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Si può tradurre tutto? La storia di Isabeille/Isabelle tra Ciciarampa e il Finnegans

di Flavio Santi

La domanda si è presentata spontanea all’estensore di questo articolo l’estate scorsa in un ameno paesino dell’Alvernia, Francia centrale, quando sollevando la testa si è imbattuto nell’insegna di un negozio di miele: Les trésors d’Isabeille. Vale a dire: I tesori di… La simpatica proprietaria, nonché produttrice dell’ottimo miele, si chiamava Isabelle, e ape in francese è abeille. I tesori di Isabellape? I tesori di Isape? In italiano ape evoca, al massimo, il veicolo a tre ruote dotato di cabina e pianale, e in tempi più recenti l’Ape sociale, acronimo di Anticipo Pensionistico. Ma con il nome proprio Isabelle/Isabella non esiste alcun legame. Allora in questo caso la sentenza è: intraducibile? O si possono mettere in campo strategie di negoziazione e compensazione, come spiega Umberto Eco in Dire quasi la stessa cosa (Bompiani, 2003)? Ma in questo caso si può davvero dire quasi la stessa cosa? Oppure non resta che ricreare, trovare una soluzione alternativa, ma alla fine, con ogni probabilità, diversa, linguisticamente e culturalmente? Nel caso dell'italiano, la prima idea che viene in mente verte su un gioco di parole Isabella-bella, che però niente ha a che vedere con il mondo delle api.

Per il momento lasciamo al lettore la possibilità di trovare una soluzione aderente al senso originale di Isabeille – ammesso che esista...

 

“Cos’è la traduzione? Su un vassoio la testa pallida e fiammante di un poeta”

 

Sulla questione della traducibilità/intraducibilità sono famose le posizioni del poeta americano Robert Frost “Che cos’è la poesia? Ciò che va perso nella traduzione” – come a dire che quello che resta è un mero residuo impoetico e inespressivo – e di Vladimir Nabokov “Cos’è la traduzione? Su un vassoio la testa pallida e fiammante di un poeta” – come a dire che il testo tradotto risulta alla fine senza testa, e dunque di fatto morto (la resa stessa in altre lingue di un gioco di parole come testo-testa porrebbe seri problemi di traducibilità, solo in francese i due termini si avvicinano, texte e tête, mentre già in altre lingue neolatine come spagnolo e portoghese divergono notevolmente, per non parlare di inglese o tedesco).

Posizioni paradossali, però, perché lo stesso Nabokov è stato un finissimo traduttore e alla traduzione ha dedicato il saggio L’arte della traduzione, contenuto nel volume Lezioni di letteratura russa (Garzanti, 1987). Se vogliamo restare sul filo del paradosso, tutto è allo stesso tempo traducibile e intraducibile: è traducibile in quanto interpretabile; è intraducibile in quanto espressione di un determinato sistema linguistico, unico nel suo genere. Viene in mente il celebre paradosso del gatto di Schrödinger, secondo il quale, alla luce della fisica quantistica, un gatto è allo stesso tempo vivo e morto. Ma come prontamente ricorda Susanna Basso nel prezioso libro Sul tradurre. Esperienze e divagazioni militanti (Bruno Mondadori, 2010), “Per fortuna, in traduzione, nemmeno il più matematico dei paradossi ha speranza di essere risolto una volta per tutte”: così, mentre il testo originale è unico e immodificabile, resterà così per sempre, la traduzione – in quanto operazione di lettura e interpretazione – è qualcosa in divenire, inevitabilmente soggettiva e utopisticamente oggettiva.

Come si è potuto intuire, tra i problemi più difficili da risolvere ci sono quelli posti da giochi di parole, rompicapi linguistici, parole-macedonia, calembour di varia forma e natura, perché strettamente legati al “genio” della lingua (e della cultura) che li produce. La questione è tornata alla ribalta in questi mesi grazie alla ripresa della traduzione dell’opera intraducibile per eccellenza, il Finnegans wake di James Joyce, ad opera di due enfant terrible come Enrico Terrinoni e Fabio Pedone: a gennaio sono usciti per Mondadori i capitoli 1 e 2 del terzo libro, cui seguiranno i capitoli 3 e 4 e il quarto libro, previsti entro il 4 maggio 2019, ottantesimo anniversario della pubblicazione dell’opera.

 

In origine era il Ciciarampa (o Ciarlestrone o Farfuciarbuglio o...)

 

