti”) e il Paese come “un Paese forte”, “un Paese che non si arrende”, che “sa rialzarsi” per affrontare “con coraggio, con determinazione questa emergenza”. Quanto alle parole non connotate in senso politico, queste assumono un senso alla luce delle urgenze del momento: emergenza (quasi sempre accompagnato dal deittico questa), situazione, modello, misure, oltre a un nucleo di termini in stretto rapporto con l’aspetto sanitario della problematica attuale: terapia, contagio.  

Merita infine un cenno l’insistenza sulla prima persona plurale tanto nella flessione verbale quanto nell’uso dei possessivi. La parola piena più frequente nell’intero discorso è infatti la forma verbale dobbiamo, significativa non solo in quanto espressione della modalità deontica (lo stato di cose su cui verte l’enunciato è presentato come necessario, obbligatorio), ma anche per l’empatia espressa dalla flessione alla prima persona plurale, con cui Conte si colloca sullo stesso piano (anzi, “sulla stessa barca”, per citare un passaggio del suo stesso discorso) dei concittadini a cui si sta rivolgendo (e non a caso la maggioranza dei verbi flessi in questo discorso è proprio alla prima persona plurale: siamo, stiamo, abbiamo, partiamo, possiamo, starnutiamo ecc.). Sulla stessa linea anche la seconda parola per frequenza assoluta, il possessivo di prima persona plurale nostro (il nostro DNA, il nostro Paese, il nostro obiettivo, il nostro sforzo, il nostro valore…), con cui Conte ribadisce la solidarietà con i propri concittadini.

 

La guerra di Macron

 

Anche il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron ha deciso di comunicare alla nazione, il 16 marzo 2020 alle 20, l’ulteriore stretta delle misure anti-covid in un discorso a reti unificate (scaricabile in versione integrale a questo indirizzo, link). Un intervento resosi necessario soprattutto alla luce della palese inefficacia dei provvedimenti adottati dal governo francese solo pochi giorni prima: nonostante scuole e università fossero già state chiuse, durante il fine settimana i cittadini si erano riversati nei parchi, nei mercati e nei ristoranti, incuranti dell’emergenza e delle restrizioni in vigore. Il discorso di Macron, di difficoltà media secondo gli indici di leggibilità “Translated Labs” (link), è decisamente più esteso di quello di Conte (21:25 minuti contro i 5 del comunicato del presidente del Consiglio italiano), e presenta una notevole densità retorica. A parte l’impiego rigoroso della doppia flessione (femminile e maschile: voglio salutare calorosamente le francesi e i francesi “Je veux saluer chaleureusement les Françaises et les Français” o ancora l’insieme delle lavoratrici e dei lavoratori “l’ensemble des travailleuses et des travailleurs”) nel pieno rispetto linguistico della parità di genere secondo le convenzioni della scrittura inclusiva, tema particolarmente sentito e discusso in Francia, anche il discorso di Macron, come quello di Conte, si caratterizza dal punto di vista stilistico soprattutto per l’insistenza sulle figure retoriche della ripetizione e dell’accumulazione. Particolarmente frequente è il ricorso all’enumerazione asindetica (che fa a meno cioè di congiunzioni coordinanti: gli asili, le scuole elementari, le scuole medie, i licei, le università “les crèches, les écoles, les collèges, les lycées, les universités”; la cultura, l’educazione, il senso delle cose “la culture, l’éducation, le sens des choses”; energia, determinazione, solidarietà “énergie, détermination, solidarité”; o anche, con amplificazione sinonimica, in funzione dei bisogni, delle realtà economiche, delle necessità “en fonction des besoins, des réalités économiques, des nécessités”). L’enumerazione è una figura retorica della distribuzione che tende ad accrescere la percezione analitica degli oggetti del discorso, e che, nella comunicazione di Macron, sortisce spesso un effetto di sottolineatura enfatica grazie alla collocazione per ultimo del membro contenente la nozione sovraordinata (tutti gli attori politici, economici, sociali, associativi, tutti i francesi “tous les acteurs politiques, économiques, sociaux, associatifs, tous les Français”; il nostro personale sanitario, i nostri vigili del fuoco, l’insieme degli attori della protezione civile “nos personnels soignants, nos sapeurs-pompiers, l’ensemble des acteurs de la sécurité civile”).

