18 maggio 2020

Parola di medico: tecnicismi e divulgazione nel discorso sul coronavirus

Parole nel turbine vasto

 

Nella mediatizzazione della crisi sanitaria attuale un posto di rilievo spetta agli esperti, prevalentemente virologi, epidemiologi, infettivologi, immunologi, ma anche medici pneumologi, anestesisti, ricercatori in biotecnologie, e tutta una nutrita schiera di specialisti che la stampa italiana, con un calco poco felice dall’inglese “scientist”, definisce genericamente scienziati (“Appello di 150 scienziati: è l’ora dei tamponi a tappeto”, 5 maggio 2020, Repubblica; “Bar, scuola e stranieri: le regole degli scienziati per ripartire”, 9 maggio 2020, Corriere della sera). Che rivestano il ruolo di esperti o anche di semplici testimoni, nelle ultime settimane sono soprattutto i medici a prendere la parola per illustrare, sulla stampa come in tv e nelle reti sociali, i meccanismi di diffusione del virus, i dispositivi per contenerlo, le terapie per curarlo, gli strumenti per diagnosticare l’infezione o l’avvenuta guarigione, i progressi nella ricerca del vaccino, o anche soltanto per raccontare l’esperienza quotidiana in uno dei cosiddetti reparti covid. Tra le caratteristiche linguistiche della pandemia da Covid-19 non figura pertanto solo una sorta di “lessico globale del coronavirus” nel senso della presenza di molteplici denominazioni parallele degli stessi oggetti e concetti in lingue diverse (cfr. Pietrini 2020), ma anche un ampio corredo di termini specialistici diventati repentinamente di uso comune. Le riflessioni che seguono sono dedicate – senza pretese di esaustività – proprio ad alcune di queste nozioni di origine medico-specialistica filtrate dalla comunicazione scientifica al discorso giornalistico sul coronavirus (e di qui in parte al linguaggio comune), e ai fenomeni testuali che ne caratterizzano i procedimenti di divulgazione.

 

La scienza medica nella stampa generalista

 

La voce del medico non è certo una componente nuova nel discorso giornalistico, che vi ricorre in maniera periodica, quasi “stagionale”, per discutere di allergie in primavera, dei pericoli di un’esposizione prolungata al sole d’estate, di influenza al sopraggiungere della stagione fredda, cui si aggiungono i pareri degli esperti sull’importanza delle vaccinazioni, i consigli per un’alimentazione sana ecc. Eppure, per quanto la medicina tocchi argomenti vicini alla nostra sensibilità, gli interventi dei medici nella stampa generalista superano solo raramente i confini delle rubriche espressamente dedicate a temi quali salute, benessere e prevenzione. La presenza permanente e quasi esorbitante degli esperti della salute nel discorso mediatico contemporaneo sul coronavirus costituisce quindi un fattore di novità assoluta: per finalità, metodo e circostanze materiali della comunicazione il discorso scientifico è infatti profondamente diverso da quello mediatico, che si propone principalmente non solo di informare, ma anche di catturare l’attenzione di un pubblico il più ampio possibile di destinatari eterogenei. Perché il discorso scientifico trovi spazio in quello giornalistico deve quindi trattare fatti scientifici considerati eccezionali, che tocchino il destino umano o pongano problemi di ordine morale o etico, e soprattutto che siano suscettibili di avere un impatto immediato sulla vita quotidiana degli individui (cfr. Charaudeau 2008, p. 20). È quindi l’eccezionalità della pandemia da Covid-19 nel senso della portata inaudita della crisi sanitaria innescata dal coronavirus a giustificare l’attuale onnipresenza mediatica della comunità scientifica medica, che si traduce in una straordinaria frequenza di testi divulgativi di ambito medico sui giornali. Tanto i medici stessi quanto i giornalisti si producono in un’intensa attività di divulgazione, intesa come “esposizione, aliena da tecnicismi e da oscurità, diretta a un pubblico vasto, di media cultura” (NDO 2019). Nonostante gli sforzi di sostituire il vocabolario tecnico-scientifico con un lessico chiaro e trasparente, impliciti nel concetto stesso di divulgazione giornalistica, il trasferimento di contenuti scientifici nei termini ordinari della stampa di informazione quotidiana non può prescindere dall’impiego di una certa terminologia che finisce con il mescolarsi a elementi del linguaggio comune determinando un progressivo avvicinamento tra le due varietà di lingua (lingua speciale e italiano comune). La presenza costante della terminologia medica nel discorso mediatico sul coronavirus favorisce quindi la memorizzazione di alcuni termini del lessico specialistico determinandone la conoscenza attiva e l’uso sempre più consapevole anche al di fuori del giornalismo eminentemente divulgativo.

