16 luglio 2017

Questione di lingua: tifi Bembo o stai col Varchi?

di Silverio Novelli

Oggi la “questione della lingua” è un genere post-letterario di massa. Se il repertorio della lingua si allarga e gli usi si ampliano, è ovvio che la plurisecolare “questione della lingua” venga fatta propria e manipolata da fasce di popolazione più ampie. Di riflesso, mentre i linguisti badano a lavorar di fino nell'approfondire, chiarire e ridefinire continuamente i concetti e gli àmbiti di neostandard, di semicolto, di analfabetismo in tutte le sue nuove evenienze (da quello di ritorno a quello funzionale), rielaborando i dati che i sempre più raffinati strumenti della linguistica computazionale riescono a mettere a disposizione degli specialisti, al fine di delineare il quadro di un possibile uso il più variegato, ricco ed efficace dello strumento-lingua, la pubblicistica di divulgazione – gestita anche da accademici, ma non solo – si costituisce come corrispettivo genere editoriale per rispondere alla richiesta di regole certe che sale dalla «massa di parlanti neofiti dell'uso della lingua comune» (Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia repubblicana dal 1946 ai giorni nostri, Laterza, 2014, p. 139).

Sul come e sul perché cambiano le lingue
 
Si scopre così, dietro alla richiesta spicciola di grammatica (intesa come regola estrinseca), dietro al desiderio di potersi collocare su fronti definiti circa questo o quello specifico fatto grammaticale, questo o quell'uso particolare(dalla parte del o dalla parte del no), un'ansia, diversamente declinata, che riverbera le domande di fondo caratterizzanti i dialoghi tra gli intellettuali che si occupano della “questione della lingua” nel primo dei due secoli-cardine del dibattito, il Cinquecento (l'altro fu l'Ottocento). Allora, certo, la “questione” riguardava un'èlite, ma la posta in gioco era altissima: una classe dirigente in via di autodefinizione era desiderosa, nei suoi “chierici”, di legittimarsi attraverso un ambizioso scioglimento del nodo dell'egemonia culturale e politica, che aveva un punto chiave nella scelta della lingua più adatta (latino o volgare?; e quale volgare?; scritto o parlato?; quanto dipendente dalla tradizione?; e normabile in quale modo?). Sulle caratteristiche e il senso di tali dialoghi, scrive con estrema lucidità Caterina Mongiat Farina nel suo saggio Questione di lingua. L'ideologia del dibattito sull'italiano nel Cinquecento (Angelo Longo editore, Ravenna 2014). Sul come e sul perché cambiano le lingue, si discute nel Cinquecento: «Ci si domanda se il cambiamento vada nel senso di un progresso o un peggioramento e se incida sulla identità di una data lingua; se, dato questo cambiamento, sia possibile regolare o perlomeno descrivere una lingua oppure no» (p. 8). Si tratta di questioni che tornano oggi, in un momento in cui la socializzazione delle risorse linguistiche dell'idioma nazionale è incomparabilmente più estesa che nel Cinquecento (quando, peraltro, il concetto stesso di “lingua nazionale” era in fieri), ma la tanta ricchezza viene percepita superficialmente anche come una minaccia: una sensazione di instabilità e incertezza si lega al proliferare policentrico e orizzontale di luoghi di enunciazione e mezzi di trasmissione della parola e alla designificazione di modelli verticali di riferimento un tempo individuabili e riconosciuti come normanti e autorevoli.
 
