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13 aprile 2018

Cartongesso di Francesco Maino: flusso d’incoscienza tra villette e capannoni

di Luigi Matt

A Venessia e nei paesi del territorio (tra cui Insaponata), uno dei più produttivi dell’Itaglia di oggi, il diffuso benessere economico si accompagna ad un tenace malessere psicologico ed esistenziale. In particolare chi conserva, magari a fatica, le caratteristiche di essere senziente vive con profondo disagio la sua marginalità rispetto all’integrata popolazione di capannoidi rozzi ed ignoranti («gente che ha ingurgitato contro voglia le elementari e ruttato le medie»: p. 45), dediti unicamente al culto del sesso e del denaro. È questo lo scenario in cui prende la parola il protagonista, un avvocato d’insuccesso, ex necroforo, psichicamente instabile.

Cartongesso (Torino, Einaudi, 2014), uno dei più notevoli romanzi italiani di questo decennio, rappresenta in modo efficacemente spietato un mondo da cui ogni forma di bellezza è stata chirurgicamente asportata. Il fatto che si tratti del Nord-Est produttivo determina alcune delle specifiche caratteristiche dell’orrore descritto; ma è evidente che livelli analoghi di squallore, pur diversamente declinato, si potrebbero ottenere applicando lo stesso tipo di indagine «ai figli stronzi della milanodabere e ai figli focomelici della romadeiparioli» (p. 53; corsivi nel testo: si tratta di una modalità costantemente attivata nel romanzo per sottolineare gli aspetti più turpi della realtà). Il politicamente corretto non è palesemente in cima ai pensieri dell’autore.

Quali precedenti della scrittura di Maino sono stati indicati modelli stranieri, come Céline e Bernhard, maestri dell’invettiva; non risulta invece che sia stato fatto il nome che appare di gran lunga più pertinente – soprattutto dal punto di vista formale –, quello di Lucio Mastronardi: lo straordinario Calzolaio di Vigevano (un romanzo che forse attende ancora di essere valorizzato quanto merita) viene spesso in mente al lettore più attrezzato di Cartongesso.

 

La sintassi a perdifiato

 

Il romanzo è interamente costruito sull’interminabile confessione-accusa del narratore, uomo evidentemente inadatto a trovare un suo posto nel mondo ipercompetitivo e alienante in cui gli tocca sopravvivere. In quello che verrebbe da chiamare flusso di incoscienza trovano luogo, alternandosi o mescolandosi, lucidissime analisi delle aberrazioni della società di oggi e fantasie deliranti. Sempre in bilico tra la capacità di interpretare razionalmente i comportamenti sociali e l’abbandono alle manie di persecuzione, il giovane avvocato non si concede mai una pausa neppure minima per prendere fiato, come si può notare anche solo sfogliando il libro (più di duecento pagine si susseguono senza una riga bianca).

L’andamento dominante della prosa prevede periodi torrenziali, che possono estendersi anche per più d’una pagina, costruiti su accumuli di frasi che spesso sembrano nascere una dall’altra senza alcuna progettazione, seguendo la cascata di associazioni mentali, divagazioni non pertinenti, memorie involontarie e idee ossessive che si affastellano nella mente del protagonista. Le componenti più sgradevoli del mondo – popolato da «persone votate sempre al brutto, al lutto, allo strutto» (p. 101), come viene detto per mezzo di una delle ricorrenti tramature di figure della ripetizione – sfilano davanti ai suoi occhi che le registrano, sembrerebbe, senza tralasciare alcun particolare. Di conseguenza, uno dei procedimenti stilistici salienti del testo è l’enumerazione; se ne può dare qui solo un minimo assaggio: «le immobiliari esse-esse-elle fatte ad hoc da cordate di farmacisti, architetti, ristoratori, teroni in carta, cravattari, camorristi e altra paccottiglia umana» (p. 28). Come si vede, la funzione dei cataloghi è anche quella di esprimere implicitamente giudizi non ovvi: nella lista di finanziatori qui proposta i malviventi vengono messi sullo stesso piano di quelli che comunemente sono visti come stimati professionisti.

