28 maggio 2020

L’Europa in maschera… anzi, in mascherina

Parole nel turbine vasto

 

Dapprima introvabili (“Panico da virus: le mascherine (prodotte a Bologna) sono introvabili”, 31 gennaio 2020, Corriere della sera), quindi di Stato (“Il grande bluff delle mascherine di Stato”, 7 maggio 2020, L’Espresso), obbligatorie (“Mascherine obbligatorie per la ripartenza”, 15 aprile 2020, La Stampa) e talvolta persino griffate e “fashion” (“Mascherine fashion indossate da star e influencer”, 27 aprile 2020, Il Fatto Quotidiano), fin dall’inizio della crisi sanitaria le mascherine hanno conquistato un posto di rilievo nel discorso sul coronavirus. È quindi proprio a maschera e al derivato mascherina, dall’etimologia della parola agli usi più recenti, che sono dedicate le riflessioni che seguono.

 

Dalle streghe al teatro

 

L’etimologia del termine maschera è incerta e tutt’altro che pacifica. L’ipotesi più accreditata è quella del prestito germanico medioevale: seguendo la ricostruzione di Nocentini (2010, s.v.), maschera deriverebbe dal germanico *maska ‘spettro, essere demoniaco e spaventoso’, attestato – come equivalente del latino striga ‘strega’ – dapprima nell’Editto di Rotari (prima raccolta scritta delle leggi dei Longobardi, promulgato nel 643 d.C.) nella forma latina masca e più tardi nella forma latina medioevale mascara. Questo primo significato, molto lontano da quello odierno, è confermato dall’occitano masca ‘strega’ (sec. XIV) e si ritrova anche nei dialetti ligure e piemontese, ma non nei testi in volgare del XIV secolo. In tutto il Duecento e il Trecento infatti, a parte alcuni commenti danteschi in cui è glossa di ‘larva’, maschera significa solo ‘oggetto che ricopre del tutto o parzialmente il viso e la testa’, che rappresenta generalmente un volto antropomorfo o zoomorfo e si indossa per trasformare il proprio aspetto, durante una festa o, in riferimento ai tempi antichi, durante una rappresentazione teatrale (v. TLIO, s.v.). La prima  attestazione del termine non è, come riportato erroneamente da diversi dizionari etimologici, il Decameron di Boccaccio (“e messagli una catena in gola e una maschera in capo [...]”), ma un commento anonimo ai Rimedi d’Amore di Ovidio (volgarizzamento B): “Erano i teatri i luoghi dove i poeti ricetavano dinanzi al populo loro libri con maschere e drappi ric[c]hissimi ornati, sì come inanzi è scritto nel capitolo de’ poeti”. Dalla maschera facciale o che nasconde completamente la testa si passa, per estensione, al travestimento di tutta la persona e quindi al valore semantico di ‘persona mascherata’ (Castiglione, 1529: “Io mi piglio piacer, quando son maschera, di burlar frati”).

Quanto all’accezione originaria del termine, solo a partire dal Quattrocento si trova qualche attestazione di maschera nel senso di ‘apparizione maligna, ossessionante, che turba e sconvolge l’animo; strega, fantasma, spirito maligno’ (v. GDLI s.v.), per esempio in Leon Battista Alberti (“per asuefarli a non temere né credere le maschere e favole delle vecchie”) o in Pietro Aretino (“che in coscienza fariano paura a le maschere”).

Maschera è oggi un termine fortemente polisemico (si pensi che il GDLI ne registra ben 36 diverse accezioni!). Molti dei suoi valori semantici sono legati al campo dello spettacolo, dalla maschera scenica del teatro classico alla maschera della commedia dell’arte nel senso di ‘personaggio fisso del teatro contraddistinto da un costume’ (1582, Gradenigo, v. DELI s.v.). E maschera si chiama anche l’‘inserviente che, nei cinema e nei teatri, ha l’incarico di verificare i biglietti degli spettatori o di accompagnarli ai posti già prenotati o rimasti liberi’ (GDLI s.v.): “Se al tempo del Tommaseo la guardia del teatro non è più ‘mascherata il viso, ma con qualche segno che la distingua’, sino alla fine del secolo XVIII quelli che avevano quest’ufficio portavano la maschera sul viso per poter giudicare con maggior libertà le differenze insorte tra gli spettatori nel prendere i posti, e per evitar quindi le recriminazioni che avrebbero potuto aver luogo se fossero stati riconosciuti” (DELI, s.v.).

