28 aprile 2011

Tsunami, l’onda non più anomala

di Silverio Novelli

Certe parole tecniche nessuno le userebbe – e magari nemmeno ne sospetterebbe l’esistenza – se non fosse che i mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, tv, internet) le rendono popolari, sull’onda di avvenimenti che hanno un grande impatto sociale, su scala globale. Sull’onda, per l’appunto, sta tsunami, che, l’unica volta che compare sul quotidiano «La Stampa» per tutti gli anni Sessanta del Novecento (prima, addirittura zero tituli, insomma, nessuna occorrenza, dal 1867 al 1959), in un articolo di pretta divulgazione scientifica, è dato di genere femminile. Oggi, l’incertezza non è ancora risolta. I dizionari italiani si dividono tra maschile e femminile o ammettono entrambi i generi (vedi la voce Tsunami in Itabolario. L’Italia unita in 150 parole, a cura di Massimo Arcangeli, Carocci, Roma 2011). Ecco l’attestazione degli anni Sessanta, precisamente del 12 dicembre 19 63: «Gli spaventosi maremoti delle Hawaii studiati con un cervello elettronico. Si tratta di ondate di terrificante potenza, dette “tsunami”, che si abbattono sulle coste distruggendo ogni cosa. Forse sono dovute a terremoti del fondo oceanico». Insomma, l’isolata presenza di tsunami ‘serie di onde di maremoto provocata da terremoti sottomarini’ (Treccani.it)ne dimostrava la consistenza di esotismo tecnicistico, ripreso pari pari dalla lingua nipponica, nella quale significa, alla lettera, ‘onda sul porto’. In italiano è attestato per la prima volta nel 1961. Per noi la parola da usare è sempre stata il classico latinismo maremoto. Tsunami eraun esotismo ancora poco noto. Tanto che, sempre sulle pagine del quotidiano torinese, compare soltanto quattro volte negli anni Settanta. Poi, viene da dire, col farsi il mondo (quello reale e quello della comunicazione) sempre più piccolo e integrato, ecco che le occorrenze aumentano: 15 volte negli anni Ottanta, 41 negli anni Novanta, sempre con riferimento a maremoti nell’Oceano Pacifico.

Sdoganate dai media
 
A quest’ultima altezza cronologica, però, scatta la novità: il linguaggio dei media si è fatto ormai scafato; si manifesta sempre di più l’attitudine alla spettacolarizzazione della notizia; si fa (pretende di farsi) brillante la scrittura, «addensando in poche righe traslati e similitudini, mimesi del parlato con inserti di battute in discorso diretto, esibizionismo colto e sfoggio di allusioni, intenso sfruttamento di neologismi alla moda» (Riccardo Gualdo, L’italiano dei giornali, Carocci, Roma 2007, p. 79). Dunque l’esotico tsunami, sospinto dalle notizie e dalle immagini delle devastazioni compiute nelle terre bagnate dagli oceani Pacifico e Indiano, non soltanto diventa moneta corrente nelle cronache nerissime delle catastrofi (tendendo a mettersi in competizione con maremoto anche quando riferito a fenomeni verificatisi lontano dall’Oceano Pacifico), ma viene arruolato, come tante altre parole tecniche sdoganate dai media, nell’addomesticato circo pirotecnico delle metafore che traslano il vocabolo dai suoi domini d’origine in altri campi semantici. Negli anni Novanta, per la prima volta si leggono usi figurati degli tsunami attestati su pagina. Un paio d’esempi. Il primo, sempre dal quotidiano «La Stampa»: «Lo Tsunami schengeniano, l’onda lunga dell’immigrazione, le steppe che riversano altri barbari sulla civilissima Francia» (nell’articolo intitolato In Alsazia, il cuore d'Europa che si è innamorato di Le Pen, 29 aprile 1995). E qui, a causa della similitudine di temi, vale la pena saldare questa estremità cronologica col recente 11 aprile del 2011, quando il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiara, a proposito delle possibili ricadute sull’Italia dei sommovimenti nord-africani: «Questo vento di libertà, di democrazia che ha soffiato impetuoso sui Paesi della sponda sud del Mediterraneo e non solo ha cominciato a provocare uno tsunami umano che può assumere delle dimensioni davvero importanti» (http://www.corriere.it/politica/). Il secondo esempio è tratto dal quotidiano «La Repubblica» (26 ottobre 1997): «Sale l’onda dell’irrazionalismo, anzi diventa tsunami in questa fine di Millennio che maghi e veggenti aspettano come l’occasione della loro vita» (articolo intitolato Gli stregoni del Duemila tra New Age e nuove sette).
 