Anche il discorso di Macron, come quello di Conte, è scandito dalle anafore, alcune delle quali ripetute in maniera quasi ossessiva: “Je veux (ce soir)…” – stasera voglio… ringraziare, salutare, congratularmi, dire, rassicurare, e quindi “Je vous demande” – vi chiedo… di restare a casa, di mantenere la calma, degli sforzi, dei sacrifici, di essere responsabili. I membri delle anafore ripetuti a distanza, in un gioco continuo di repliche e di rimandi incrociati, fungono da vere e proprie cornici per i segmenti di testo che costituiscono le diverse tappe dell’intero discorso, e ne garantiscono così la coesione. Delle tante iterazioni, reduplicazioni, geminazioni che compongono il tessuto della dichiarazione di Macron, quella decisiva è collocata sapientemente intorno alla metà del testo (al minuto 9:43) e funge da vero e proprio spartiacque, ripetuta dal presidente francese per ben sette volte fino alla conclusione del suo discorso: “Nous sommes en guerre” – Siamo in guerra. Una guerra sanitaria certo (“guerre sanitaire certes”), contro un nemico invisibile, inafferrabile (“l’ennemi est là, invisible, insaisissable”), ma che continua ad avanzare (“et qui progresse”).

Attorno alla metafora della guerra, anticipata per antitesi già nei primi minuti del comunicato dalla menzione delle misure eccezionali e temporanee introdotte in tempo di pace (“en temps de paix”), ruota tutta la seconda metà del discorso, come dimostra anche il lessico militare adottato: il lottare, l’esercito (“Nous ne luttons ni contre une armée, ni contre une autre nation”), il nemico che avanza (“ennemi […] qui progresse”), la necessità di una mobilitazione generale (“mobilisation générale”), il combattimento giorno e notte contro l’epidemia (“le combat contre l’épidémie, de jour comme de nuit”), i sanitari in prima linea (“en première ligne dans un combat qui…”; “en première ligne dans la gestion de la crise”), la loro abnegazione patriottica (“abnégation patriote”), persino la Nazione (che) sosterrà i suoi figli (“la Nation soutiendra ses enfants”), oltre alla promessa, stavolta fuor di metafora, dell’allestimento di un ospedale da campo del servizio sanitario dell’esercito (“hôpital de campagne du service de santé des armées”).  

A parte la frequenza della parola-chiave “guerre” (guerra), tra i termini più frequenti figurano ai primi dieci posti anche qui, come per l’italiano, il riferimento ai concittadini compatriotes”, alla Francia France” e ai suoi abitanti (“Français”), a sottolineare il ruolo del sentimento di appartenenza nazionale nella gestione dell’emergenza da coronavirus (non a caso l’intero discorso di Macron termina con l’esortazione “Vive la République! Vive la France!”). Alle istituzioni dello Stato vanno ricondotti i sostantivi “gouvernement” (governo) e “services” (uffici), mentre “soir” (sera) e “jours” (giorni) fanno riferimento all’immediato del discorso di Macron (pronunciato appunto di sera) e dell’urgenza presente e futura (si noti anche come l’avverbio utilizzato più spesso sia “demain”, domani). Infine anche per il francese due dei termini più frequenti sono esplicitamente legati al carattere sanitario dell’emergenza: “virus” e “hôpital / hôpitaux” (ospedale/-i).

 

Lo stile sobrio di Angela

 

A ragione i media tedeschi hanno definito storica la portata del discorso alla nazione pronunciato da Angela Merkel il 18 marzo 2020: come lei stessa sottolinea (mi rivolgo oggi a voi in questo modo insolito “Ich wende mich heute auf diesem ungewöhnlichen Weg an Sie”), nei suoi 15 anni di mandato la cancelliera tedesca non aveva mai scelto prima il discorso televisivo per parlare direttamente ai suoi concittadini. A differenza di Conte o Macron, il primo obiettivo di Merkel non è annunciare nuove misure di contenimento del contagio (si ricordi che, essendo la Germania uno stato federale, le decisioni di questo tipo vanno coordinate a livello regionale), ma comunicare la serietà della situazione spiegando le motivazioni delle restrizioni già in vigore (come la già avvenuta chiusura di scuole e università) e preparare una base razionale di consenso a eventuali misure di là da venire. Anche dal punto di vista stilistico il suo discorso si differenzia notevolmente da quelli dei partner italiano e francese risultando a primo ascolto meno altisonante e meno costruito. Come già Macron, anche Merkel è attentissima a usare un linguaggio che rispecchi la parità di genere (care concittadine, cari concittadini “Liebe Mitbürgerinnen, liebe Mitbürger”; ognuna e ognuno “jede und jeder”). Il suo discorso si vale di una gamma più ampia di figure retoriche sia di parola che di pensiero, ma senza insistere in maniera particolare su nessuna di esse, per uno stile complessivamente sobrio e equilibrato. Fa un uso moderato delle figure della ripetizione, funzionali soprattutto alla ripresa e alla coesione testuale: se quindi la parte iniziale del suo discorso si conclude con l’epifora “Es ist ernst. Nehmen Sie es auch ernst” (La situazione è seria. Prendetela anche voi sul serio), lo stesso elemento viene ripetuto ancora soltanto una volta alla fine dell’intera comunicazione (“Diese Situation ist ernst”, questa situazione è seria), chiudendola così come in un cerchio e conferendole compattezza e equilibrio. Allo stesso modo singole riprese anaforiche legano tra loro segmenti testuali contigui (vorrei spiegarvi…, vorrei anche trasmettervi…, “Ich möchte Ihnen erklären…, Ich möchte Ihnen auch vermitteln”; So quanto è drammatico…, so quanto è duro, “Ich weiß, wie dramatisch…, Ich weiß, wie hart…”; sono restrizioni…, restrizioni del genere sono…, “Es sind Einschränkungen…, sind solche Einschränkungen…”; già adesso ci sono molte forme creative…, già adesso ci sono nipoti…, “Schon jetzt gibt es viele kreative Formen…, schon jetzt gibt es Enkel…”) senza mai assumere un ritmo martellante né emanare enfasi.