 

La maschera come dispositivo di protezione

 

Esistono numerosi usi specialistici di maschera negli ambiti più disparati, dalla maschera di bellezza (di volta in volta antirughe, decongestionante, idratante ecc.) della cosmetica alla maschera di input dell’informatica (‘nelle banche dati, videata per l’immissione di dati in campi predefiniti’, v. Il nuovo De Mauro), dalla maschera usata in tipografia (‘matrice di cartone o di gesso per lastra stereotipa’) a quella della zoologia (‘pelo o piumaggio del capo di un animale diverso dal resto del corpo’), mentre la locuzione voce in maschera indica, in musicologia, una transizione di registro (per questi usi e altri ancora dall’elettronica, dalla meccanica, dalla fotografia ecc. v. GDLI s.v.). Tra gli usi tecnici di maschera figura anche la denominazione di svariati dispositivi di protezione delle vie respiratorie o degli occhi, a cominciare dalle maschere preservatrici menzionate da Gabriele D’Annunzio in Il comando passa al popolo (“I combattenti avevano le maschere preservatrici”, 1919) ovvero dalle maschere antigas ideate all’inizio della prima guerra mondiale: “La metafora della maschera per indicare l’apparecchio di protezione contro i gas è propria di tutti gli alleati; in inglese, per esempio, dal 1915 anti-poison gas mask” (DELI s.v.). La maschera come strumento di protezione non è esclusiva dell’ambito militare, ma può indicare anche un dispositivo antipolvere indossato dai minatori e dagli operai addetti alla sabbiatura, oppure il mezzo per riparare occhi e volto dalle scintille della fiamma ossidrica in uso presso i fabbri ferrai e gli operai saldatori, il riparo della faccia e del collo in rete metallica usato dagli apicoltori, il dispositivo, solitamente in cuoio, con cui gli atleti si proteggono il volto in alcuni sport pericolosi come il baseball o il calcio americano, così come si valgono di una maschera da scherma gli schermitori per proteggersi il viso dalle stoccate dell’avversario con una rete di fili d’acciaio, e di una maschera subacquea i sommozzatori per assicurarsi visibilità e – in caso di immersioni di profondità – ossigeno per la respirazione. È in questo contesto semantico che si colloca anche maschera chirurgica ‘benda rettangolare di garza […] che il chirurgo e gli assistenti si mettono sul viso durante gli interventi per coprire la bocca e il naso, al fine di proteggere da possibili inquinamenti il campo operatorio’ (GDLI), da distinguere dalla pur simile maschera sanitaria, di cui GDLI dà una definizione imprecisa trattandosi sì di un dispositivo sanitario ‘sagomato per aderire con facilità al viso e con filtri atti a trattenere germi e batteri, che viene indossato dai medici’, la cui funzione consiste però nel proteggere il medico stesso da un’eventuale trasmissione di microbi e germi da parte di pazienti potenzialmente contagiosi e non (o non esclusivamente) viceversa, come indicato invece nel GDLI.

Si tenga infine presente che in ambito medico maschera può indicare anche l’aspetto particolare della cute del volto che costituisce un elemento di diagnosi di una determinata malattia (maschera ecchimotica, maschera gravidica ecc.), l’apparecchio per somministrare medicinali per inalazione e il dispositivo per la somministrazione di sostanze anestetiche prima di un intervento chirurgico (maschera per anestesia).

 

La mascherina

 

Se oggi alla menzione di mascherina il pensiero va immediatamente al dispositivo protettivo dall’epidemia (mascherina protettiva anti-Covid), il diminutivo mascherina (derivato di maschera con l’aggiunta del suffisso alterativo -ina) presenta molteplici significati tanto nell’italiano comune quanto nei linguaggi specialistici. Il più antico, attestato già dal Cinquecento, si riferisce a una ‘persona, specialmente bambino o giovane donna, graziosamente travestita’ (DELI), cui si aggiungono in seguito diversi significati di uso tecnico-specialistico e il valore semantico generico di ‘piccola maschera’ nel senso di ‘mezza maschera che copre la metà superiore del volto’ (Sabatini/Coletti 2018, ma la definizione è quasi identica anche in NDO 2019). Non tutti i dizionari riportano invece l’accezione ‘piccolo schermo di tela o altro materiale applicata davanti al naso o alla bocca per proteggere dalla polvere, dalle infezioni, ecc.’ (ZING 2020, una definizione simile è anche in Il Nuovo De Mauro), che corrisponde alla mascherina protettiva ormai così attuale.