 

C’è sintomo e sintomo

 

Una parte cospicua dei termini specialistici del linguaggio medico più frequenti nella stampa delle ultime settimane riguarda i sintomi della malattia. Come ormai ben sappiamo, i sintomi di Covid-19 sono poco specifici e facili da confondere con quelli di un’influenza comune. Se febbre, tosse secca, dolori articolatori, stanchezza non possono essere certo considerati termini tecnici, diverso è il caso della difficoltà respiratoria, per indicare la quale fa capolino sulle pagine dei giornali il termine dispnea (“Febbre, dispnea e tosse sono i sintomi che caratterizzano il Covid-19”, 7 aprile 2020, Corriere della sera). Per quanto non manchino gli esempi in cui il termine, secondo la prassi della scrittura divulgativa, è accompagnato da glosse esplicative (“Tutti i cittadini con febbre, mal di gola e dispnea, cioè difficoltà a respirare, […]”, 21 marzo 2020, Corriere della sera), dispnea è usato spesso, soprattutto negli articoli più recenti, senza ulteriori chiarimenti, a riprova di un’acquisita dimestichezza anche terminologica con i sintomi da Covid-19 (“Ma oggi tutti i pazienti covid hanno la dispnea”, 23 aprile 2020, Corriere della sera). A rendere meno criptico e più facilmente memorizzabile dispnea contribuisce probabilmente anche la presenza, nel tecnicismo, dell’elemento formativo di origine greca -pnea (πνέα) per ‘respiro’, facilmente associabile anche al più comune apnea.

Diverso è il caso dell’anosmia e della disgeusia, cioè della perdita dell’olfatto e del gusto, anch’esse considerate sintomi dell’infezione da coronavirus. Tali termini infatti compaiono negli articoli sul coronavirus solo sporadicamente nei discorsi riportati attribuiti a specialisti, e vengono sempre accompagnati da parafrasi esplicative (“Negli ultimi giorni abbiamo ricevuto varie segnalazioni e abbiamo visto nei nostri pazienti casi di anosmia (alterazione dell’olfatto, ndr) e di disgeusia (alterazione del gusto, ndr) – conferma Massimo Galli, ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano e primario del reparto di Malattie infettive III dell’Ospedale Sacco”, 17 marzo 2020, Corriere della sera). Nel caso dell’anosmia e della disgeusia, il termine tecnico appare troppo ricercato per la comunicazione mediatica della stampa informativa quotidiana che, fatta eccezione di alcuni articoli pubblicati nelle rubriche di divulgazione sanitaria, preferisce abbandonare il tecnicismo per ricorrere direttamente a parafrasi in italiano comune quali “perdita di gusto e olfatto”, “non sentire più sapori e odori” ecc. (“La febbre non è alta. Non ci sarà perdita di olfatto né di gusto”, 22 aprile 2020, La Stampa).