Poche righe dopo il brano appena commentato si legge una tirata sulle orrende ville degli arricchiti veneti che costituisce palesemente una citazione di un brano della Cognizione del dolore. L’omaggio non deve trarre in inganno: per la prosa di Cartongesso, pur obiettivamente catalogabile come espressivista, non si può parlare di plurilinguismo di matrice gaddiana, mancando una componente irrinunciabile di quella maniera, il lessico colto (letterario, arcaico o latineggiante). Il ricchissimo vocabolario del romanzo, pur molto variegato, è tutto orientato verso i piani bassi della lingua: lo sguardo del disperato narratore neppure per un attimo può sollevarsi da terra.

 

Il lessico dell’ineleganza

 

«Oggi a Insaponata si parla il grezzo, un idioma tecnico para-dialettale di consumo, privo di bellezza indigena, perennemente impreciso, involgarito dalla cantilena locale e da sillabe sincopate, buono solo per la sopravvivenza dei consumi di massa, ma senza anima, forza evocativa e un minimo di poetica» (p. 14): così il protagonista descrive il linguaggio che è costretto ad ascoltare quotidianamente, uno dei non ultimi fattori di disgusto che l’ambiente circostante gli provoca. Nel romanzo il dialetto veneto compare spesso, ed ha sempre la funzione di mostrare la miseria intellettuale e morale dell’italiano medio nella sua incarnazione locale. Ad essere pronunciate in dialetto sono quasi solamente parole adatte a mostrare gli aspetti più antispirituali della mentalità comune; ben rappresentati in particolare sono i campi semantici del cibo (toco de poenta, scorzi de porsei ‘cotenne’, zozzoli ‘ciccioli di lardo’, fasioi conzi, fortajada ‘frittata’, risi e bisi, fritolini) e della sua assunzione smodata (magnada, sbueata sgolza ‘grande abbuffata’, s’incocona ‘s’ingozza’), delle parti del corpo (dei ‘dita’, cojoni, zerveo ‘cervello’, zenoccio, parussa ‘vulva’, onge dei piè, lengua, cavei), degli animali (buttole ‘lombrichi’, ievari ‘lepri’, gransi, ziegolo ‘cefalo’, sardee, cavare ‘capre’, anguèla, berebettole ‘lucertole’).

Per quanto riguarda l’animalità, va detto che si tratta di una caratteristica, come del resto molte altre rappresentate nel libro, da cui lo stesso protagonista non è, per sua stessa ammissione, esente: «Volevo [...] rampicare lento con le bestie [...], ancora mangiare come mangia l’animale ma senza ingrassare d’un etto, riprodurmi come si riproduce l’animale [...], poi ritirarmi nel bosco del Cansiglio, a morire come muore l’animale» (pp. 10-11).

Oggetto di resa linguistica (e volentieri metalinguistica) è anche il ripugnante mondo del lavoro, che si palesa attraverso schegge di lessico giuridico, burocratico o economico, insomma di quel «tipo di italiano tecnico che si adopera, lingua ormai aberrante, e inelegante, dalle formule formali e svuotate» (p. 101), di cui basterà portare un esempio: «verso il margine di profitto o altra utilità suscettibile di valutazione economica» (p. 5).

Un ruolo tutt’altro che marginale hanno anche le varie realizzazioni del turpiloquio, tra cruda terminologia sessuale o scatologica e blasfemia (il Veneto, com’è noto, è una delle zone d’Italia in cui è più facile ascoltare bestemmie).

Ma la voce narrante non si limita a registrare il linguaggio che gli ferisce di continuo le orecchie; non di rado viene attivata la creazione di neoformazioni (come ad esempio auto-asfaltarsi, fotoringiovaniti, parrocchialanza) che servono a descrivere in modo calzante alcuni dettagli della raccapricciante realtà. È in particolare il lavoro che è costretto a fare, vissuto come indegno di un essere umano, a stimolare la creatività neologica del protagonista. In una sorta di attualizzazione postmoderna dei bestiari medievali si ha così la creazione di un ircocervo, il ricorrente avvocato-topo, essere immondo che episodicamente può essere evocato attraverso altre simili fusioni verbali: avvitopo, avvocato-roditore, praticantinutria, patrocinatori-pantegana, roditor-togato, topitoga.

