19 luglio 2008

Agosto con Cesare

di Silverio Novelli

Un Caffè al momento giusto

 

Esce un nuovo numero del bimestrale «Caffè illustrato», diretto da Walter Pedullà, che contiene un dossier dedicato allo scrittore Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, Cuneo, 1908 - Torino, 1950). Si tratta di un'iniziativa interessante e opportuna, giacché negli ultimi tempi si assiste a una rivalutazione del narratore e della sua lingua narrativa. Tra gli anni Sessanta e Settanta, a un'enfasi puntata sugli aspetti decadentisti della personalità di Pavese, che premiavano eccessivamente la scrittura delle pagine del diario postumo (Il mestiere di vivere) e privilegiavano una lettura psicologistica e contenutistica della sua opera, era seguita una reazione da parte della critica, tesa a ridimensionare il valore del "realismo" pavesiano, insistendo, caso mai, sulla novità linguistica e stilistica rappresentata dalle poesie di Lavorare stanca (1936).

 

Piemontese illustre

 

Oggi, messo un po' da parte il coté esistenziale, la critica più avvertita disegna un ritratto di Pavese come primo narratore contemporaneo, tra guerra e dopoguerra, che affronta e attraversa in modo originale il problema della verosimiglianza espressiva, ben presente agli scrittori di quella generazione, i quali, con qualche margine di approssimazione, furono detti "neorealisti". Nei suoi esiti medi, «nella prosa neorealistica affluiscono quattro codici di comunicazione: lingua comune media, italiano regionale, dialetto, lingua letteraria, [...] che rimangono funzionalmente eterogenei» (Maria Corti). Pavese tentò, con il rigore morale dello sperimentatore autentico, un percorso di avvicinamento a una prosa capace di riflettere il passaggio dall'iniziale adesione, anche nostalgica, alla realtà del luogo, del tipico, del dialettale, all'individuazione di valori e contrasti archetipici dell'esistenza (solitudine-socialità, infanzia-maturità, natura-cultura). Nel giro di pochi anni, dai racconti di Feria d'agosto (1946) al romanzo La luna e i falò (1950), Pavese si forgiò una lingua sempre più svincolata da intenti naturalistici di imitazione del reale e di riproduzione dei suoi modi. Puntando all'obiettivo di un «piemontese illustre», Pavese piega dialettalismi, voci, strutture dell'italiano regionale e popolare alle esigenze di una lingua "poetica" individuale (che risente dell'esperienza "prosastica" dei versi whitmaniani di Lavorare stanca), disadorna, anti-retorica nel dialogato secco e allusivo, tesa a coniugare tratti tipici dell'oralità con stilemi propri della lingua letteraria più retoricamente scarna, contrassegnata da effetti di "semplicità" (stile nominale, sintassi monofrastica, paratassi e paraipotassi). Nelle pagine narrative di Pavese si manifesta la capacità di orchestrazione musicale e ritmica, la disposizione a variare i tempi di ricezione della lettura endofasica: si passa dalla domanda monofrase «E il mare, Pietro, non l'hai veduto?», alla modulazione isotonica prevalentemente per polisindeto in e di «Ma poi passò la musica che andava in paese [...] e io mi attaccavo alle sbarre e li chiamavo; Candido si fermò a salutare le mie sorelle e scherzare; poi si misero in fila suonando, e Gosto con loro, e se ne andarono in piazza e per tutta la notte si sentì il clarinetto di Candido e tromboni e chitarre e cantare a gran voce, specialmente le donne»; esempi tratti dal racconto Il mare, in Feria d'agosto. Emerge sempre più chiara col tempo la volontà di arieggiare la dialettica di pausa e parola che caratterizza la vocalità della narrazione popolare; in sostanza, si afferma il proposito di reinterpretare un teatro e una parlata locali alla luce di una lingua italiana musicalmente sentenziosa, in grado di trarre universalità da esistenze e azioni di luoghi e personaggi, vigne e contadini, melighe e madame, falavesche e magnani, attori di narrabili vicende ma anche sovraestensioni simboliche di situazioni mitiche.

