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Una gelida distopia: le Sirene di Laura Pugno

Notoriamente, la narrativa italiana moderna ha sempre dimostrato di essere molto poco incline a coltivare i vari generi del fantastico. Le pur notevoli opere scritte da alcuni maestri novecenteschi, come ad esempio Landolfi, Calvino o Buzzati, non fanno sistema ma si limitano a costituire episodi autonomi. Va inoltre notata la tendenziale disattenzione (quando non si tratti di vera e propria ostilità) della critica verso un tipo di racconto troppo spesso pregiudizialmente considerato come rispondente solo a puri scopi di intrattenimento, ciò che certo non varrà come incoraggiamento per nuovi autori potenzialmente aperti al genere ma non disposti a rinunciare alla complessità della scrittura. Gli effetti di questa situazione sono evidenti: se si guarda alla narrativa degli ultimi trent’anni, non c’è dubbio che i narratori che si dedicano ad uno dei tanti filoni in cui si dirama il fantastico appaiono nella maggior parte dei casi privi dell’ambizione e della capacità di dar vita a testi che appartengano a pieno titolo al campo della letteratura propriamente intesa.

 

La degradazione di un mito

 

Tra le eccezioni più notevoli c’è sicuramente Laura Pugno, che soprattutto con Sirene (Torino, Einaudi, 2007) dà prova della capacità di interpretare un particolare sottogenere, quello della distopia, senza alcuna concessione a certi meccanismi tipici dei prodotti di consumo. Nel libro non viene attivata nessuna di quelle sollecitazioni alla sfera emozionale – tra spinte all’immedesimazione e facili procedimenti catartici – che saltano agli occhi in certi fortunatissimi cicli narrativi (perlopiù stranieri, in realtà) già pronti per la trasposizione cinematografica: gli effetti disturbanti che sono una componente costitutiva di questo tipo testuale agiscono qui molto più sottilmente.

In un prossimo futuro, la Terra presenta due rilevanti novità rispetto all’oggi: la luce del sole, non più filtrata dallo strato di ozono, è divenuta un devastante agente patogeno, causa del dilagare tra le popolazioni di una malattia della pelle che porta in breve tempo alla morte; negli abissi degli oceani, dove l’uomo ha cercato rifugio, sono state trovate le sirene. La comparsa di questi esseri fiabeschi non porta elementi di bellezza in un mondo irreparabilmente malato; al contrario, essi vengono assimilati al degrado universale: allevate in stabilimenti controllati dalla yakuza, le sirene sono destinate alla funzione di schiave sessuali o – per i pochi che possono permettersi di pagare cifre altissime – di cibo raffinatissimo. Viceversa, la caratteristica fatale (tranne che per Ulisse) tramandata dai miti classici si rivela nei fatti ben meno affascinante: «le sirene non cantavano per l’orecchio umano. A volte emettevano un verso stridulo di gabbiano o di foca, ma il loro canto vero era un richiamo ultrasonico che faceva impazzire i cani, e forse, per quanto impercettibile all’udito, anche gli uomini» (p. 5).

 

La ricerca dell’ineleganza

 

Lo stile del romanzo è pienamente in linea con la rappresentazione: il sentore di decomposizione che pervade ogni pagina di un racconto che non lascia alcuno spazio ad immagini positive ha il logico corrispettivo formale in una prosa quanto mai disadorna. La scrittura di Pugno procede sistematicamente per sottrazione, resecando qualsiasi traccia di espressività. Nessuna immagine ricercata, nessun giro di frase elegante, nessuna parola evocativa: personaggi e situazioni vengono resi in un linguaggio nudamente referenziale; l’unica componente lessicale che esula dalla perfetta medietà è quella tecnico-scientifica, peraltro molto presente: sin dall’incipit si incontrano termini come albinismo, dismorfismo sessuale, fototipo, ibridate, insonorizzate, membrane nittitanti, narcosi, neoprene, osmosi, smegma, suboceanici. Se episodicamente l’autrice si concede un momento di inventività, il risultato non può essere che uno pseudotecnicismo, come estrosimulatori.

