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Penelope per gioco: Caterina Bonvicini e la virtù della leggerezza

Piuttosto diversi l’uno dall’altro, per quanto riguarda sia le realtà rappresentate sia gli stili adottati (in linea con una spiccata tendenza a legare i secondi alle prime), i romanzi di Caterina Bonvicini appaiono uniti dalla netta propensione per una scrittura leggera, nel senso calviniano del termine, sempre ancorata alla medietà linguistica (da non confondersi, naturalmente, con la mediocrità). Ciò vale sin dal libro d’esordio, Penelope per gioco (Torino, Einaudi, 2000), un romanzo poco convenzionale, che non segue le strade più battute dalla narrativa italiana (qualcosa in comune, semmai, può essere trovato con libri stranieri, a partire da Possession di Antonia Byatt).

 

Un romanzo neoepistolare

 

In quello che è certamente uno dei primi romanzi italiani, se non il primo in assoluto, a mettere in scena i dialoghi a distanza attraverso le mail, si apprezza l’atteggiamento equilibrato (che emerge com’è opportuno dalla rappresentazione stessa delle cose, non da esplicite prese di posizione): appare evidente la scelta di evitare tanto il facile entusiasmo nuovista quanto l’altrettanto banale visione nostalgica. Il continuo gioco di specchi tra passato e presente su cui il testo è costruito fa sì che tra la comunicazione impalpabile di oggi e quella costituita da lettere di carta di un tempo emergano soprattutto le possibili convergenze.

La narrazione è strutturata su due piani paralleli: il racconto della vita di Penelope Plumington, dimenticata pittrice del Settecento, ricostruita su di un carteggio che nell’epilogo si svelerà essere falso, si alterna con le mail inviate da un giovane ricercatore precario ad una misteriosa interlocutrice che gli ha fatto avere i documenti invitandolo a preparare un libro in materia. Riletto oggi, in un periodo in cui va di moda tra gli scrittori ostentare pose ultramassimaliste, l’elogio di un personaggio che, «se questa categoria esistesse, potrebbe persino far parte del “sottominori”» (p. 24), è senz’altro consolante.

I personaggi settecenteschi e quelli del Duemila sono accomunati da una serie di caratteristiche che si confermeranno nei libri successivi essere al centro dello sguardo di Bonvicini, quali che siano le vicende raccontate e gli ambienti rappresentati: la ricerca di un modo proprio di stare al mondo, nel completo disinteresse per mode e obblighi sociali che costituiscono un’inutile prigione autoimposta; la capacità di vedere al di là delle apparenze; il continuo ricorso alle risorse di ironia e autoironia indispensabili per percorrere il mondo contromano senza uscirne devastati. Colpisce in particolare la riuscita rappresentazione di personaggi infantili (a Penelope còlta nei suoi primi anni si affianca una bizzarra bambina di oggi), notoriamente insidiosissimi: Bonvicini ha saggiamente ignorato tanti lacrimosi precedenti (indicativo e contrario che in una scena iniziale si sia felicemente ispirata ai Vestiti nuovi dell’imperatore).

In generale, il romanzo è una prova del fatto che per contrastare certe dinamiche perverse della società competitiva e spersonalizzante in cui ci troviamo a vivere, l’attivazione delle potenzialità insite nel dialogo, e anche – perché no? – nel gioco tra essere liberi può essere più incisiva dell’attitudine al titanismo ingenuo esibito in troppi romanzi di oggi.

 

La civiltà della conversazione

 

È ben coerente con quanto detto sin qui che la scelta del periodo in cui ambientare la vicenda della protagonista sia caduta su quel Settecento cosmopolita e illuminista in cui si trovano le basi di molti dei migliori attributi della civiltà moderna, che ancora oggi, nonostante tutto, informano la vita associata. Penelope Plumington è una tipica rappresentante di quell’universo femminile che – protagonista dei salotti cittadini in cui si sono messe le basi di «quel preziosissimo e costosissimo bene che è la libertà di pensiero» (p. 46) – ha dato un contributo fondamentale a scrostare dalle pareti del mondo chiusure e pregiudizi millenari.

Le pagine settecentesche (ma in realtà anche quelle contemporanee) brulicano di riferimenti letterari, che vanno da classici come Omero, Ovidio e Virgilio, fino a moderni come Algarotti, Pope e Goldoni, non senza un vertiginoso anacronismo ludico, costituito dall’evocazione di «un viaggiatore russo innamorato di Venezia (si chiamava Brodskij [...])» (p. 49).