Nel discorso giornalistico contemporaneo sul coronavirus mascherina entra a far parte di numerosi sintagmi nominali o preposizionali in riferimento ai tipi o modelli di mascherina esistenti, ai materiali e alle modalità della loro produzione, agli utenti a cui sono destinate, alla loro funzione, o anche etichette connotative che esprimono giudizi di vario tipo (la tabella 1 fornisce, senza pretese di esaustività, una prima classificazione esemplificativa sulla base di una selezione di articoli pubblicati su alcuni quotidiani nazionali – Corriere della sera, Repubblica, La Stampa, Il Messaggero, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Il Sole 24 ore – dal primo marzo 2020 a oggi).

 

La gamma di modificatori di mascherina impiegati per indicarne i diversi modelli è molto eterogenea e spazia dal linguaggio tecnico-specialistico all’italiano comune. All’ambito specialistico risalgono non solo mascherina chirurgica e sanitaria, attributi già discussi sopra a proposito dei valori semantici di maschera in campo medico, ma anche gli acronimi del linguaggio tecnico FFP1, FFP2 e FFP3, che indicano le diverse classi del fattore filtrante della mascherina in base alla normativa CE, cui a volte il giornalismo divulgativo sostituisce o sovrappone parafrasi descrittivo-esplicative come mascherina con o senza valvola (“Soprattutto nel caso delle mascherine con la valvola (Ffp2 ed Ffp3) la respirazione potrebbe farsi più affannosa”, 14 maggio 2020, Il Giornale) o semplici denominazioni in italiano comune, ad esempio mascherina lavabile (“Più belle dei modelli basici “da farmacia”, le mascherine lavabili acquistabili online non sono un presidio medico sanitario”, 22 maggio 2020, Corriere della sera), riutilizzabile (“A Portici un’azienda di costumi da bagno che produce mascherine riutilizzabili”, 9 aprile 2020, Repubblica), usa e getta (“una valida alternativa alle mascherine usa e getta, con l’ulteriore vantaggio della sostenibilità ambientale”, 19 maggio 2020, La Stampa). Per la resa degli acronimi di origine tecnica FFP 1, 2 o 3 (FFP nell’originale inglese sta per filtering face piece), il linguaggio giornalistico propone talvolta anche glosse esplicative in italiano che tentano di mantenere il più possibile invariate le iniziali dell’originale. La difficoltà maggiore è costituita dalla “P” di piece, termine che viene talvolta semplicemente ignorato dal calco in italiano, come nell’ellittico facciali filtranti o filtranti facciali (“mentre i filtranti facciali FFP1, FFP 2 e FFP 3 possono essere riusabili solo se non sottoposto a usura del materiale”, 8 aprile 2020, Corriere della sera), oppure reso genericamente con mascherina o dispositivo (“Chiede la fornitura di 30mila “mascherine facciali filtranti” Ffp3 o Ffp2 per 1,25 euro al pezzo”, 22 aprile 2020, Repubblica), ampliato con modificatori aggiuntivi di varia natura, come in facciali filtranti antiparticelle (“Le mascherine con tasso di filtraggio efficace, le ormai celebri FFP3 (facciale filtrante antiparticelle), restano una chimera”, 13 marzo 2020, Repubblica), o fantasiosamente modificato come in semimaschera filtrante (“le mascherine con le sigle FFP (dove FF sta per Semimaschera Filtrante)”, 13 maggio 2020, Corriere della sera).

La grande quantità di calchi più o meno approssimativi e di perifrasi in italiano comune che accompagnano anche nel discorso giornalistico il termine mascherina si spiega con la necessità di rendere accessibile rapidamente al pubblico della stampa generalista quello che fino a poche settimane fa non era altro che un presidio medico sconosciuto o comunque di uso estraneo alle esigenze quotidiane dell’utente comune.

Soprattutto nei casi in cui – come nell’emergenza sanitaria da coronavirus – un concetto di tipo specialistico (la mascherina in quanto presidio medico di protezione) entra a far parte repentinamente della quotidianità di destinatari generalizzati, il mero uso di una parafrasi dell’etichetta terminologica può non essere sufficiente ad attualizzare e rendere evidente una nozione di origine tecnica. A causa delle denominazioni specialistiche poco trasparenti e delle sottili differenze di tipologia e destinazione, i diversi modelli di mascherina possono risultare difficili da distinguere per i non addetti ai lavori (“disorientati dalla confusione che regna sulle mascherine di questi tempi”, 6 aprile 2020, Corriere della sera; “il gran caos delle mascherine”, 9 maggio 2020, Il Sole 24 ore). È a quest’esigenza che il discorso divulgativo (v. anche Pietrini 2020c) risponde con sintagmi come mascherina egoista, mascherina altruista e mascherina intelligente, che vanno oltre la mera parafrasi esplicativa instaurando una relazione metaforica, analogica, tra l’esperienza comune (le qualità e caratteristiche individuali di egoismo, altruismo e intelligenza) e il dispositivo tecnico-specialistico che si propongono di volgarizzare (i diversi tipi di mascherina). Ecco quindi che la mascherina FFP2 o FFP3 (con valvola) diventa la mascherina egoista che “protegge chi la indossa, ma non gli altri, perché non trattiene il virus in uscita” (6 aprile 2020, Repubblica), le mascherine chirurgiche sono altruiste perché “proteggono gli altri, ma non chi le indossa” (7 aprile 2020, Il Messaggero), mentre le mascherine intelligenti “sono tutte le altre varie FFP, che hanno un filtraggio più o meno alto, ma sono senza valvola. In questo modo proteggi gli altri, ma anche te stesso“ (6 aprile 2020, Corriere della sera).