La cancellazione di ogni elemento ascrivibile alla creatività linguistica è un riflesso dell’impossibilità di immaginare un mondo migliore. Nell’orizzonte mentale dei personaggi non è contemplata la prospettiva di evadere, anche solo con la mente, dallo squallore che domina ogni aspetto della vita; quando viene richiamata un’espressione che allude ad un tentativo di alzare lo sguardo, è solo per mostrarne la vacuità: «Li aveva sentiti parlare delle sirene come speranza del mondo. / Ogni volta che sentiva quella frase fatta, Samuel pensava al sapore del vitello di sirena. Sapeva già, sapeva per istinto, che il mondo non poteva essere salvato» (p. 35).

 

L’impossibilità di interpretare l’orrore

 

L’effetto disturbante che il romanzo si propone di raggiungere, dal principio alla fine, è ottenuto soprattutto grazie all’adozione di una prosa improntata a un tono gelido, che non ammette deroghe: l’orrore in cui le esistenze di sirene e persone sono costrette a trascinarsi è certamente potenziato dalla rinuncia a facili richiami al pathos. Contrariamente ad una modalità molto in voga già nello scorso decennio nella rappresentazione del male, la scrittura di Pugno è costitutivamente refrattaria all’enfasi: è proprio grazie alla rinuncia a qualsiasi tipo di sottolineatura che ogni singola mostruosità – parlando per così dire da sé – colpisce con più forza il lettore.

La narrazione è condotta in modo allineativo, per mezzo di una sintassi martellante, che procede perlopiù attraverso la semplice aggiunta progressiva di brevi membri autonomi. Uno dopo l’altro gli elementi del racconto vengono presentati impassibilmente, messi tutti sullo stesso piano da una voce narrante monocorde, totalmente antiempatica. Ecco ad esempio come vengono ricordate le esperienze più traumatiche del passato del protagonista: «Quando le aveva praticato l’eutanasia, Sadako era incinta, di un paio di mesi. Samuel l’aveva saputo dopo l’autopsia. Lei non gli aveva detto nulla. Quando aveva scoperto di essere incinta, già sapeva di essere condannata a morte. / Samuel era stato sul punto di impazzire, ma non era stato così fortunato. Era dimagrito tanto da non avere più grasso sul corpo. Mangiava scarti di sirena nella cucina degli impianti, come il mezzo lupo di Jack» (pp. 24-25).

È da rimarcare, in un romanzo che al lettore disattento potrebbe sembrare privo di stile – ma che viceversa è costruito su di una strategia di depauperazione linguistica attentamente perseguita (nulla a che vedere con la scrittura sciatta e banale di tanti romanzi apparentemente più attenti alla letterarietà) – la totale assenza di connettivi forti: le frasi sono semplicemente giustapposte, o legate dalle congiunzioni più ovvie (e, o, ma). Si tratta di una precisa scelta, attraverso la quale il livello grammaticale e quello della rappresentazione si legano strettamente. Nel mondo da incubo di Sirene tra i vari dati di realtà non si possono riconoscere rapporti logici; il disfacimento inarrestabile non risponde ad alcun disegno: la stessa presenza dell’uomo appare dettata dalla casualità, e la fine prossima ventura è solo un accadimento come un altro, a cui non va prestata troppa attenzione: «Tutto stava ritornando selvaggio. Underwater, i Territori, l’oceano. Le sirene smetteranno di vivere in fondo al mare e ci succederanno sulla Terra» (p. 13).

 

Luigi Matt

(Università degli studi di Sassari)

 

Laura Pugno (Roma 1970) ha pubblicato numerose raccolte poetiche, tra cui Tennis (2002, con Giulio Mozzi), DNAct (2012), Bianco (2016). Ha esordito come narratrice coi racconti di Sleepwalking (2002); dopo Sirene, ha scritto i romanzi Quando verrai (2008), Antartide (2011), La caccia (2012), La ragazza selvaggia (2016).

 


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