08 novembre 2011

Spread

Il termine che quest’anno fa paura, quasi più di default (così generico e dunque nebuloso nei suoi significati concreti), a Governi, analisti e sventurate persone qualunque che cerchino di capire in quale direzione vada la barca dell’economia, è spread. Diciamo che se è piccolo, corto, contenuto, è meglio per tutti noi. Tecnico che più tecnico non si può, il vocabolo, in una delle varie accezioni sotto-specialistiche del lessico economico-finanziario, ha – per noi italiani, oggi, per i greci e i portoghesi ieri (oggi e domani) e per chi altri in futuro non si sa – la sventura di mettere a paragone i rendimenti dei titoli di Stato nazionali con quello dei titoli di Stato tedeschi. Tedeschi di Germania… I più solidi nell’economia, desiderosi di condurre il gioco difesi dalla corazza della propria forza sui mercati e capaci di tenere meglio di tutti gli altri a bada il moloch della spesa pubblica, divoratrice parassitaria di Pil.
 
Un’ampiezza del Seicento
 
Il problema è che il paragone si traduce in punti base (abbiamo capito che se superano i 300 le cose si mettono male) e quei punti base vogliono dire denaro. ‘Ampiezza, estensione’ e anche ‘divario, scarto, forbice’ vuole dire spread, parola che gli inglesi conoscono sin dagli anni Novanta del Seicento nel significato più ampio (appunto); e che poi, in tempi moderni, acquisisce anche quello di degree of variation (dal 1929 http://www.etymonline.com/), ‘grado di variazione’, dal quale gemma una quantità notevole di accezioni specializzate all’interno dell’irto dominio economico-finanziario. Quando, tra gli anni Ottanta del Novecento e oggi, l’Italia accoglie questa agguerrita figliolanza semantica dall’inglese, contemporaneamente, in virtù di certe debolezze storiche della sua struttura economica (spesa e debito pubblico alti, sempre più alti, e modesta crescita economica), il ‘grado di variazione’, e, in particolare, oggi, il ‘differenziale di rendimento tra titoli di Stato (nazionali e tedeschi)’ diventano sinonimi di gravi difficoltà reali.
 
Amico, prestami del denaro
 
Dunque che cosa significa questo termine, che cos’è questo spread che, come è stato giustamente notato, « sta avendo la tipica promozione a uso comune che investe spesso nelle emergenze parole nuove o rare e di cui i media altrettanto spesso trascurano di spiegare chiaramente il significato» (http://www.ilpost.it/)? Lo Stato mette all’asta periodicamente una certa quantità di titoli obbligazionari per recuperare liquidità da impegnare nel finanziamento del debito pubblico. In Italia, la Banca d’Italia mette all’asta due volte l’anno i BTP (Buoni del Tesoro Poliennali). In soldoni, lo Stato italiano dice all’investitore: “Se investi sul mio debito pubblico – sostanzialmente mi presti del denaro – alla scadenza stabilita avrai di nuovo tutto il tuo capitale”. In più, già prima della scadenza, l’investitore riceverà periodicamente delle “cedole” di rendimento. Ed è appunto su questo rendimento che si misura lo spread .
 
Uhm, io non mi fido
 
Lo spread non è altro che la misura del rischio di insolvenza collegato a un titolo di Stato e, passando dal particolare al generale, della salute finanziaria di un intero Paese. In senso propriamente tecnico, si tratta del differenziale esistente, secondo le stime del mercato, tra il rendimento di un dato titolo e il rendimento di un titolo corrispondente di uno Stato considerato concordemente solido e privo di rischio, quale la Germania. Il confronto si mette in atto tra i titoli di Stato poliennali e, in particolare, decennali (i BTP italiani e i Bund tedeschi, nella fattispecie). Se lo spread si alza, significa che i mercati si fidano di meno e dunque pretendono interessi maggiori per mettersi in tasca i titoli di un Paese. Cala la fiducia degli investitori (degli invisibili e potentissimi mercati, si sente dire e si legge sempre più spesso), sale lo spread, e i governanti italiani varano manovre su manovre. Noi, si sta a guardare.
 
Il lemma
 
Dal Vocabolario della lingua italiana Treccani on line
 
spreadsprèd› sostantivo inglese [propriamente «diffusione, espansione», dal verbo (to) spread «spargere», di origine germanica] (plurale spreads ‹sprèd∫›), usato in italiano al maschile. – Nel linguaggio economico-finanziario: 1. Contratto di borsa a premio, analogo allo stellaggio, mediante il quale uno dei contraenti si riserva la facoltà, nel giorno della scadenza stabilito dal calendario di borsa, di acquistare o vendere i titoli o di abbandonare il premio. 2. Differenza tra i livelli di quotazione di un titolo o fra tassi di interesse, o anche differenza riferita ad altre grandezze economiche, come, per esempio, il divario tra costo e ricavato di un’operazione.
 
Esempi d’uso
 
Ma nelle ultime due settimane lo spread tra i nostri Bpt decennali e i Bund tedeschi ha ripreso impercettibilmente ma inesorabilmente a crescere, tra i 50 e i 60 punti base. In un mercato già di per sé volatile, gli operatori internazionali non si fidano di un Paese che non sembra in grado di risolvere i suoi problemi, endemici e sistemici, già ricordati da Mario Draghi nella sua audizione in Parlamento il 2 luglio scorso: indebitamento strutturale in aumento (più 0,6% al netto delle una tantum), spesa corrente in tensione (per la prima volta oltre il 40% del Pil), produttività in caduta libera (nel privato e soprattutto nel pubblico impiego), costo del lavoro per unità di prodotto in ascesa costante (più 4,5% tra inizio 2007 e primo trimestre 2008).
Massimo Giannini, www.repubblica.it, 25 luglio 2008
 
Nuovo record per lo spread tra Btp e Bund. Il divario fra il rendimento dei titoli di Stato italiani e quelli tedeschi sale a 228 punti.
www.libero-news.it, 8 luglio 2011
 
Paolo Guerrieri: «Senza riforme vere lo spread con i Bund mangerà 10 miliardi».
www.unita.it, 10 luglio 2011
 
Lo spread tra i Btp decennali italiani e i Bund tedeschi vola sopra quota 400 punti, con un picco di 403 punti.
www.repubblica.it, 13 settembre 2011
 
Alla fine della giornata il messaggio che arriva dallo spread tra BTp e Bund, quel ‘termometro’ che indica la fiducia sull'Italia, è comunque nero: il default della Grecia è dato per scontato. E l’impatto su tutta l’Europa anche. Italia in primis.
M. Longo, I. Bufacchi e D. Pesole, www.ilsole24ore.com, 14 settembre 2011
 
 
 
 
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