27 luglio 2011

Il gattopardo, romanzo per parole, ironia e voce

di Silverio Novelli

Indimenticabile, il personaggio del principe Fabrizio Salina. Resta memorabile anche per la quasi inevitabile sovrimpressione, nella mente di ogni lettore del primo best seller letterario del dopoguerra, Il gattopardo (1958), della persona (‘maschera’) possente e tormentata dell’attore Burt Lancaster, protagonista del Gattopardo di Luchino Visconti (1963 http://www.luchinovisconti.net/), sulla fisionomia del personaggio pur attentamente tratteggiata dall’autore del romanzo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957 http://www.parcotomasi.it/). Si torna alle pagine di Tomasi sollecitati dal fatto che la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e «Il Sole 24 Ore» rieditano il romanzo (con una bella prefazione di uno dei due più colti allievi del Tomasi, Gioacchino Lanza Tomasi; l’altro allievo è Francesco Orlando) e lo mandano in edicola nella collana “I capolavori del Premio Strega” (Il gattopardo vinse nel 1959); e che, negli stessi giorni, la rubrica di Radio Tre Ad alta voce ne trasmette nuovamente ogni giorno la lettura (voce di Piero Biondi http://www.radio.rai.it/ e introduzione di Boris Biancheri, recentemente scomparso http://www3.lastampa.it/).
 
Neologismi e frasi celebri
 
Cinema e letteratura uniti, nel successo. Figure mitiche trasformate in cartoline del folklore sociologico made in Itay.Parole conseguenti che entreranno nel dizionario della lingua italiana: gattopardo (all’inizio non nel senso negativo che poi prevarrà, ma in quello neutro, se non positivo, assegnatogli nel romanzo dall’autore, ovvero di ‘persona capace di adattarsi ai cambiamenti politico-sociali, serbando i propri privilegi’; in seguito, con polarizzazione semantica inversa, ‘trasformista, specialmente in politica’); gattopardismo (1962), gattopardesco (prima del 1957, in versioni manoscritte del romanzo), fino all’epigonico e giornalistico gattopardite ‘gattopardismo’ (1997). Frasi celebri collegate, come «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi», che perdono col tempo la forte pregnanza legata al contesto storico rappresentato e al personaggio che le proferisce, Tancredi (Alain Delon…), il nipote del principe, nel momento in cui decide di andare coi garibaldini, ma si fanno motto estensivo e perenne di tutti gli italici trasformismi e familismi amorali.
 
Regressivo e midcult
 
Di fronte a una ricaduta culturale così imponente, chi ha voglia di tornare sulla discussione, che pure si è trascinata per anni, sul diritto di esistere del Gattopardo come opera letteraria di livello? Al tempo, sul romanzo scartato da molte case editrici e molti talent scout di vaglia (uno su tutti: Elio Vittorini, che, a onor del vero, giudicò il romanzo semplicemente inadatto ai suoi sperimentali Gettoni einaudiani ma ne consigliò la lettura in Mondadori), pubblicato postumo dalla Feltrinelli grazie a Elena Croce e a Giorgio Bassani, si scatenarono dibattiti furibondi tra sostenitori del suo valore perché ultimo rampollo della grande letteratura decadente europea e detrattori della sua presunta novecentesca ruffianeria nel riproporre una versione aggiornata e midcult (insomma, per bocche buone) del romanzo storico ottocentesco, con l’aggravante (secondo i critici di sinistra) di essere ideologicamente regressivo.
 
«Lingua moderna ma alta»
 
Per dare un’idea, basti leggere questo passo stralciato da una Storia della letteratura italiana (La Nuova Italia, 19894) di Alberto Asor Rosa, che trova nel Gattopardo «la pessimistica svalutazione del piano storico, l’esaltazione dei sentimenti, l’apprezzamento positivo […] della memoria, del ricordo: tutte cose estremamente rispettabili, e in altri momenti propizie ad operazioni di grande penetrazione artistica e conoscitiva; ma ora – vuoi per malizia vuoi per conseguenza inevitabile e inconsapevole d’un certo tipo di ricerca, sempre però in virtù di un’estrema abilità di scrittura, frutto anch’essa d’un genio troppo bene educato per essere autentico –, ridotte ad elementi compositivi di un quadro esistenziale a bella posta collocato tra il buono e il cattivo, tra la felicità e l’infelicità, tra il sentimento e la storia, che sembrava costruito per combaciare perfettamente con l’immagine di sé che un pubblico medio-colto poteva essersi fatto uscendo dalla disillusione resistenziale e aspettandosi che qualcuno lo facesse protagonista di una storia capace di renderne il senso». Dieci anni dopo Asor Rosa, un altro critico di formazione marxista, Giuseppe Petronio (in Il piacere di leggere. La letteratura italiana in 101 libri, Mondadori, alle pp. 336-337) sembra voler correggere il tiro a nome di una intera generazione di pensatori e di critici “schierati”: «[…] il romanzo, apparentemente storico è, in realtà, autobiografico e intimista: una desolata riflessione sulla Morte e la Vita […] Niente neorealismo, dunque, nemmeno nella scrittura: in quella prosa semplice ma complessa, in quella lingua moderna ma alta, la lingua di un letterato di razza […] borghesemente letteraria e sublime è la lingua del Gattopardo, la sola in grado di descrivere le esaltazioni e le malinconie di don Fabrizio Salina, quel mondo in sfacelo e quell’altro che baldanzoso trionfava». Lo «stile raffinato» e l’«ironico disincanto» del romanzo (Maurizio Dardano, Leggere i romanzi, Carocci, Roma 2008, p. 15) si colgono anche nella bella lettura che ne fa alla radio Pietro Biondi. Una prosa variata e musicale, ora felpata, ora battente, sempre sinuosa e sonora, sembra prestarsi splendidamente alla lettura ad alta voce, sorvolando con classe vecchie diatribe inghiottite nel cono oscuro del passato.
 
«La capelliera di Garibaldi»
 
Francesco Orlando, nel suo prezioso e originale Ricordo di Lampedusa (All’insegna del pesce d’oro, Milano 1985), racconta delle letture dell’opera in progress che lo stesso Tomasi faceva di fronte a lui, ascoltatore (e collaboratore) privilegiato, confermando la callida teatralità implicita del testo: «Anche per il terzo capitolo ricordo una lunga sosta riempita da cordiali risate, sulla frase: “la voluttà di gridare lo avevo detto essendo la più forte che creatura umana possa godere…”; e anche qui si mostrò fiero non meno che divertito del vento che “andava ad agitare la capelliera di Garibaldi”. […] Il suo modo di scandire le parole: “Sempre fortunato don Calogero…”, con le quali don Ciccio Tumeo commenta il tempestivo omicidio di Peppe Mmerda […] Arrivato alle “gerarchie angeliche, benevole benché sorprese”, la sua voce fece risaltare con soddisfazione la fantasiosa ironia nonché la qualità letteraria dei due aggettivi che aveva trovati».
 

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