Tra le figure di pensiero spiccano alcune antitesi (contrapposizione di idee in costrutti paralleli): le provviste sono sensate, l’accaparramento è insensato, “Vorratshaltung ist sinnvoll, […] Hamstern ist sinnlos”, o anche Non si può rinunciare a nessuno. Contano tutti, “Niemand ist verzichtbar. Alle zählen”. Quanto alla rilevanza terminologica, le dieci parole piene più frequenti nel discorso di Angela Merkel disegnano un quadro da cui emergono la preoccupazione per la serietà (serio ernst”) della difficile (“schwer”) situazione (“Situation”) attuale, e la massima priorità del governo federale (“Bundesregierung”), quella di salvare vite (“Leben retten”) umane (essere umano Mensch/-en”), cercando di guadagnare tempo (“Zeit”) nei confronti della propagazione del virus (“Virus” e “Coronavirus”) grazie alle restrizioni (“Einschränkungen”) imposte alla collettività (“Gemeinschaft”).  

 

Conte, Macron, Merkel: una strategia discorsiva comune?

 

I tre discorsi alla nazione analizzati in questo breve articolo prendono le mosse da un’urgenza comune e sono riconducibili a situazioni comunicative analoghe. Ciononostante, presentano caratteristiche in parte anche molto diverse. La metafora bellica che costituisce la chiave di lettura del discorso di Macron è assente dalle dichiarazioni dei suoi omologhi europei: Merkel utilizza una sola volta un’espressione di tipo militare (in prima linea in questa battaglia “in diesem Kampf in der vordersten Linie”), Conte non vi ricorre affatto, preferendo alla metafora della guerra quella della nave da manovrare tra i flutti: Siamo sulla stessa barca. Chi è al timone ha il dovere di mantenere la rotta, di indicarla all’equipaggio.

Tra le parole chiave comuni a tutti e tre i discorsi figura la linea della trasparenza (fr. “l’information est transparente”, ted. “transparent machen”) da opporre a diffidenze e complottismi (fr. voci false, pseudo-esperti e finti saggi “fausses rumeurs […], demi-experts ou les faux-sachants”, ted. “Gerüchten”). Diverso è invece il peso conferito agli esperti: mentre Conte si riferisce solo una volta alle valutazioni del comitato tecnico-scientifico, Macron cita ripetutamente il parere degli esperti (“scientifiques”) a sostegno delle sue decisioni, e Merkel menziona spesso e in maniera esplicita l’attività di ricerca (“es wird geforscht”; “die Forschung”) e di consulenza di scienziati e virologi di varia provenienza (“mit den Experten […] und anderen Wissenschaftlern und Virologen”). Anche virus, che pure è la causa scatenante dell’emergenza, costituisce una parola chiave ricorrente nei discorsi di Merkel e Macron, ma è attestato solo due volte (sempre nella forma specifica coronavirus) nel discorso di Conte. Resta da segnalare la scarsità di riferimenti all’Europa. In tutti e tre i discorsi l’emergenza nazionale lascia poco spazio alle preoccupazioni per l’Unione: all’inizio di marzo Conte si affida al suo sostegno (L’Europa dovrà venirci dietro e sostenere questo nostro sforzo), a metà mese a Merkel e Macron non resta che annunciare l’incremento dei controlli (“verschärften Grenzkontrollen zu einigen unserer wichtigsten Nachbarländern”) e la chiusura temporanea delle frontiere e dello spazio Schengen (“les frontières à l’entrée de l’Union européenne et de l’espace Schengen seront fermées”).

 

 

Parole nel turbine vasto di Daniela Pietrini

 

1. Il mutamento (linguistico) del coronavirus (link)

 

Immagine: "E guarirai da tutte le malattie..ed io, avrò cura di te", (Dio blocca il Coronavirus COVID-19 sull'Italia e sul mondo), china su graphia, opera dell'artista Giovanni Guida, 2020. Illustration "God fights the Coronavirus"

 

Crediti immagine: Giovanni Guida / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)

 


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