Ma il termine medico relativo alla sfera dei sintomi della malattia che più di tutti ha varcato i confini del lessico specialistico per diffondersi nell’italiano comune è asintomatico. Il termine, derivato di “sintomatico” con il prefisso a- privativo, significa nel linguaggio della medicina ‘che non presenta sintomi’ e non è certo un neologismo (i più comuni dizionari dell’italiano ne collocano la prima attestazione nel 1933). Nel discorso sul coronavirus il termine asintomatico è assurto a vera e propria parola chiave dato il ruolo svolto nella trasmissione del virus dalle persone infettate che, non presentando alcun sintomo, contribuiscono a loro insaputa a diffondere il contagio. Per designare l’“individuo che ospita microrganismi patogeni senza presentare alcuna sintomatologia morbosa”, risultando così particolarmente pericoloso dal punto di vista epidemiologico, l’italiano disponeva già dell’espressione portatore sano. La diffusione repentina e capillare di asintomatico – a scapito di portatore sano – costituisce una sorta di ribaltamento di prospettiva per la sovrapposizione di un termine specialistico a una locuzione già attestata anche nel linguaggio comune e ben più trasparente, sancendo così l’ulteriore tecnicizzazione del discorso stesso. Non a caso negli articoli di giornale che ricorrono a entrambe le espressioni è asintomatico a configurarsi come termine appropriato (non marcato), mentre portatore sano sembra relegato al ruolo di etichetta connotativa profana, talvolta segnalata anche tipograficamente dalle virgolette (“Quanti sono gli asintomatici del coronavirus? […] Cina e Stati Uniti allarmati dai «portatori sani»”, 7 aprile 2020, Corriere della sera), in un progressivo rovesciamento delle strategie di parafrasi e riformulazione tipiche dei procedimenti di divulgazione.

 

Di tubi, caschi e ventilatori

 

Il racconto mediatico dell’epidemia da coronavirus consta anche dei resoconti di medici e infermieri che prestano servizio nei pronto soccorso e nei reparti dedicati ai malati di Covid-19 e delle testimonianze di pazienti e “guariti”, messi in scena secondo le strategie di drammatizzazione dell’evento narrato tipiche del discorso giornalistico. È in questo contesto che trovano spazio alcuni termini specialistici di origine medica relativi ai dispositivi utilizzati nelle strutture ospedaliere per far fronte all’emergenza sanitaria.

Dal momento che l’infezione da coronavirus aggredisce soprattutto i polmoni, gli strumenti medici per contrastare l’insufficienza respiratoria causata dal virus trovano ampio spazio sulle pagine della stampa. Tra questi spicca il sistema CPAP, impiegato per sopperire alle difficoltà respiratorie dei pazienti affetti da Covid-19 in terapia sub-intensiva (“Il personale viene istruito anche sull’uso della Cpap, una specie di casco trasparente che aiuta i pazienti meno gravi a respirare meglio”, 9 marzo 2020, Corriere della sera). L’acronimo CPAP sta per Continuous Positive Airway Pressure e designa un processo per la ventilazione meccanica a pressione positiva continua applicabile a strumentazioni differenti (boccaglio, mascherina ecc.) a seconda della gravità delle patologie. Nel discorso divulgativo attuale la mediatizzazione del sistema di ventilazione meccanica CPAP si realizza accompagnando l’acronimo (di genere oscillante tra il maschile e il femminile) con una glossa esplicativa basata sul lessema di uso comune casco: “casco con/per l’ossigeno”, “casco ventilatore” ecc. (“Va nel reparto di otorinolaringoiatria riconvertito per la nuova emergenza e finisce con la Cpap, il casco con l’ossigeno”, 10 aprile 2020, Corriere della sera; “I giorni più brutti sono stati quelli sotto il Cpap, il casco ventilatore”, 6 marzo 2020, Corriere della sera). Il sintagma casco CPAP è presente in numerosi articoli dedicati ai racconti di medici e malati (“Il paziente si intravede appena, sdraiato sulla barella e con il capo coperto da un casco cpap”, 26 marzo 2020, Corriere della sera; “Ho evitato la rianimazione, ma ho passato due giorni con il casco cpap”, 30 marzo 2020, Corriere della sera) e contribuisce così alla popolarizzazione del termine e del macchinario. Ben presto l’acronimo del linguaggio medico tende a scomparire dal linguaggio giornalistico in favore della locuzione pseudotecnica casco respiratore (“Sono sempre più in carenza di ossigeno e mi mettono il casco respiratore”, 16 aprile 2020, Repubblica) e soprattutto della variante ellittica casco (“parte di pazienti intubati e parte sotto casco”, 3 marzo 2020, Repubblica; “finisce per ore sotto il casco attaccata all’ossigeno”, 12 maggio 2020, Corriere della sera).