 

La retorica della disumanità

 

Il protagonista di Cartongesso ha una percezione del mondo che non collima mai con la cosiddetta normalità. Dal punto di vista formale, questo aspetto si concretizza tra l’altro nel ritorno insistente di elementi propri di una figuralità non convenzionale. Il fenomeno più visibile, dovuto evidentemente ad una vera e propria ossessione, è l’impiego di immagini disumanizzanti, bene in linea con il mondo rappresentato, nel quale le persone appaiono prive di reale identità, passive rispetto ad usi e valori (o meglio disvalori) imposti dall’esterno, incapaci di idee o sentimenti. L’attenzione del narratore allora si focalizza su singole parti del corpo, per le quali vengono adoperate espressioni incongrue, adatte ad oggetti o entità astratte: «sul pianale della faccia, sul bancale chiamato faccia» (p. 18); «desiderare segretamente di riprogettarsi il seno» (p. 19); «il suo sguardo disattivato» (p. 47); «La manutenzione del naso» (p. 55); «ammasso d’ossa contributive» (p. 61); «occhi che vanno a sciogliersi, occhi reflui, di scarico» (p. 64); «mi si tarmano i polmoni» (p. 70); «occhi accerchiati, travasati, imbottigliati» (p. 83); «l’addetto al restauro e alla manutenzione del mio cervellino bipolare» (p. 97); «Le carceri sono tritacarni arrugginiti, solo che il macinato che se ne ricava è, per l’appunto, un macinato umano» (p. 102); e l’esemplificazione potrebbe continuare a lungo.

Si sarà notata la ricorrente menzione degli occhi, ridotti a cose inerti; non si tratta di un caso: se come recita un noto adagio gli occhi sono lo specchio dell’anima, è coerente che il primo indizio della mancanza di anima sia da cogliere nell’annullamento dell’umanità nello sguardo delle persone. Come in un film di fantascienza apocalittica, la gente descritta nel romanzo è «accecata di una cecità progressiva e inesorabile, come di una patologia cronica agli occhi, una retinopatia collettiva, una cataratta pandemica per cui nessuno vede nessuno, nessuno vede niente, non c’è bisogno di vedere niente e nessuno, e dunque gli occhi hanno perso la loro funzione primaria [...], non servono più a niente» (p. 210).

Lo perdita di distinzione tra umano e non umano – la quale tra l’altro fa sì che si vedano per strada «Corpi camminanti che hanno rapporti automatici con le cose e con gli altri corpi camminanti» (p. 46) – si può cogliere a tratti anche in un fenomeno speculare, per cui le cose sembrano assumere pensieri ed intenzioni: «quattro centimetri di tacchi tetragoni» (p. 17); «manufatti [...] ipocriti e fragili, sciatti e scaltri» (p. 46); «un asfalto benigno che mi pare perfino famigliare» (p. 70); «vetture zotiche» (p. 162).

Arrivato all’ultima riga di Cartongesso, il lettore può finalmente tirare il fiato, ma continuerà facilmente a provare una sensazione di disagio. La categoria che meglio può spiegare tale effetto, perseguito con ostinazione e pienamente raggiunto dall’autore, è certo quella di perturbante: gli esseri senza vita interiore che affollano le pagine del romanzo appaiono un’attualizzazione delle figure da incubo del racconto Der Sandmann di E.T.A. Hoffmann, studiato da Freud come caso esemplare in Das Unheimliche. Il fatto che questo risultato venga raggiunto per mezzo dello stile di cui si è cercato di dar conto è un’evidente riprova delle enormi potenzialità che hanno, quando sapientemente messe in atto, le scritture di ricerca.

 

 

Luigi Matt

(Università degli studi di Sassari)

 

Francesco Maino (Motta di Livenza. 1972) ha vinto il Premio Calvino col romanzo d’esordio, Cartongesso. In seguito ha pubblicato la plaquette Ratatuja. Parole alla prova (Vicenza, Ronzani, 2016).

 

 

Immagine: By MarisaLR [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], from Wikimedia Commons


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