All’ombra del cataclisma
 
Sempre tastando il polso all’archivio on line del quotidiano «La Stampa», si constata che tsunami batte ormai con una frequenza di 965 occorrenze (un quarto delle quali in usi figurati) in soli cinque anni, dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre del 2005. Anche l’archivio on line del quotidiano «La Repubblica» segnala un’intensificazione dell’uso di tsunami dal 2000 ai giorni nostri. Complice, naturalmente, l’ampio (e crescente) rilievo dato dai media agli tsunami prima del 2004 ( http://www.scienzagiovane.unibo.it/tsunami/), poi del 2006 (http://www.scienzagiovane.unibo.it/tsunami/5bis) e, naturalmente, infine, del 2011.
Facile che l’uso metaforico di tsunami si intensifichi nei paraggi temporali dei cataclismi naturali e reali: il giornalista che usa tsunami in senso figurato presuppone, ragionevolmente, che chi riceve l’informazione sia in grado di decodificare all’impronta sia il significato primario del termine, sia di cogliere l’evidente eco amplificata e annacquata dell’uso traslato. Per esempio, poco tempo dopo lo tsunami di Sumatra ( 26 dicembre 2004 ), il politico nostrano Franco Marini, intervistato dal quotidiano «La Repubblica», se ne esce con questo uso iperbolico: «Ho giurato tempo fa che nemmeno uno tsunami mi avrebbe fatto parlare contro Prodi e mantengo l’impegno» ( 16 febbraio 2005 ).
 
Può essere emotivo
 
Spigolando nell’archivio on line del quotidiano «La Repubblica», si raccoglie qualche esempio (tra i molti individuabili) dell’uso traslato di tsunami:
 
tsunami giudiziario ( 2 ottobre 2010 )
“tsunami” Berlusconi ( 30 marzo 2010 )
tsunami subprime ( 6 aprile 2009 )
tsunami finanziario ( 3 novembre 2008 )
tsunami delle Borse ( 27 ottobre 2008 )
tsunami tangentopoli (1° febbraio 2008)
tsunami dell’anti-politica ( 25 maggio 2007 )
tsunami immobiliare (dicembre 2005)
tsunami elettorale (luglio 2005)
tsunami emotivo ( 10 aprile 2005 )
 
Si noti la buona disposizione del sostantivo esotico a dare vita a sintagmi nominali di tipo tradizionale (sostantivo + aggettivo) o caratteristico dell’uso mediatico (sostantivo + sostantivo). Tra le combinazioni accertate, tsunami emotivo concentra in sé una certa pulsante e turbolenta interiorità umana (emozioni, emotività, sensazioni, pathos) che tsunami non di rado è chiamato a rappresentare. È interessante anche la sussunzione massiccia di tsunami nella tradizionale meteorologia metaforica della lingua, fortemente mediatizzata e perciò stesso detecnicizzata, delle pagine economiche dei giornali o delle cronache finanziarie radio-televisive e in rete: tsunami finanziario, tsunami subprime, tsunami delle Borse, tsunami immobiliare, tsunami Wall Street (nelle gazzette anglofone: Wall Street Tsunami). Qui, ovviamente, tsunami vale ‘evento violento e inaspettato dagli effetti rovinosi’. Un po’ come tempesta (si pensi al sintagma cristallizzato tempesta monetaria) o burrasca. Un articolo di Vittorio Zucconi («La Repubblica», 23 novembre 1997 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/) esemplifica bene la tendenza del lessico meteorologico al farsi stereotipato metalinguaggio economico-finanziario (corsivi miei): «In queste ore, a Vancouver, i governi delle nazioni del bacino del Pacifico sono riuniti in vertice per impedire, come ha detto un ministro messicano, che “questa burrasca locale diventi un El Niño finanziario”. Ma le cifre e i termini della burrasca asiatica non fanno pensare che una soluzione a breve e indolore, sia facile. Il crollo della Yamaichi a Tokyo è il fatto più vistoso e doloroso […]E se la diga di Wall Street dovesse cedere davanti allo tsunami, all’onda anomala di marea che si sta alzando dall’Asia, le borse Europee, l’Italia, le nostre faticose ‘finanziarie’ non sarebbero che castelli di sabbia sulla spiaggia».
 
Cassintegrati e migranti
 
A proposito e per concludere: anche se, in senso proprio, l’onda anomala (« o. di eccezionali dimensioni provocata dal sincronismo di fase di più onde che procedono a velocità diverse nella stessa direzione o da terremoti sottomarini», GRADIT, s.v. onda) non è attributo esclusivo dello tsunami, potendosi verificare in conseguenza di altri fenomeni, certo la sua frequenza d’uso sui media è largamente debitrice alla presenza del termine tsunami. La locuzione onda anomala, in senso tecnico, comincia a leggersi sui giornali verso la fine degli anni Ottanta del Novecento; in senso figurato (non dissimile da quello di tsunami: un senso catastrofico, in due parole) se ne coglie un esempio già nel 1990, nel politichese di un ex democristiano di vecchio corso: «C’è un’onda anomala di cassintegrati in arrivo, conferma il ministro del Bilancio, Paolo Cirino Pomicino» («La Repubblica», 5 ottobre 1990 ).
Che vergogna quando gli esseri umani vengono visti e detti come calamità naturali, invece che come vittime di operazioni politiche, sociali, economiche, culturali. Cassintegrati italici del 1990 o migranti stranieri del 2011, fa lo stesso.
 
 
 

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