16 luglio 2017

Quale “italiano de Roma” parli, commissario Marè?

di Silverio Novelli

Il dialetto non è più un delitto. Anche l'Istat conferma: la lingua italiana è forte e radicata in tutto il territorio nazionale (con i cronici dislivelli Centro-Nord/Sud, peraltro): per la prima volta dall'unità d'Italia, più del 50% degli italiani (il 53,1%) tra i 18 e i 74 anni, cioè 23 milioni e 351mila persone, parla in prevalenza italiano in famiglia (tra i giovani di 18-24 anni la percentuale sale al 60,7%). Il dialetto è sdoganato – come scrisse nel 1994, metaforizzando, Eugenio Scalfari a proposito dei post-fascisti di Fini -. Non è più simbolo di arretratezza socioculturale. Nel mondo dell'arte e in quello della produzione di consumo (ma di qualità), viene finalmente vissuto come libertà di registro rispetto all'italiano standard: meno formale, più colloquiale e familiare. Da parola da mettere sotto teca nei musei del folklore contadino, diventa parola di diletto metropolitano, colta e ammiccante. Come «segnale di familiarità, affettività, ironia nell'uso di persone che dominano bene la norma dell'italiano» (Giuseppe Antonelli) il dialetto versicolora, in particolare, le pagine già colorate di giallo dagli scrittori che mettono al centro della narrazione ispettori, commissari, magistrati inquirenti, detective e private eye, alle prese con i “fattacci” di cui scrisse Vincenzo Cerami.
 
Gadda, un giallo maccheronico
 
C'è stato Gadda, col suo Pasticciaccio brutto, monumentale «giallo maccheronico e inconcludente» (Vittorio Coletti), in cui lo gnommero della realtà invera il principio della «colpevolezza generalizzata. Tutti, nel Pasticciaccio, sono in misura maggiore o minore responsabili della morte di Liliana» (Emilio Manzotti), dagli esecutori materiali dell'assassinio ai loro complici, dalla stessa Liliana, artefice psicanaliticamente della propria morte, al commissario Ingravallo, fino al «demiurgo della macchina narrativa» (Manzotti). In Gadda, «il pasticcio del delitto viene [...] reso con il pasticcio linguistico» (Gian Carlo Roscioni), in cui sobbolle il glorioso calderone dei dialetti italiani (romanesco su tutti, con inserti di napoletano, dialetti meridionali, veneto). Oggi – da ventuno anni, in verità – c'è Andrea Camilleri, piacioso, colto e seduttivo, col suo «Montalbano sono», che, pur marezzato di malinconie, nei suoi ludici travestimenti letterari, tra lingua e dialetto reinventato, è migliaia di miglia lontano dagli indissolubili, di fondo tragici, gnommeri filosofici dell’ingegnere milanese.
 
«Il romanzo poliziesco non ha bisogno di difese»
 
Ora, Gadda avrà avuto tanti nipotini, ma come meta-giallista sembra non avere figli. Gadda e il giallo: accanto, ma sopra; con, ma oltre. Nel corso degli ultimi dieci-quindici anni, in Italia, si assottiglia il filone noir “cannibale” che c'è stato (antecedente: Un borghese piccolo piccolo di Cerami, 1976) e tornano a dare sicurezza le declinazioni classiche del giallo. Quasi secondo la nota interpretazione di Borges: «In questa nostra epoca, così caotica, c'è una cosa che, umilmente, ha conservato le virtù classiche: il racconto poliziesco. Non è possibile concepire un racconto poliziesco senza principio, parte centrale e fine. […] Io direi, in difesa del romanzo poliziesco, che non ha bisogno di difese; letto con un certo disdegno, ora sta salvando l'ordine in un'epoca di disordine. E questa è una prova meritoria, di cui dobbiamo essergli riconoscenti».
 
Un commissario in pensione nella capitale
 
Ma anche se Gadda meta-giallista non ha figli naturali, oggi ci sono giallisti figli in spirito, dal tratto spiccato e personale, come Mario Quattrucci, col suo corpulento e attempato, lucidissimo e smagato, intelligente e ostinato commissario in pensione Gigi Marè (ultimo romanzo della serie: Nelle immediate vicinanze, Robin, Roma 2014).Quattrucci ha inspirato Gadda tanto a fondo da averne assorbito il fiato sintattico. Eco gaddiana è la giustapposizione di elementi compositivi, che Quattrucci, meno oltranzista di Gadda, bilancia con l'attenta misurazione dei limiti oltre i quali un blocco digressivo può stornare l'attenzione e rallentare il passo della narrazione. Quattrucci scrive per farsi leggere, per devertere il lettore in un universo linguistico fabuloso e scintillante e, tramite questo, per convertere le intelligenze verso una vigile attenzione alle crudezze della realtà storica e sociale, perché vivere significa (voler) sapere, sempre. Per Gadda non si viene a capo del caos. Per Quattrucci la lucina dell’intelligenza e della ragione indagatrice può diradare, a tratti, l’oscurità tumultuosa e caotica. Soprattutto – l’autore cita Scott Fitzegarld - se pure le umane cose sono senza speranza, non bisogna tuttavia smettere di combattere per cambiarle.
 
Pessimismo forte ma temperato
 
In questo quadro di pessimismo forte, ma temperato dalla volontà di fare la propria parte a ogni costo, le digressioni narrative non sono derive verso il vuoto, ma moti tendenziali verso una complessità che non va celata. Prendiamo, ad esempio, la visita che Marè fa a un amico, aprendo le danze di colloqui che, in una storia micidialmente dentro quella che oggi conosciamo, nella realtà extraletteraria, come Mafia Capitale, condurranno il commissario, per via abduttiva e cumuli di acute intuizioni, a trovare il bandolo in quello gnommero (parola esplicitamente citata più d’una volta dall’autore) che è Roma, «come sempre la stalla e la chiavica der monno», «fonte del marcio» (p. 127), incrocio di servizi segreti deviati, malavita organizzata di stampo mafioso e flussi di economia sporca da ripulire.
 