Un altro tecnicismo del linguaggio medico-ospedaliero diffuso nel linguaggio giornalistico delle ultime settimane è ventilatore, “apparecchio per la respirazione polmonare assistita o controllata” (NDO 2019, s.v.), attestato anche nella variante ventilatore polmonare (“Già oggi devono decidere chi attaccare al ventilatore e chi no”, 8 marzo 2020, Repubblica; “Vedevo tutti i macchinari e lì ho avuto un momento di disperazione quando mi hanno attaccato il ventilatore polmonare”, 14 aprile 2020, Corriere della sera).

Sembra delinearsi nel discorso giornalistico sul coronavirus una sorta di divaricazione: mentre ventilatore polmonare e CPAP/casco cpap conservano generalmente il valore di tecnicismi impiegati nella prosa divulgativa per informare in maniera il più possibile rigorosa e univoca su alcune pratiche ospedaliere nei reparti covid, le forme ellittiche casco e ventilatore – complice anche la loro appartenenza al lessico comune dell’italiano – vanno inquadrate piuttosto nella drammatizzazione del reale tipica del discorso mediatico. Più che accrescere la precisione informativa sui dispositivi messi in atto per contrastare l’insufficienza respiratoria, lessemi come casco o ventilatore contribuiscono a mettere in scena le angosce e le emozioni degli individui travolti dal virus, “attaccati a un ventilatore” o costretti “sotto al casco”. È in questo senso che va interpretata anche la frequenza mediatica di due verbi di ambito medico relativi anch’essi alle procedure di supporto alla respirazione: intubare (“In coma, Giovanni. E intubato”, 25 aprile, Corriere della sera) e estubare (“il sovrintendente viene estubato ed è il segnale della rinascita”, 14 aprile, Corriere della sera; “il primo paziente estubato è stato vissuto come un piccolo traguardo”, 15 aprile, La Stampa).

 

L’"iperimmunità" dei guariti

 

Dopo settimane di concentrazione mediatica sulle “goccioline respiratorie” (cosiddetto droplet), oggi è il sangue a monopolizzare l’attenzione di giornalisti e divulgatori. Tra le tante terapie sperimentate nel trattamento dei pazienti affetti da Covid-19, figura anche la plasmaterapia. Il termine (composto N+N con testa a destra plasma + terapia ‘terapia a base di plasma’), attestato per la prima volta nella stampa italiana il 2 aprile 2020 (“è così entrata nel vivo al Policlinico di Pavia la sperimentazione della plasmaterapia”, 2 aprile 2020, Corriere della sera e Repubblica), indica una terapia sperimentale basata sulla somministrazione al paziente di plasma immunizzato, cioè prelevato da soggetti che, avendo già superato la malattia, hanno sviluppato gli anticorpi per neutralizzare il virus. L’uso giornalistico del termine plasmaterapia resta finora circoscritto a notizie brevi o testi in rubriche riservate a temi medici, sostituito nella prosa giornalistica di informazione da perifrasi che sciolgono il composto nelle sue componenti nominali rendendole con termini di uso comune, per cui plasmaterapia diventa la cura al plasma (“l’Emilia-Romagna potrebbe sperimentare la “cura al plasma” per i malati di coronavirus, che consiste nel fare una trasfusione del plasma dei guariti dal Covid”, 9 maggio 2020, Repubblica).

Il linguaggio medico definisce iperimmune il sangue (o una sua parte) con un alto contenuto di anticorpi, ricavato da soggetti che hanno superato una malattia infettiva. Il prefisso di intensificazione iper- attribuisce al tecnicismo medico iperimmune una carica espressiva che lo proietta al centro dell’attenzione della stampa, ed è infatti soprattutto intorno al plasma immunizzato che ruota gran parte delle testimonianze dei pazienti curati con la plasmaterapia riportate dai giornali. Per rendere accessibile al pubblico eterogeneo dei lettori la realtà scientifica del plasma iperimmune (detto anche sangue / siero iperimmune), il discorso mediatico divulgativo ricorre a diversi procedimenti di semplificazione e di trasposizione lessicale, dalla riesposizione esplicativa del termine medico (“il plasma iperimmune, cioè che viene dal sangue di pazienti che sono stati contagiati e sono guariti”, 4 maggio 2020, Corriere della sera) all’aggiunta di ulteriori specificazioni (“il «siero iperimmune», cioè con il plasma dei malati già guariti, ricco di anticorpi in grado di combattere l’infezione”, 7 maggio 2020, Corriere della sera), fino alle glosse metalinguistiche per evidenziare lo scarto tra il linguaggio scientifico e quello dei lettori comuni (quelle «sacche miracolose», come lei chiama il sangue iperimmune”, 12 maggio, Corriere della sera).