 

Mascherine per tutti

 

Se di mascherine si parla fin dalla prima fase della diffusione del contagio, è con la cosiddetta fase due (v. Pietrini 2020b) che la mascherina diventa di fatto indispensabile e persino obbligatoria in alcuni luoghi e situazioni della vita sociale. Dalle mascherine da ospedale (“Neppure noi riusciamo a trovare le FPP [sic!], le mascherine da ospedale, quelle che ci servirebbero davvero”, 28 marzo 2020, Corriere della sera), riservate al personale medico-sanitario e ai malati, si passa quindi alla mascherina di comunità. A parte qualche precoce attestazione sulla stampa (“Accanto alle Ffp2 ed Ffp3 che si usano nei reparti Covid- 19 e alle chirurgiche che usano tutti gli altri sanitari, ci saranno le ‘mascherine di comunità’”, 18 aprile 2020, Repubblica), l’espressione mascherina di comunità compare per la prima volta in un testo ufficiale, il Dpcm del 26 aprile 2020 (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 27 aprile, n. 108), che ne fornisce una definizione dettagliata (Art. 3, comma 3): “[…] possono essere utilizzate mascherine di comunità, ovvero mascherine monouso o mascherine lavabili, anche auto-prodotte, in materiali multistrato idonei a fornire una adeguata barriera e, al contempo, che garantiscano comfort e respirabilità, forma e aderenza adeguate che permettano di coprire dal mento al di sopra del naso.”

La denominazione mascherina di comunità è un anglismo, calco dall’angloamericano community mask, che è a propria volta un accorciamento di community made face mask, espressione con cui si designa originariamente una mascherina prodotta “dalla comunità per la comunità”. Sullo sfondo di questa locuzione si intravede l’ombra della tradizione (americana) di realizzare progetti di cucito solidale in comunità (tradizione che risalirebbe addirittura ai “quilting bee” dell’era coloniale, le riunioni in cui le donne del vicinato realizzavano insieme delle trapunte patchwork). Nel caso particolare delle community mask, il riferimento sarebbe quindi – almeno all’inizio – a mascherine confezionate in maniera più o meno artigianale da associazioni, ditte, privati ecc. e donate alla comunità (un esempio di iniziativa di questo tipo è qui). Nel discorso italiano sul coronavirus mascherina di comunità conserva solo in casi sporadici il valore semantico di “prodotto solidale” (“I volontari di Matera (20)19 in campo per cucire le mascherine di comunità”, 23 maggio 2020, Corriere della sera); in primo piano figurano soprattutto l’aspetto dell’autoproduzione, per cui mascherina di comunità diventa una sorta di sinonimo di mascherina fai-da-te (“L’ISS spiega che ‘devono essere multistrato’ e che possono essere ‘confezionate in proprio’”, 13 maggio 2020, Corriere della sera), e quello del minore potere protettivo rispetto alle mascherine chirurgiche e sanitarie (“Si tratta delle cosiddette mascherine di comunità, leggermente meno protettive di quelle chirurgiche, ma più facili da produrre”, 13 maggio 2020, Corriere della sera; “Le dobbiamo valutare per quello che sono, mascherine di comunità, che è cosa ben diversa da quelle chirurgiche”, 27 maggio 2020, La Nazione).