«Prima stazione, l’amico Devoto Benincasa. A casa sua. Sua del professore. Una copia conforme della casa di Marè..., perfino una bergère rossa damascata accanto alla finestra che dava sulla strada..., solo che il professore stava al quarto piano. Di diverso, però, i quadri alle pareti: quelli di Marè tutti moderni; anticaje e petrella quelli di Devoto: marine, nature morte del ‘600 (riproduzioni, va da sé), Marechiari e Posillipi, idillici paesaggi...
Ma le poltrone e il divano erano gemelli, e su una di cotali poltrone anni Settanta (anni Settanta per stile e per età) Marè si sprofondò con un sospiro.
Devoto era vedovo e non s’era risposato. Aveva tuttavia una badante, Elide Quattrociocchi, provenienza Atina in Ciociaria (Niente straniere, diceva il professore, sono tanto belle le italiane...!), e fu codesta (bella per davvero, anche se un po’ abbondante) che servì Giggetto e il professore di adeguato beveraggio: marsala Vecchio Florio, passioncella comune dei due bocci.
La conversazione prese le vie lunghe» (p. 54)
 
Anticaje e petrella
 
Si sarà notata, oltre all’impianto antifonale (da una parte la coppia di amici, dall’altra la badante, ovvero: la cultura cittadina cui si oppone la veracità naturale contadina), l’emersione della dialettalità, in anticaje e petrella (dal nome di un antico negozio romano, “Anticaglie Petrella”, per significare tutto ciò che è vecchio, fuori moda) e bocci Boccio: vecchio arzillo, che vanta ancora delle pretese (v. Fernando Ravaro, Dizionario romanesco», annota Quattrucci a piè di pagina). Il dialetto in Quattrucci diventa un connettivo fluidificante all'interno di un abilissimo code mixing, che permette di far trascolorare – con meno violenza che in Gadda – il discorso diretto nell'extradiegesi del narratore esterno, l'indiretto libero dei personaggi nel flusso della narrazione, in un mosso amalgama ondivago che trasforma, sulla pelle del lettore, i dubbi del commissario in una sensazione di costante sospensione interrogativa sui dati della realtà indagata. L'osmosi molecolare dei punti di vista produce una peregrinazione tra le voci del repertorio: un italiano ricco, vivo, colto (con punte di ironica letterarietà, come i già visti beveraggio e il dimostrativo codesto; o, nel narratore esterno, il parentetico commento di tipo manzoniano «fo per dire», a p. 193), marezzato di dialettalità romanesca attinta nei suoi vari gradi di dissidente contiguità con la lingua madre (vicina, ma impossibile da raggiungere, secondo i linguisti Paolo D'Achille e Claudio Giovanardi), a partire dai vertici belliani (molto amati da Quattrucci) al “romanaccio” perfino un po' degradato e slavato della contemporaneità.
 
Pimentazione espressionistica
 
Ecco uno stralcio tratto dalle vivide pagine dedicate alla deposizione della teste Maddalena, «demi-clochard, una quasi barbona» (p. 191), in cui il continuo slittamento dei punti di vista è giocato anche sui tasti degli scarti di registro, là dove “l’italiano de Roma”, come e manco a fallo apposta, viene a coincidere con l’informale-colloquiale, la postura del burocratese è controcanto parodico («portatile di telefonica ordinanza») all’aura dialettale, mentre le glosse esplicative del lessico di impronta regionale sono usate quasi come clausole ritmiche. Si noti anche, in questo passo – ma poi, qua e là, in tutto il romanzo –, la pigmentazione, sempre finto-mimetica, in realtà musicalmente espressionistica, degli altri dialetti.
 
«Aveva volto gli occhi all’immediato circondario, la pòra Maddalena. Su e giù per il giardino intercluso nel Viale e fino ai marciapiedi: e manco a fallo apposta ecco che passava un questurino..., un poliziotto, sì, riconoscibile dalla divisa e più dar grugno.
E l’aveva chiamato. Aoh! J’aveva fatto cercando de tenesse sottotono..., di tenere la voce più giù dei sopracuti. Aoh! Venite a véde un po’ sto pòro cristo...
Il poliziotto, preso alla sprovvista, subito all’impronta non aveva ‘nteso... non aveva compreso..., poi però s’era accostato [...]
Zitta Maddalè, aveva detto alla signora, stàteve quieta e non facite avvicinà a nisciune. Indi aveva acchiappato er cellulare..., aveva posto mano all’immancabile portatile di telefonica ordinanza..., e chiamato in Questura» (p. 192).
 
Farsi giustizia da sé
 
Da sagace narratore qual è, manovrando sulla tela di una lingua funzionale in quanto variopinta, Quattrucci dipinge in forma di racconto la «zella pubblica e privata» che dilaga nella città, perfino nel quartiere del cuore, nelle immediate vicinanze, non esente dal cancro di «crimine e criminali, malaffare e corruzione». Non è un caso che l’indagine si risolva, ma senza sollievo, ricongiungendo fattacci sordidi di malavita organizzata alla morte di una persona cui Marè e i suoi amici del baretto sotto casa erano stati legati da affetto molti anni prima. E gettando una luce angosciosa sulla disperazione solitaria che può ghermire chi voglia farsi giustizia da sé.
 

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