28 gennaio 2010

Terremoto, sisma, sismo

di Silverio Novelli

Terremoto porta nella trasparenza della forma il proprio etimo, quel moto, brusco, talvolta devastante, della terra. La parola deriva per via dotta dalla locuzione latina terrae mŏtu(m). Evento naturale che accompagna la storia dell’umanità dalle sue origini, lo scotimento violento delle terre ha, ovviamente, da sempre cittadinanza nelle lingue e nei vocabolari, con propri referenti dedicati. In italiano, terremoto alberga sin dal medioevo nelle scritture (almeno a partire dal 1294), in numerose varianti popolari che, in modi diversi ma simili, riverberano sulla pagina l’onda d’urto di una forte espressività anche fonosimbolica (ripercossa dalla vibrante alveolare [r]): taramòtto, teremòto, teremuòto, terramòto, terremuòto, terrimòto, tremoto o tremuoto. In tremòto e tremuòto si avverte la presenza paretimologica di tremare, tanto suggestiva da far preferire ai parlanti tremuòto su terremoto per quasi tutto il Settecento, come notò Bruno Migliorini, aggiungendo che ancora nel primo Ottocento tremuòto era forma molto diffusa. Dalla parola terremoto viene l’aggettivo terremotato ‘colpito dal terremoto’, poi sostantivato (come sostantivo, è attestato nell’italiano scritto dal 1918).

Furore e colpi di grancassa
 
Dante, nella Vita nuova, diede una prima energica collocazione di terremoto nella letteratura italiana: «E pareami che li uccelli volando per l’aria cadessero morti, e che fossero grandissimi terremuoti». Nel Boccaccio rimatore troviamo la forma oggi esclusiva: «Tuttor cascar si vede, con le vette / dell’alte torri sparse alla pianura, / per terremoti o vive folgorette». Mentre un’orchestrazione suggestiva di moti della natura si legge nella Gerusalemme Liberata (canto IX, 22ª ottava): «Fiume ch’arbori insieme a case svella, / folgore che le torri abbatta ed arda, / terremoto che ’l mondo empia d’orrore, / son picciole sembianze al suo furore». Moti della natura, travolgenti e distruttivi, che servono al Tasso per rappresentare la furia bellicosa sprigionata dal Solimano che irrompe nel campo dei cristiani. Una parola carica di forte suggestione sensoriale, che autorizza usi estensivi di tipo metonimico: il terremoto diventa allora suono rimbombante di masse di animali; o, anche, prodotto dell’azione rumorosa degli umani, come si evince dai seguenti due brani, tratti da prose primonovecentesche del piemontese Giovanni Faldella e del romano Cesare Pascarella. Ecco Faldella: «Sollevò urli di entusiasmo e un terremoto di applausi misti ad un nubifragio di lacrime ardenti fra i quattromila astanti». Pascarella: «Il maestro mi lasciò, si pose dinanzi ai dieci indiani, diede il segnale, e giù colpi di grancassa, guaiti di cornetto, rulli di tamburi e terremoti di tromboni… da schiantar l’universo».
 
Irrequietezza e sfascio
 
Gli usi figurati del vocabolo si estendono, transitando dagli effetti delle azioni e degli strumenti umani alle persone stesse. A partire dalla seconda metà dell’Ottocento, si comincia a scrivere e parlare di tremoto e poi di terremoto a proposito di «persona assai vivace e irrequieta, che mette tutto sottosopra (si dice per lo più di bambini o persone giovani)» (Vocabolario Treccani), come accade in questo dialogo tratto da una prosa del mantovano Alberto Cantoni: «“Zio, zio, ho bisogno di te”. “Che hai terremoto? Per poco non mi facevi cadere!”». Dopo avere aderito alla caratterizzazione di un certo tipo umano – quasi macchiettistico, a dire il vero, e in definitiva di tipo comico –, la figuratività del terremoto si sposta nuovamente nel regno degli accadimenti. La prima attestazione di terremoto nell’accezione di «mutamento improvviso, inaspettato, che rinnova profondamente una situazione o rovescia un equilibrio» (Vocabolario Treccani), si trova in una lettera di Carducci: «Io anelo un terremoto politico che sfasci tutte le putride fondamenta di questo bordello della vecchia Europa e della vecchia società».
 
Dal greco arrivano due sismi
 
Dalla fine del Cinquecento, accanto a terremoto (e a tutte le varianti sorelle e concorrenti), si comincia a scrivere di sismo, che da subito si connota per tono culto. Sismo viene prelevato per via dotta dal greco antico seismós ‘scossa (di terremoto)’, a sua volta derivato dal verbo séiein ‘scuotere’. Nel linguaggio comune, peraltro, sismo appare come un eccentrico semi-sconosciuto per tutto il Novecento; anche sui giornali si preferisce parlare di terremoto, mentre l’aggettivo derivato da sismo, sismico, ha buona accoglienza, in assenza di un aggettivo di relazione ricavabile virtualmente da terremoto, ma mai ricavato e adoperato nella realtà.
È soltanto a partire dal 1960 che, ad un tratto, in corrispondenza di alcuni gravi terremoti (in Persia e in Irpinia; come ricorda Pietro Janni nel suo saggio Il nostro greco quotidiano, Laterza 1994), la nostra stampa nazionale comincia a scrivere di sisma, termine che poi non soltanto scalzerà sismo, ma si affiancherà a terremoto, tendendo a spodestarlo provvisoriamente dal suo ruolo dominante, quando chi parla (giornalista, esperto, man in the street) intende darsi un tono, specialmente se il fenomeno sismico si prolunga, cioè si ripete numerose volte entro intervalli di tempo brevi, costringendo chi se ne occupa a esprimersi in materia con continuità.
Ci si chiede: perché spunta fuori sisma e la vince su sismo? Janni spiega il fenomeno in termini di livellamenti analogici che interessano la massa dei parlanti. «Alla tendenza più naturale, quella di dare una desinenza -o ai maschili greci con uscita originaria in -a, si contrappone a livello semidotto quella contraria, di dare una desinenza in -a a un grande numero di maschili greci che in origine non l’avevano: analfabeta, autodidatta, poliglotta, neofita, parassita, stratega, l’intera serie in -iatra e molti altri, tutti adorni di quella -a senza buon diritto». Insomma: vince sisma perché vince quella che Janni chiama la «mezza cultura». La lingua, intesa come sistema, non è un fatto di aristocrazie.
 

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