Normale e diversa: la Sardegna di Flavio Soriga

di Luigi Matt

Ci sono molti modi per rappresentare luoghi ed identità. La soluzione più facile, e per questo molto spesso perseguita, è affidarsi agli stereotipi più collaudati; oppure si può puntare ad offrire una lettura totalmente controcorrente, che rovesci le convinzioni più diffuse, ritenute di per sé errate. Ma si può anche evitare di scegliere tra le due impostazioni antitetiche, che rischiano entrambe di essere limitanti, per tentare di rendere la complessità del reale mostrando aspetti non conosciuti senza rifiutare a priori tutte le immagini tradizionali. Un esempio interessante di questa intelligente pratica è Nuraghe beach di Flavio Soriga (Roma-Bari, Laterza, 2011), in cui la Sardegna – un luogo che come pochi altri viene spesso raffigurato in modo terribilmente convenzionale – appare nella sua natura multiforme, non riducibile a etichette preconfezionate: come una terra allo stesso tempo «perfettamente normale e totalmente diversa» (pp. 133-34; corsivi nel testo).

 

I generi contromano

 

Tutto, in quest’opera, è volutamente privo di univocità, a partire dal tipo di libro che il lettore ha in mano. Teoricamente, avendo acquistato un volume della collana «Contromano», ci si aspetterebbe una guida sui generis, idea avvalorata dal sottotitolo (La Sardegna che non visiterete mai): ma sin dalle prime pagine ci si rende conto che a dominare è la più netta asistematicità. Di fatto, tre quarti del libro ospitano un romanzo che ha per protagonista Nicola, un giovane scrittore sardo in crisi a cui è stata commissionata una guida della Sardegna che non ha intenzione di realizzare, ben sapendo che l’editore gli ha offerto un generoso contratto «per dire che in questa terra c’è sempre il sole e che i cinghiali, certe mattine d’estate, arrivano fino in spiaggia, e giocano con i  turisti, e nei nuraghi sono custoditi i segreti di un popolo scomparso [...]. E la bontà della gente e l’ospitalità e la sincerità dei cuori» (p. 30).

In appendice vengono poi riportati articoli di giornale di Soriga e brevi testi di autori occasionali (tra cui sua madre). Non c’è dubbio che molte delle cose che Nicola pensa e dice riflettono la visione del mondo dell’autore; in particolare, riguardo alla sardità è centrale «L’idea, che gli è venuta molte volte, che si può sempre essere diversi da come ti hanno sempre detto che non puoi non essere, e che a volte si ha addirittura l’obbligo di questa diversità» (p. 54).

Il racconto in terza persona delle difficoltà intellettuali ed esistenziali del protagonista è inframezzato dai dialoghi (ma in molti casi si tratta più che altro di monologhi alternati) tra lui e la cugina. Quest’ultima vuole convincerlo a realizzare «una guida dei posti assurdi che un vero viaggiatore che viene in Sardegna non dovrebbe per nessun motivo farsi sfuggire» (p. 31): una controguida dell’Isola, in effetti, risulta dalle sue parole. Allo stesso personaggio si deve il beffardo titolo: «questo libro qui assurdo non puoi che chiamarlo così, nuraghe beach, perché lo sai, gli italiani se non c’è un nuraghe, in una storia, non è la Sardegna, e se non c’è la spiaggia, mi dispiace, non è la Sardegna. Ci andrebbe anche un pastore ma in un titolo non puoi metterci mica tutto, quindi limitati a questi due cardini della nostra identità, diciamo, quei cazzo di cumuli di pietre millenari e quelle cazzo di distese di sabbia meravigliose, nuraghe beach, vende a scoppio» (p. 124).

Nel libro, in effetti, di pastori e nuraghi non c’è traccia, e anche le spiagge non hanno un ruolo preminente: ad essere rappresentata è soprattutto la vita di una città come Cagliari, lontanissima dalla Sardegna per come la immaginano i turisti. La principale caratteristica che è bene tenere a mente se si vuole capire qualcosa dell’Isola è senza dubbio proprio la fortissima differenziazione – a tutti i livelli: geografico, antropologico, culturale, linguistico – tra le varie zone. Il concetto è reso spesso in modo ironico dando voce alle rivalità e alle diffidenze tra paese e paese (ciò che peraltro si potrebbe ripetere un po’ per tutta l’Italia): «Con quelli di Assemini, si può andare d’accordo purché non si parli di panada, perché sono convinti di saperla fare solo loro, la panada, e invece da noi è cento volte meglio, neanche a parlarne» (p. 5; l’oggetto del contendere è «una torta salata panciuta e regale»: p. 6).

 

Il linguaggio della gioventù sarda

 

Tra gli aspetti che vengono volentieri affrontati da Nicola e dalla cugina c’è il modo di parlare di Cagliari e dintorni, tanto che si ipotizza ad un certo punto la compilazione di un Dizionario minimo di sardo-campidanese per uso quotidiano (p. 38). Ne deriva tra l’altro la propensione per i commenti metalinguistici: «In questa città solo non vuol dire “soltanto”, ma “molto”» (p. 17); «in giro a fare orario, come si dice in questa città» (p. 65); «I paesi del Campidano si chiamano Villas, in sardo Biddas, i suoi abitanti spregiativamente bidduncoli» (p. 96).