Un genere letterario
 
Nel Cinquecento, come scrive Mongiat Farina, «la questione diventa quasi “un genere” letterario, un passaggio obbligato per ogni scrittore che volesse essere preso sul serio» (p. 8). «La questione della lingua è dunque anche il modo in cui le élite del Cinquecento hanno descritto, giustificato e regolato specifici rapporti di potere all'interno della loro comunità» (p. 9), pur nei limiti di una “sghemba” sovrapponibilità tra ideologie linguistiche e collocazioni privilegiate di potere - non foss'altro per la precaria e frantumata configurazione del potere in Italia, privo di un centro politico e culturale unificante nazionale -. Entro questi limiti, il Cinquecento dà continuità ma veste e dimensione nuova a interrogativi che percorrono la riflessione sulla lingua sin dall'antichità. E che, per l'appunto, in veste pop, durano ancora oggi, se non mancano persone che, scrivendo ai giornali o alla Crusca, alla Treccani, alla Zanichelli, ecc., paventano la corruttela linguistica dei tempi moderni, rimpiangono indefiniti tempi d'oro, mostrano orrore per l'invasione barbarica delle parole nuove o dei forestierismi angloamericani. Come se esistesse una sorta di Grammatica primigenia che rispecchi il mondo ordinato delle idee, affidata a una norma controllabile e preservatrice dall'infezione del Nuovo.
 
Un ponte tra moderno e contemporaneo
 
Una delle più fruttuose peculiarità del saggio di Mongiat Farina sta nel dialogo costante che viene istituito tra antico e moderno e tra moderno e contemporaneo: accostamenti efficaci tra letterati cinquecenteschi e pensatori, intellettuali, linguisti e filosofi del Novecento e d'oggi contribuiscono a risvegliare nel lettore l'idea di una continua tensione, pur densa di svolte e di risignificazioni, da parte dell'intellettuale, verso la definizione della propria figura in termini di agente e potenzialmente di espressione dell'egemonia culturale e dunque politica. Lo slittamento cronologico e l'intreccio tra i piani radicali del discorso sulla realtà, la società e il ruolo dell'intellettuale, conferiscono una coloritura particolare alla rilettura, sub specie linguae, della discussione cinquecentesca, che viene di per sé illustrata con chiarezza, attraverso la sintesi critica e ragionata delle opere prese in esame.
 
Chi imita Petrarca e Boccaccio
 
Numerose sono le tappe del percorso complesso e articolato che abbraccia il secolo. Si parte dall'Epistola (1524) e dal Castellano (1529) del “logicista” (p. 29) Trissino e, passando attraverso il «naturalismo fiorentino» (p. 37) del Machiavelli (Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, av. 1527), si analizza il sostegno a una lingua (denominata toscana) «come pratica sociale» aperta alla «contaminazione» e al «cambiamento» (p. 49) da parte del Tolomei (Cesano, 1555 ma 1525), fino a individuare uno snodo centrale e carismatico nel Bembo degli Asolani (1505) e delle Prose della volgar lingua (1525). Secondo l'autrice, «le Prose nascono per fornire un nuovo modello di cultura adeguato e funzionale a fronteggiare l'instabilità politica dell'Italia all'alba del Cinquecento» (p. 53). Comparando un passo di Wittgenstein del 1931, sulle «trappole» allestite dal linguaggio, con l'apertura degli Asolani, Mongiat Farina spiega: «Mentre Wittgenstein cerca un linguaggio perfettamente logico, Bembo cerca un linguaggio perfettamente grammaticale che indichi come restare sulla “via diritta”, che aiuti a riconoscere l'errore e evitarlo» (p. 57). Nel costruire il suo «progetto egemonico», «cioè la promozione dei valori di una élite colta e raffinata a saggezza universale», Bembo ha un'«intuizione geniale», che «non sta tanto nell'individuare in Petrarca e Boccaccio il vertice della tradizione italiana, ma nell'appropriarsi, rendendola sistematica, di una pratica che si stava già realizzando sotto i suoi occhi. Dopo le Prose […] chi imita Petrarca e Boccaccio imita Bembo», perpetuando implicitamente «un monumento» (p. 57) allo stesso Bembo.
 
