24 maggio 2019

Le tante vite della parola vita

di Giuseppe Patota

L’ipotesi più accreditata sull’origine della vita* è che abbia avuto inizio in un ambiente acquatico, che i biologi hanno definito “brodo primordiale” o “brodo prebiotico”. Tanto è forte l’associazione fra la vita e il cibo che anche gli astrofisici, per spiegare l’origine dell’universo, sono ricorsi a metafore alimentari: hanno parlato, infatti, di zuppa di particelle elementari o zuppa di quark, e dal brodo alla zuppa il passo è breve. Meno breve, invece, è il passo che da queste ipotesi dovrebbe condurci a sapere come siano andate effettivamente le cose sia a proposito dell’origine della vita sia a proposito dell’origine dell’universo: nel merito, gli scienziati continuano a interrogarsi.

 

C’è VITA nello spazio celeste

 

Quelli attivi presso l’Agenzia Spaziale Italiana hanno chiamato VITA la missione spaziale 52/53, che il 28 luglio 2017 ha portato Paolo Nespoli per la terza volta nello spazio. La parola – si legge nei comunicati stampa ufficiali – è l’acronimo di Vitality, Innovation, Technology and Ability; ma la sua scelta è stata determinata anche dal fatto che essa rinvia agli esperimenti biomedici sui quali la missione è incentrata, evoca la nozione filosofica di vivere in uno spazio che ci è ancora inospitale e infine è una parola italiana (e contemporaneamente latina) nota all’estero.

Il pastore errante di Leopardi

 

Sulla vita s’interrogano anche i poeti. In versi belli e terribili quanto il volto della Natura che appare a un islandese nel cuore perduto del mondo, il pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi accomuna astri, uomini e animali in un unico percorso di vita di cui gli sfugge il senso. Si rivolge alla luna e le chiede, in un chiasmo che equipara la vita breve degli uomini a quella immortale dei pianeti: 

 

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale? (vv. 16-20)

Poi descrive, in una sequenza asindetica che non lascia respiro, la corsa senza respiro che, per l’uomo, finisce nell’abisso spaventevole della morte:

 

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia. 

 

E conclude:

 

Vergine luna, tale

È la vita mortale. (vv. 21-38)

 

Infine, il pastore parla al suo gregge, e per suo tramite a tutti gli animali, forse meno infelici degli uomini, non perché la loro vita abbia un senso, ma perché di questa mancanza di senso non hanno contezza:

 

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perchè d'affanno

Quasi libera vai; 

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perchè giammai tedio non provi. (vv. 105-112)

 

Forse. Perché, più probabilmente, in qualunque forma e condizione, il primo giorno di vita è, per chi nasce, portatore di morte: 

 

O forse erra dal vero,

Mirando a l'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale. (vv. 139-143)

 

                                     

Settant’anni dopo, Puccini

 

Il canto di questo pastore fu scritto fra il 1829 e il 1830. Quello che segue, intonato da un altro pastore («a voce spiegata, ma molto lontano», precisa la didascalia), risale a circa settant’anni dopo. Echeggia all’inizio del terzo atto della Tosca di Giacomo Puccini:  

 

Io de’ sospiri

te ne rimanno tanti

pe’ quante foje

ne smoveno li venti.

Tu mme disprezzi, 

io me ci accoro; 

lampena d'oro, 

me fai morir!

 

Il pittore Mario Caravadossi, condannato a morte, lo sente dai bastioni di Castel Sant’Angelo, mentre aspetta l’esecuzione. Poco dopo, scioglie il più celebre inno alla vita della storia del melodramma italiano (link):

 

E lucevan le stelle… e olezzava

la terra… stridea l'uscio

dell'orto… e un passo sfiorava la rena.

Entrava ella, fragrante,

mi cadea fra le braccia.

Oh! dolci baci, o languide carezze,

mentr'io fremente

le belle forme disciogliea dai veli!

Svanì per sempre il sogno mio d'amore...

L'ora è fuggita

e muoio disperato!...

E non ho amato mai tanto la vita!

 

Riferimenti bibliografici

Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’asia, in Canti. Edizione critica diretta da Franco Gavazzeni, a cura di Cristiano Amorosi, Franco Gavazzeni, Paola Italia, Maria Maddalena Lombardi, Federica Lucchesini, Rossano Pestarino, Sara Rosini, I. Canti, Firenze, presso l’Accademia della Crusca, 2006, pp. 432-437.

 

Vito Mancuso, Questa vita. Conoscerla, nutrirla, proteggerla, Milano, Garzanti, 2015.

 

Tosca. Melodramma in tre atti di Vincent Sardou, Luigi Illica, Giuseppe Giacosa. Musica di Giacomo Puccini. Milano, Ricordi & c., 1899.

 

*Alla storia della parola vita l’autore ha dedicato il volume Vita. Storia di una parola, Firenze, Apice Libri, 2017.

 

Immagine: Foto emblematica della Terra dalla Luna scattata dagli astronauti della missione Apollo 8 (1968)

 

Crediti immagine: Bill Anders [Public domain]

 

 


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