16 luglio 2017

Avere uno scheletro nell'armadio

di Luigi Romani

Menzogna e inganno hanno da sempre stimolato la fantasia di scrittori e poeti spingendoli a creare immagini fortemente suggestive e spesso orrifiche; una delle più riuscite è, senz'altro, quella dedicata dall'Ariosto alla Fraude, nel canto XIV dell'Orlando Furioso: "Avea piacevol viso, abito onesto, / un umil volger d'occhi, un andar grave, / un parlar sì benigno e sì modesto, / che parea Gabriel che dicesse: Ave. / Era brutta e deforme in tutto il resto: / ma nascondea queste fattezze prave / con lungo abito e largo; e sotto quello, / attossicato avea sempre il coltello".

Anche nella lingua usata quotidianamente comportamenti e azioni ingannevoli sono talvolta associati a parole che possono suscitare sgomento o ribrezzo, come nel caso dell'espressione avere (o tenere) uno scheletro nell'armadio. Frequente nell'uso comune, con il significato di "tenere accuratamente nascosti un fatto, un avvenimento, un'azione del passato, considerati riprovevoli o, comunque, dannosi per la propria reputazione", questa locuzione non gode, in italiano, di attestazioni letterarie, stando alle citazioni raccolte dal Battaglia: si tratta, molto probabilmente, di un calco di altre analoghe espressioni inglesi (to have a skeleton in the closet o cupboard), per le quali l'Oxford English Dictionary offre numerose citazioni d'autore, tutte a partire dalla metà dell'Ottocento ("Some particulars regarding the Newcome family, which will show us that they have a skeleton or two in their closets, as well as their neighbours", Thackeray, The Newcomes; memoirs of a most respectable family, 1854-55), pur essendone largamente nota un'anteriore, e ampia, diffusione nell'uso corrente. Successiva di circa un secolo, invece, è la prima attestazione letteraria con la quale il Trésor de la langue française documenta la corrispondente locuzione francese, avoir un squelette dans le placard ("Les huissiers de petits bourgs, vous savez, ont souvent un squelette dans le placard", Giono, Chroniques; Noé, 1947).

Secondo la dettagliata ricostruzione proposta da Bernard Delmay, l'origine della nostra espressione deve essere ricondotta ad un episodio della Rivoluzione francese e a Gabriel-Honoré de Riqueti, conte di Mirabeau, che ne fu protagonista. In particolare, nel 1792, dopo la morte di Mirabeau, celebrato come campione dei rivoluzionari, si scoprì, alle Tuileries, in un armadio blindato, un'abbondante documentazione comprovante gli accordi segreti del conte con il re, volti a contrastare e vanificare gli sforzi dei fautori della Rivoluzione. Molto violente furono le reazioni dei Giacobini e anche la stampa se ne fece interprete: proprio da un'illustrazione satirica dell'epoca, raffigurante Mirabeau in forma di scheletro posto nell'armadio a custodire le prove del suo tradimento, si deve partire per spiegare la metafora di cui ancora oggi ci serviamo.


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