 

Maschere e mascherine europee

 

L’anglismo community mask “mascherina di comunità” è diffuso anche in tedesco, in cui è attestato nella forma ibrida anglo-germanofona Community Maske. Come per l’italiano, anche in tedesco la prima attestazione del termine si colloca in un contesto istituzionale: durante la conferenza stampa del 15 aprile 2020, cui hanno partecipato la cancelliera Angela Merkel, il ministro tedesco delle finanze Olaf Scholz, il presidente della Baviera Markus Söder e il sindaco di Amburgo Peter Tschentscher, è proprio Söder a raccomandare l’uso di una “semplice mascherina di comunità nei negozi, in ambito privato e sui mezzi pubblici” (in Bezug auf Geschäfte und im privaten Bereich sowie im Bereich des ÖPNV ist es wichtig, dass man auch mit einfachen Community-Masken, mit einem entsprechenden Mund- und Nasenschutz, agieren kann). L’uso di Community Maske resta però alquanto circoscritto, mentre ben più diffuse sono le varianti Alltagsmaske “mascherina di tutti i giorni” e Behelfsmaske “mascherina improvvisata”, etichette connotative che ben mettono in risalto l’inferiore potere filtrante delle mascherine auto-prodotte.

Per denominare un tipo di mascherina non sanitaria, ma comunque utile come ulteriore “gesto barriera” (geste barrière, v. Pietrini 2020a), il francese, notoriamente più restio dell’italiano e del tedesco ad accogliere anglismi più o meno tradotti, sceglie la via della creazione autoctona masque grand public “mascherina per il grande pubblico / per i più”. L’espressione masque grand public è attestata per la prima volta il 5 aprile 2020 in un comunicato dell’Accademia Nazionale per la Medicina sull’uscita dal confinamento, in cui si afferma l’“obbligo a indossare negli spazi pubblici una ‘mascherina per il grande pubblico’ contro la propagazione del contagio – ancorché di fabbricazione artigianale” (le port obligatoire d’un masque grand public anti-projection, fût-il de fabrication artisanale, dans l’espace public). Pochi giorni dopo sarà addirittura Macron ad annunciare, in un discorso alla nazione del 13 aprile, l’eventualità che dall’11 maggio diventi obbligatorio indossare una masque grand public, lasciando poi alla stampa il compito di interpretare il neologismo.

Da segnalare infine la diffusione, in francese come in italiano, di un’espressione che sa di slogan: mascherine per tutti / masque pour tous, in cui – almeno per quanto riguarda il francese – echeggia la memoria discorsiva del termine-bandiera mariage pour tous “matrimonio per tutti”, che ha scandito qualche anno fa le tappe di preparazione alla legge per i matrimoni tra persone dello stesso sesso, e che conferisce alla denominazione della mascherina “egalitaria” il sapore di una rivendicazione.

 

 

Testi citati

DELI: Cortelazzo, Manlio/Zolli, Paolo (1999): Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Bologna, Zanichelli.

GDLI: Battaglia, Salvatore (a cura di): Grande Dizionario della Lingua Italiana, Torino, UTET.

Il nuovo De Mauro: De Mauro, Tullio: Il Nuovo De Mauro, internazionale.it, edizione online.

NDO 2019: Nuovo Devoto-Oli. Il vocabolario dell’italiano contemporaneo 2019, Devoto / Oli / Serianni / Trifone, volume e edizione digitale, Firenze: Le Monnier.

Nocentini, Alberto (2010): L’etimologico. Vocabolario della lingua italiana, con la collaborazione di Alessandro Parenti, Firenze, Le Monnier.

Pietrini, Daniela (2020a): Non è distanza sociale!, Istituto della Enciclopedia Treccani, Treccani.it (Lingua italiana), 29 aprile 2020.

Pietrini (2020b): Ritorno al futuro ovvero le parole della normalità, Istituto della Enciclopedia Treccani, Treccani.it (Lingua italiana), 4 maggio 2020.

Pietrini, Daniela (2020c): Parola di medico: tecnicismi e divulgazione nel discorso sul coronavirus, Istituto della Enciclopedia Treccani, Treccani.it (Lingua italiana), 18 maggio 2020.

Sabatini, Francesco/Coletti, Vittorio (2018): Il Sabatini-Coletti. Dizionario della lingua italiana, edizione online.

TLIO: Tesoro della lingua italiana delle origini, diretto da Pietro Beltrami con la collaborazione di Paolo Squillacioti e Pär Larson, Firenze, CNR - Opera del Vocabolario Italiano.

ZING 2020: Lo Zingarelli 2020, Bologna: Zanichelli, versione elettronica.

 

 

Parole nel turbine vasto, di Daniela Pietrini

1. Il mutamento (linguistico) del coronavirus

2. L’Europa e la pandemia: parole di presidenti a confronto

3. Non è distanza sociale!

4. #ioscrivodacasa ovvero la pandemia social

5. Una risata al giorno: i meme della quarantena

6. Ritorno al futuro ovvero le parole della normalità

7. Parola di medico: tecnicismi e divulgazione nel discorso sul coronavirus

 

Immagine: These are the face masks often used to prevent the spread of Coronavirus

 

Crediti immagine: https://www.nursetogether.com/ / CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)

 


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