La lingua cortigiana
 
Dopo il raffinato Cortegiano (1528)del Castiglione , il quale, significativamente, nonostante sottoponga la propria opera a un «lifting bembiano» (p. 75), rivendica valore estetico alla propria lingua lombarda e valore d'uso alla potenziale lingua cortigiana , strumento di una «comunità aperta all'autoformazione» (p. 73),
il Dialogo delle lingue (1542) mostra nello Speroni un «intellettuale edificante» per il quale, sulla scia di Rorty e di Snyder, «la fluidità del dialogo sia lo strumento di una nuova saggezza che non si esprime in regole e modelli ma in rapporti tra persone (scrittori e lettori, cortigiani e principi, maestri e studenti) e in attività come la traduzione e la cortigiania che sperimentano il più possibile più che cercare il vero» (p. 103). Ci si muove verso il punto d'approdo, avvicinandoci sempre di più a posizioni che alla fissità modellatrice dei monumenta e al modello di intellettuale custode della sacertà normativa preferiscono la mobilità dell'uso vivo fiorentino, sulla quale s'instaura il fondamento di una tradizione scritta costantemente dialogante con la matrice popolare, già ripercossa, peraltro, dall'alta tradizione letteraria trecentesca.
 
Una rondine non fa primavera, diceva Aristotele
 
Siamo dunque giunti dalle parti dell'Hercolano (1570) di Benedetto Varchi , nel quale – tanto per intenderci rapidamente – l'autore «rivela la profondità e molteplicità dell'uso mostrandone lo sviluppo in modalità e momenti diversi […]: ad esempio “rendere pane per focaccia” di Boccaccio; “mordere” per “criticare in tono violento” già di Dante e Boccaccio; “una rondine non fa primavera” che risale addirittura a Aristotele» (p. 133). Come Machiavelli, «Varchi sostiene che i prestiti linguistici non modificano il fiorentino perché sono loro ad essere modificati» (p. 137) e la questione della lingua non è, come vuole Trissino, «ontologica», fondata su relazioni fisse, ma «metodologica» e fondata su processi di trasmutazioni alchemiche. In quanto «primo ritratto organico del volgare» (fiorentino) vivo, l'Hercolano «finisce per replicare la profondità e contraddittorietà dei fatti linguistici» (p. 139), risultando perciò, come strumento grammaticale e stilistico, «meno pratico e organico» dell'edificio modellistico e normativizzante dell'opera bembiana, ripresa e approfondita in fin di secolo dal trecentismo del cruscante Salviati .
 
Due diverse concezioni della lingua
 
In conclusione, v'è nel letterato cinquecentesco una unitarietà di visione sulla necessità di stabilire il proprio ruolo nella cultura e nella società, tramite un confronto con la tradizione e il suo bagaglio di conoscenze e di valori: si tratta, scrive l'autrice, «di una questione di lingua», che spartisce su due fronti ideologie contrastanti, incarnate, da una parte, in coloro che «come Bembo, Trissino e Salviati cercano per la nascente cultura moderna un volgare che si sostituisca al latino come struttura permanente e separata dal realizzarsi dell'attività umana stessa, per guidarla nel dubbio e ridurre le probabilità di errori poiché rispecchia l'ordine del mondo. Per loro la cultura sono testi da emendare, regole da stabilire, modelli da imitare»; dall'altra, vi sono Machiavelli, Castiglione, Speroni e Varchi, per i quali «la cultura è il processo di interpretare e mettere alla prova in contesti e scopi diversi questi testi, regole e modelli, vedere come e se funzionano e modificarli di conseguenza, affidandosi all'esperienza e al senso comune prima che al rigore logico e grammaticale. […] Per questa seconda genealogia di intellettuali, le regole della lingua non solo si imparano ma nascono giocando, ogni mossa alla ricerca di una diversa e imprevedibile giustificazione» (p. 142).
 
 
Nell'immagine: Agnolo Bronzino, Ritratto di Laura Battiferri, moglie dello scultore Bartolomeo Ammannati .

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0