 

Feria d'agosto

 

In concordanza con la stagione estiva, proponiamo di leggere o rileggere la prima raccolta di racconti di Pavese, Feria d'agosto (1946), nella quale già l'andatura prosastica mira a cadenze poetiche e il naturalismo ambisce a metamorfosi simboliche. Alcuni racconti interpretano già bene il cammino che Pavese intende percorrere: La giacchetta di cuoio, Il mare, La città, Le case. Narrazione e tensione simbolica si implicano; ad esempio, l'io narrante ragazzo della Giacchetta di cuoio e del Mare sono il primo testimone di un delitto passionale, il secondo protagonista di un tentativo di fuga da casa, ma in realtà rappresentano entrambi da angoli visuali diversi la medesima ansia di uscire dal territorio della fanciullezza e il turbamento della prima confusa esperienza ai margini dell'età adulta. Più che il censimento dei tratti dialettali espliciti (madama 'signora', magnano 'muratore', pila 'catasta', meliga 'granoturco', falavesca 'scintilla', lugliengo 'di luglio, detto di frutto che giunge a maturità', cantoni 'angoli', sovente, andare a sangue 'a genio', essere sperso (di qualcosa) 'avere nostalgia'), soggiacenti o propri dell'italiano regionale (noialtri 'noi', voialtri 'voi'; assenza di doppia negazione: «camminavamo mica sul marciapiede»; scambio di clitici: «mi sembrò non farne caso») presenti in queste pagine di Pavese, sottolineeremo la forte consistenza quantitativa di tratti sintattici, in parte divenuti standard negli anni successivi e più vicini a noi, in parte già presenti nella tradizione letteraria, che orientano la narrazione verso andamenti di italiano popolare e di oralità, con presenza di prolessi, tematizzazioni, dislocazioni a destra e a sinistra (con o senza ripresa pronominale), nominativus pendens, scorciamenti ellittici, che come connettivo generico, uso dell'imperfetto nel periodo ipotetico dell'irrealtà, concordanza a senso tra nome collettivo e predicato plurale, mancato accordo del predicato verbale col soggetto plurale posposto. Si badi, questi fenomeni sono tanto più significativi in quanto riguardano sia il piano del discorso diretto (dialoghi tra personaggi), sia - quando è il caso - l'autodiegesi dell'io narrante che è anche protagonista. Ecco un breve catalogo:

Noi il vallone ci portava dentro una vigna quasi piana;Io, da solo, far la vita di prima non c'ero tagliato; Che cosa facessimo là fino a sera, non so; «Ma la Lina a lui piace»; Che il mare fosse da quella parte, l'avevo detto io a Gosto; di carretti tirati dai buoi non ne salgono là; a godere i fuochi si sta sul terrazzo; Di queste cose ne capitarono fin che studiavamo insieme; Nora in barca con noi non ci veniva; Ci pensai molto alle parole di Pietro; Oltre la diga sapeva un lago che si tornava con la cesta piena; non volevo che mi trovassero i clienti e dovergli dire che Ceresa aveva litigato; Aveva soltanto paura che arrivasse un cliente o tornasse una barca e dover chiamare Ceresa; Sulla strada passavano gente parlando e chiamandosi; C'era delle giornate che stavamo sotto la tettoia.

Così Pavese attraverso l'operazione di mimesi, stilizza e reinventa un "parlato narrativo" intonato all'oralità, che funziona come «antidoto per i veleni della dizione libresca» (Enrico Testa) propria di tanta letteratura italiana coeva. E torna a noi, a distanza di anni, con pagine di studiata ed efficace freschezza, che andrebbero attentamente rilette da quanti, scrivendo, si pongono il problema di come rapportarsi al piano della verosimiglianza espressiva.

 

 

 

 

Immagine: Cesare Pavese.

Crediti: fotogramma da Cesare Pavese - Ritratto (Fondazione C. Pavese - a cura di Andrea Icardi).


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