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Un istante colmo di privilegio. Per Sandro Penna

di Fabio Magro

Il mistero di Penna, la grazia di Penna, la diversità di Penna: le formule critiche più ricorrenti attorno alla poesia del poeta perugino fanno leva su suggestioni che tendono a mettere al centro l’irriducibile alterità di quest’opera. Penna appartiene in effetti alla ristretta cerchia dei poeti fuori canone: Campana ad esempio, ma anche Saba, con cui tra l’altro Penna ha molto in comune, come il fatto che fu proprio il poeta triestino (ma tra i due i rapporti non saranno poi sempre né facili né limpidi) a favorire l’uscita dei primi versi di Penna. Siamo dunque, con Saba e Penna, e anche con il primo Bertolucci e il primo Caproni tra gli altri, nell’ambito della cosiddetta linea dell’«Antinovecento» segnalata lucidamente e per tempo da Pasolini: una poesia lontana dalle radici simboliste e orfiche a cui fa riferimento il filone preponderante della lirica moderna, e più incline a restituire con immediatezza i dati concreti della realtà e della corporeità, risolvendo in impressionismo e sensualità una vena musicale istintiva e leggera.

 

Senza filtri o mediazioni

 

Anche in un tale contesto la poesia di Penna si distingue comunque per una diversa e originale noncuranza nell’utilizzare registri di stile e linguaggio senza filtri o mediazioni, da «primitivo» per usare un’etichetta di Cesare Garboli, tra i critici più sensibili e solidali con la scrittura di Penna. In realtà Penna non è affatto uno sprovveduto, e non è certo un poeta senza letture: analisi intertestuali compiute da Laura Marcuz hanno ad esempio messo in mostra riferimenti a Saba, Montale, D’Annunzio e Pascoli, per restare al solo Novecento italiano. Il fatto è che Penna riesce con grande naturalezza e per così dire smemoratezza a evitare gli inciampi di una lingua poetica che aveva ormai da tempo usurato il genere lirico, e sembrava non avere più le parole per dire con autenticità, d’istinto appunto,quella strana gioia di vivere(è il titolo di una raccolta poetica uscita nel 1956 per Scheiwiller) che il nostro poeta invece rivendica come propria.

 

Un poeta senza storia

 

Nella sua resa senza condizioni all’esistente, Penna è innanzitutto un poeta senza storia. Non solo nel senso più ovvio, legato all’assenza nella sua poesia dei grandi fatti storici, o al limite delle loro ricadute sul piano individuale, a livello speculativo o esistenziale, ma anche perché questa è una poesia che sembra non avere un reale sviluppo. Qualsiasi punto dell’opera è buono per entrare nel mondo di Penna:«i libri (o il libro) di Penna [sono] assolutamente privi di concatenazioni e sviluppi interni, quanto di più lontano insomma è possibile pensare, nel Novecento, dall’idea di “canzoniere”, (Mengaldo).

 

Il desiderio

 

È questa una condizione originaria, legata a filo doppio al tema unico, unico e infinitamente variato, della poesia penniana, ossia il desiderio. Un desiderio specificamente erotico e sessuale vissuto nella sua travolgente, vitale e gioiosa impetuosità e insieme proposto nelle sue costitutive dinamiche basate sulla ripetizione. Non si tratta però solo di ossessioni tematiche, perché, coerentemente, al centro del sistema linguistico e stilistico di Penna sta proprio la ripetizione. Su un piano innanzitutto lessicale, come dimostra il vocabolario relativamente ristretto, ma soprattutto composto da parole ad alta frequenza, come amore, sole, fanciullo,vita, luce e cuore. Parole che già fanno intuire una serie di campi tematici coerenti con le pulsioni del desiderio, ma che soprattutto appartengono tutte al cosiddetto lessico di base: Penna non ama gli scarti tonali o le variazioni di registro, e si affida a un lessico medio, semmai con qualche leggera coloritura al ribasso.

Per restare sul piano lessicale, una significativa ricorrenza hanno anche forme verbali con prefisso ri-, ad indicare un’azione che si ripete e rinnova: rivivere, riaccendere, ritrovarsi, riandare, ritornare, riunire, rivedere, riamare, riascoltare, rinascere ecc. fino alle coppie passare e ripassare e spiegare e rispiegare, e anche, a livello semantico, ripetere.

 

Miracoli negli stracci

 

Nella stessa direzione si collocano le strategie retoriche, anch’esse per lo più incentrate sulle figure di ripetizione, sia in funzione di scansione interna del testo (anafora ed epifora) sia in funzione ritmico-sintattica, per rilanciare il discorso (anadiplosi), sia per compensare da un punto di vista formale la mancanza di una vera e propria strutturazione strofica dei testi. Penna infatti, che «costruisce le sue poesie come eventi, miracoli» (Garboli), necessità di uno spazio testuale breve, a volte brevissimo, e utilizza di preferenza il distico e la quartina. Di conseguenza il discorso si appoggia ad una sintassi breve, essenziale, con l’utilizzo abbondante di frasi nominali accostate per via paratattica, sfruttando dunque suggestivamente l’assenza di nessi, e risolvendo spesso gli spunti narrativi in occasioni liriche o viceversa. Come tutti i lirici autentici infatti Penna è anche un narratore, riuscendo ad esempio a racchiudere nello stretto spazio di una quartina un intero destino: «Lungo il vecchio sobborgo / non vive malinconia. / Vivon gli stracci una vita gentile / indorati dal sole. E così sia.» Qui l’istante della visione indovina immediatamente la continuità di un’esistenza, che dagli stracci risale all’umanità umile che li veste. E la formula liturgica che chiude quella rivelazione vuole dare spazio e proiettare in un futuro ulteriore quella storia appena immaginata e sbocciata.

 

Visioni dell’io nel mondo

 

Il testo che rovescia nella seconda parte le proposizioni della prima è esemplare di Penna: «Il mio Amore era nudo / in riva di un mare sonoro. / Gli stavamo d’accanto / – favorevoli e calmi – io e il tempo. // Poi lo rubò una casa. / Me lo macchiò un inchiostro. Io resto / in riva di un mare sonoro». La sintonia dell’io con il mondo esterno, sostenuta dalla gioia dell’amore, che è il dato di partenza di molte liriche, finisce per rovesciarsi nell’affermazione del suo contrario, con l’emarginazione del soggetto, la sua esclusione, l’impossibilità di una adesione senza traumi nei confronti dell’esistente. Basta un tocco minimo, una minima trasgressione nella somma di ripetizioni su cui si costruiscono queste liriche, e il dato di partenza è rovesciato: «Il mare è tutto azzurro. / Il mare è tutto calmo. / Nel cuore è quasi un urlo / di gioia. E tutto è calmo». Anche qui, quella che inizialmente era una pura, apparentemente ingenua dichiarazione di evidenza dell’esistente conosce nella seconda parte un fremito sottile e acuto che cambia radicalmente la posizione dell’io nel mondo. L’ultima ripresa infatti («E tutto è calmo») non ristabilisce un ordine, o meglio lo ristabilisce solo nella misura in cui l’io ne rimane fuori. Ma è forse proprio a partire da questa condizione che nascono le qualità pittoriche così pure e intense di Penna: con le parole di Fortini, Penna è infatti «un abbagliante poeta del vuoto, del vuoto visivo».

 

Fabio Magro

Università degli Studi di Padova

 


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