Il tipo umano che domina questa parte del romanzo è «il dilettante ideale, eclettico, versatile, acuto, ironico, una grande libertà intellettuale, saggezza da philosophe e coscienza della propria debolezza umana» (p. 89). Lo stile, parallelamente, è improntato all’equilibrio, elegantemente divagante com’è, sospeso tra un raziocinare colto e un chiacchierare spiritoso. Il lessico eletto che con parsimonia viene utilizzato per dare una lieve patina d’epoca è inserito in costruzioni periodali improntate ad una rapida paratassi. Si legga ad esempio il brano seguente, in cui emerge un aspetto tipico del mondo rappresentato come la libertà dei costumi: «Ho ricevuto l’abate Eugenio con una veste da camera discinta, con la scusa del caldo. L’ho visto preoccupato e ho iniziato a carezzarlo per convincerlo a confidarmi cosa lo turbasse. Lui insisteva per mantenere il silenzio. Io gli ho promesso in premio un bacio e, dal momento che non bastava, gli ho favorito grazie ancora più preziose. Alla fine, inebriato dai piaceri, ha finito per confessare» (p. 15).

Non è raro l’emergere di istanze ludiche. Per esempio, gli equilibrismi compiuti da Penelope bambina tra varie lingue che conosce superficialmente dànno vita ad un pastiche, o forse sarebbe più corretto dire, semplicemente, ad un pasticcio: «O ricevuto ieri la tua letera. Qui sto bene, mieux que in Versailles. Lady Wortley Montagu non è tres bellissima, but pazienza thoug lei è adorable. Mi racconta tutta sa vita. A propò, grasie per avermi mandato Clarissa de Richardson, ho planto tous mes larmes» (p. 42).

 

Intellettuali del Duemila

 

Nella sezione contemporanea del romanzo si apprezza in particolare la resa credibilissima del modo di pensare e di esprimersi di un intellettuale di oggi, che sarebbe del tutto irrealistico immaginare (come a volte si fa) identico a quello di un professore ottocentesco. Il rigore degli studi si combina senza contraddizioni con una visione disincantata degli stessi, come è lecito supporre accada a molti di coloro che dedicano le loro energie migliori a leggere e scrivere. Saranno in parecchi, ad esempio, coloro che potranno ritrovarsi in questa descrizione del disagio provato dopo essere stati tentati di contraffare un (minuscolo) dato mancante per evitare di imbarcarsi in estenuanti ricerche: «Non ho nemmeno fatto in tempo ad assaporare questa piccola trasgressione, consumata in solitudine, morbosamente, che già sentivo i passi del senso di colpa avvicinarsi e vedevo avanzare il Peccato Scientifico, pronto a schiacciarmi. Sì, Peccato con la maiuscola, Scienza pure» (p. 20).

Molto ben raffigurata è anche la tendenza a vedere i saggi a cui si sta lavorando come organismi dotati di vita propria, a seconda dei casi antropomorfa o no: «non ho più voglia di potare refusi, li lascio crescere selvatici» (p. 36); «Il mio libro non ha il respiro che vorrei. Lo tiro, lo stendo, quasi lo spezzo: non va lontano. Lo fisso, al limite della sue possibilità, sudato, boccheggiante» (p. 37). Riusciti e verosimili anche i calembours creati a partire da citazioni celebri (nella fattispecie l’innesco è provocato dall’Infinito): «Interminati dibattiti per sovrumani cavilli» (p. 22).

Non si vorrebbe aver dato la sensazione di un libro in cui la componente del divertimento copre tutte le altre. In realtà, vi vengono affrontati anche molti temi nient’affatto lievi; ma l’autrice, evidentemente, non ha ritenuto (qui come nei romanzi scritti in séguito) di dover abbandonare il tono che le è senza dubbio più congeniale, nella convinzione, esposta attraverso la voce del giovane storico, che «La malinconia e l’ironia viaggiano in coppia» (p. 22).

 

Luigi Matt

 

Caterina Bonvicini (Firenze 1974) ha pubblicato numerosi romanzi: Di corsa (2003), L’equilibrio degli squali (2008), Il sorriso lento (2010), Correva l'anno del nostro amore (2014), Tutte le donne di (2016). È autrice anche di libri per bambini: Uno due tre liberi tutti! (2006), In bocca al bruco (2011).

 


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