Si basa invece su un calco dall’inglese “Convalescent Plasma (Therapy)” l’espressione plasma da convalescenti (“L’uso del plasma da convalescenti come terapia per Covid-19 è oggetto di studio in diversi paesi del mondo”, 6 maggio 2020, Corriere della sera). L’inglese “convalescent plasma” diventa nella stampa italiana anche plasma convalescente (“Ilaria Capua: Dal plasma convalescente rischi come epatite e choc anafilattico”, 6 maggio 2020, Il Messaggero) in base a una falsa resa sintattica dell’inglese “convalescent”, interpretato come aggettivo qualificativo e non come aggettivo di relazione (da rendere in italiano con un sintagma preposizionale “da/di un convalescente”). In questo contesto emerge anche la tendenza a umanizzare il lessico specialistico per avvicinarlo al pubblico eterogeneo dei giornali, per cui il plasma degli ex pazienti ormai immunizzati diventa non solo “plasma convalescente”, ma soprattutto il sangue dei guariti (“terapia a base di «plasma convalescente», il cosiddetto sangue dei guariti”; “Il Veneto sperimenta la cura con il sangue dei Guariti” ecc.).

Anche immunità è un termine niente affatto sconosciuto all’italiano comune come a quello giornalistico, ma eravamo abituati a concepirlo nel senso giuridico-politico dell’insieme di privilegi e garanzie di indipendenza concessi ai parlamentari, ai diplomatici ecc. L’immunità  al centro del discorso giornalistico attuale sul coronavirus è invece un termine del linguaggio medico che designa la capacità di resistenza, congenita o acquisita, di un organismo all’azione di determinati germi patogeni (NDO 2019, s.v.). Ed è a quest’accezione che si riferisce patente di immunità, neoformazione giornalistica che indica un ipotetico tesserino di certificazione dello stato immunitario di una persona (“l’idea è di dare una sorta di patente di immunità ai soggetti nei quali si riscontreranno gli anticorpi al coronavirus”, 1° aprile 2020, Corriere della sera). La locuzione, fondata sull’accostamento di un termine del lessico specialistico (immunità) con un elemento dell’italiano comune (patente), è un ulteriore esempio della relazione tra scienza e società che il discorso divulgativo contribuisce a consolidare.

 

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Ci scusiamo per eventuali imprecisioni di ordine medico nella descrizione di termini e fenomeni, teniamo a ribadire che le riflessioni esposte in quest’articolo sono di natura esclusivamente linguistica.

 

 

Testi citati

Charaudeau, Patrick (a cura di) (2008): La médiatisation de la science. Clonage, OGM, manipulations génétiques, Bruxelles: de boeck.

NDO 2019: Nuovo Devoto-Oli. Il vocabolario dell’italiano contemporaneo 2019, Devoto / Oli / Serianni / Trifone, volume e edizione digitale, Firenze: Le Monnier.

Pietrini, Daniela (2020): Ritorno al futuro ovvero le parole della normalità, Istituto della Enciclopedia Italiana, Treccani.it (Lingua Italiana), 4 maggio.  

 

Parole nel turbine vasto, di Daniela Pietrini

1. Il mutamento (linguistico) del coronavirus

2. L’Europa e la pandemia: parole di presidenti a confronto

3. Non è distanza sociale!

4. #ioscrivodacasa ovvero la pandemia social

5. Una risata al giorno: i meme della quarantena

6. Ritorno al futuro ovvero le parole della normalità

 

Crediti immagine: Mehr News Agency / CC BY (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)

 

 


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