Però non si può affrontare il rebus linguistico del Finnegans senza almeno un cenno a uno dei suoi più acuti e riconosciuti ispiratori, Lewis Carroll, inventore di Alice e del suo mondo fantastico. In Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò (1871), seguito di Alice nel paese delle meraviglie, compare una lunga e misteriosa poesia dal titolo Jabberwocky, i cui primi quattro versi (“Twas brillig and the slithy toves / Did gyre and gimble in the wabe: / All mimsy were the borogoves, / And the mome raths outgrabe”) trovano una puntuale spiegazione delle singole parole da parte di Humpty Dumpty. Si tratta di “parole difficili” (hard words), veri e propri bauli (portmanteau) come ci tiene a precisare il singolare interlocutore di Alice dalla testa a forma di uovo, dunque vocaboli con “due significati impacchettati (packed up) in una sola parola” – non a caso in inglese parola-macedonia si dice portmanteau word proprio da questo passo. Molti traduttori si sono cimentati in questa sfida immane – Masolino d’Amico, Milli Graffi, Alessandro Ceni e molti altri, più o meno noti – e ognuno ha dato un proprio contributo di radicale, e necessario, rifacimento. Il titolo stesso – derivato da jabber che significa farfugliare, balbettare – risulta Ciciarampa nella versione della poetessa sperimentale Milli Graffi – diventato ulteriormente familiare perché adottato nel doppiaggio nel film di Tim Burton del 2010 –, Ciarlestrone nella versione dell’americanista d’Amico, Farfuciarbuglio in quella del poeta toscano Ceni. Twas è forma colloquiale di it was, “era” – e fin qui nessun problema (anche se nessun traduttore ha reso l’abbassamento di registro). Da brillig inizia la serie di coni nuovi: questa neoformazione indica le quattro del pomeriggio, quando si comincia a broil (grigliare) per la cena, ma potrebbe indicare anche il pesce rombo ed essere abbreviazione di brilliant: brillosto (d’Amico, brillante+arrosto), cuociglia (Ceni, cuocere+griglia), cenorava (Garofalo, cena+ora). Slithy unisce slimy (viscido) e lithe (agile, snello): agiluti (d’Amico, agile+lutulento), viviscidi (Graffi, vivo+viscido), viscoflessi (Ceni, viscoso+flessuoso), come mimsy fonde flimsy (sottile) e miserable (triste): melacri (d’Amico, melanconico+alacre), invelini (Ceni, infelice+velina), mensi (Celati, calco, con forte richiamo a mesti). Così dietro ogni parola si nasconde un agguanto, un baule e una sorpresa.

Per approfondire la questione: http://www.intralinea.org/archive/article/La_ricreazione_di_Alice

 

Che cosa ne sarebbe di Harry Potter?

 

Vero e proprio work in progress – questo il titolo iniziale –, massimo esempio di “opera aperta”, libro da leggere ma che allo stesso tempo ti legge (“il Wake è quel che ne facciamo, ma anche quel che fa di noi” osserva Fritz Senn), Finnegans wake è già un luminoso rompicapo nel titolo: veglia o risveglio? o forse scia? E Finnegans non è “Finnegan’s”, così viene meno l’impropria traduzione “Veglia di Finnegan” – titolo per altro di una famosa ballata irlandese presente nel libro. Finnegans potrebbe essere un ciclico “fin again”; oppure al contrario un “fin negans”; oppure potrebbe essere un luogo, oppure un vocativo, “Finnegans/irlandesi, svegliatevi”. Il Finnegans è traducibile innanzitutto perché lo stesso Joyce ne ha fornito un saggio di traduzione in collaborazione con l’amico Nino Frank: il frammento di Anna Livia Plurabelle (libro primo, capitolo 8) dà delle indicazioni fondamentali. Joyce, che conosceva molto bene l’italiano (anche nelle sue varianti regionali, soprattutto il triestino), procede in una vera e propria riscrittura, che tiene conto sia del significante che del significato: così il latinorum mutans mutandi diventa “mute ondine” – fortemente aderente al livello fonetico, ma anche a quello connotativo, visto che le onde mutano in continuazione, e possono anche essere le ninfe ondine, creature mutevoli per eccellenza. Non solo: “mute ondine” è da leggersi anche “mutandine” – fatto salvo così il gioco di parole italiano, non senza un’allusione sessuale.

A questo spirito multiforme tiene fede il traduttore che inaugurò il progetto della trasposizione integrale, Luigi Schenoni, morto nel 2008. Così la celebre parola iniziale di questo libro-fiume riverrun, composta da river (fiume) e run (corso, corsa), diventa coerentemente fluidofiume, con analogo stampo sonoro e spiccata allusività allo scorrere della narrazione. Terrinoni e Pedone proseguono alacremente su questa scia (wake!): l’avverbio zeemliangly, che rimanda a seemingly, ma anche al russo zemlja (terra), diventa apparterremente, dove convivono apparentemente e terra. Le protagoniste della fiaba rivisitata della formica e della cicala sono Ondt e Gracehoper, rispettivamente Fermica e Cigrala: Ondt richiama la parola ant (formica), ma è anche anagramma del divieto don’t, dunque ferma+formica; Gracehoper richiama la cavalletta (grasshopper, la protagonista della fiaba nella versione inglese), ed è colei che spera nella grazia, cicala+grazia.

Uno dei meriti dell’impresa di Terrinoni-Pedone è che toglie al Finnegans quella patina di snobismo e distanza oracolare, rendendolo più accessibile al lettore, evidenziandone la straordinaria vis comica, e dimostrando infine la sua insospettabile, almeno in apparenza, vicinanza. Bastino qui due rapidi esempi: la pubblicità è enormemente debitrice del Finnegans, attingendo a piene mani alla tecnica delle parole macedonia; il mondo linguistico di Harry Potter, con i suoi gringotts, muggles, hufflepuff, non esisterebbe, o sarebbe sensibilmente diverso senza la scia del Finnegans.

 

Flavio Santi

(Scrittore. Il suo ultimo romanzo è L'estate non perdona. La nuova indagine dell'ispettore Furlan, Mondadori, 2017)


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