Qualche volta emerge un sardismo lessicale: è molto significativo che si tratti sempre di parole tutt’ora in uso tra i giovani, come caddozzo ‘puzzolente’ o stravanato ‘straordinario’. Interessante anche il fatto che l’aggettivo burdo venga usato non nei significati di ‘bastardo’ o ‘balordo’, ma in quello più recente di ‘zoticone’ («uno burdo con la giacca da motociclista e i boxer a fiori, la camicia bianca aderente stretta dentro i jeans. Uno che fa le battute su i negri e i froci e si mette la brillantina nei capelli. Uno che ascolta Alessandra Amoroso»: pp. 12-13). Lo stesso significato ha il ricorrente gaggio, che con l’astratto gaggezza assume il ruolo di parola-chiave, dato che di persone e ambienti, ad un primo livello di approssimazione, ai protagonisti preme di stabilire appunto se sono gaggi o no.

Com’è perfettamente coerente con il tipo di mondo rappresentato, e con la stessa idea di fondo di Nuraghe beach, la dominante linguistica del testo è in realtà costituita non dagli elementi sardi, bensì dalla riproduzione di un linguaggio parlato connotato in senso giovanile, che nelle sue linee fondamentali si presenta piuttosto simile a quello di tutta Italia. È evidente che i trentenni colti delle varie regioni sono influenzati da prodotti culturali mainstream molto più che dalle tradizioni locali. La colloquialità su cui è impostato l’intero libro solo a tratti è riconoscibile come sarda, e perlopiù per mezzo di strutture non particolarmente marcate, come ad esempio le topicalizzazioni realizzate col pronome pleonastico ne: «non ce n’è, stazione, a Domusnovas» (p. 32); «spiagge brutte è quasi impossibile che ne incontri» (p. 90).

Funzionali anche alcune scelte lessicali in cui la regionalità potrebbe non essere colta da molti lettori: si tratta di parole perfettamente italiane, ma che in Sardegna vengono usate molto di più che altrove. Si può citare ad esempio il frequente ascolta all’inizio di una battuta dialogo, laddove in altre regioni si preferiscono differenti segnali fatici (senti, guarda, vedi). Solo i sardi, o chi è immerso quotidianamente nel parlato dell’Isola, potranno cogliere tutta la gamma di sfumature semantiche che di volta in volta prendono vita nell’apparentemente semplice forma ohia, che torna spesso nel testo; è necessario immaginare le diverse intonazioni con le quali si pronuncia: una delle prove migliori – sia lecito coniare un’etichetta non scientifica – dell’arte interiettiva sarda.

 

Il carattere delle giovani sarde

 

Nuraghe beach, come già in larga parte il romanzo Sardinia blues, pubblicato da Soriga qualche anno prima, si inserisce senza dubbio nel filone della narrativa italiana che fa della resa dell’oralità spontanea la propria cifra distintiva. È impossibile dar conto sinteticamente, esemplificando, dell’andamento sintattico prevalente nel libro: infatti, quello che conta non sono tanto i singoli costrutti marcati tipici del parlato, pur naturalmente in certa misura presenti, quanto piuttosto la struttura generale del discorso. Come spesso capita in questo genere di prosa, è alla realizzazione di periodi lunghissimi integralmente paratattici che viene affidato il compito di evocare il parlato. In molte pagine è riversato un flusso ininterrotto di frasi spesso non particolarmente caratterizzanti se prese per sé stesse, ma che affastellate una dopo l’altra, perlopiù separate solo da una virgola, dànno la precisa sensazione di ascoltare un racconto a voce.

I procedimenti allineativi hanno certamente anche una funzione rappresentativa: rispondono alla difficoltà dei personaggi di mettere ordine nella massa di idee e sensazioni che provano, a cui è difficile trovare un senso unitario. I pensieri allora trovano sfogo nella ricorrente figura dell’enumerazione (non di rado caotica), che d’altronde proprio all’inizio del libro viene interpretata dal narratore come centrale nel rapporto di coppia (la cui implosione è il tema latente del racconto): «Forse, stare insieme è fare gli elenchi. Impararli. Quello che piace a me, a te, a tutti e due» (p. 3).

Il modo di esprimersi del protagonista (tanto nel narrato – costantemente focalizzato su di lui – quanto nelle battute di dialogo) e quello della cugina presentano differenze avvertibili: se entrambi sono tarati sul tono della conversazione, il primo è certamente molto meno estremo del secondo. In effetti, le pagine più riuscite, nella loro vertiginosa concitazione, sono quelle in cui prendono corpo le lunghe tirate della simpaticissima Katia, che ricordano un po’ nel tono, pur nelle enormi differenze linguistiche, quelle della protagonista di Bellas mariposas di Sergio Atzeni (Cate: la somiglianza tra i due nomi non sarà casuale), il cui irrefrenabile monologo è forse la più riuscita resa del linguaggio parlato nella narrativa italiana. Cate è un’adolescente che vive in un claustrofobico ambiente degradato (da cui evade attraverso la fantasia), mentre Katia è una giovane donna ben inserita nel mondo, con un livello di cultura imparagonabilmente superiore; ma c’è qualcosa, nell’unione di freschezza ingenua e intelligenza profonda, con più di una punta di spavalderia a fare da legante, che unisce i due personaggi. La forza e la fierezza, qualità che ricorrono frequentemente nella rappresentazione dell’universo femminile in Sardegna, trovano nuove incarnazioni letterarie, create senza ombra di nostalgia e senza nulla concedere alle immagini di maniera che tanto piacciono agli appassionati di esotismo a buon mercato. Una dimostrazione, per finire da dove s’era cominciato, del fatto che è possibile rappresentare le realtà locali senza ricorrere all’infinito serbatoio dei cliché.

 

Luigi Matt

(Università di Sassari)

 

Flavio Soriga (Uta 1975) ha pubblicato romanzi e raccolte di racconti: Diavoli di Nuraiò (2000), Neropioggia (2002), Sardinia blues (2008), L’amore a Londra e in altri luoghi (2009), Il cuore dei briganti (2010), Metropolis (2013).


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