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11 maggio 2018

D’Annunzio, lessico e nuvole

di Stefania Stefanelli

Poeta, romanziere, drammaturgo, opinionista, uomo politico, aviatore: la figura di Gabriele D’Annunzio, la cui vita si svolse tra grandi amori, spostamenti geografici, passioni civili e sperimentazioni letterarie, appare davvero complessa nella sua poliedricità. Qualcosa si può affermare, senza timore di smentita: che il suo più grande amore, che non lo ha mai abbandonato sino alla fine della sua esistenza, è stato quello per la scrittura letteraria; e che, in questo contesto, si è manifestata in lui una passione per la parola che lo ha fatto diventare uno dei più grandi Maestri nella storia della letteratura italiana, riverberandosi anche in poeti del pieno Novecento, come Montale.

Come è noto, D’Annunzio non ha mai preso posizione riguardo alla questione della lingua, anche se nei suoi anni la recente unificazione dell’Italia riproponeva il problema in termini concreti; il suo orientamento nell’ambito delle scelte linguistiche si esprime in alcuni versi della Laus vitae: «[…] o italici segni / rivendicarvi io seppi / nella vostra vergine gloria!». E infatti la caratteristica più marcata del lessico dannunziano è quella di riprendere, o meglio, di far rivivere il lessico colto e letterario della tradizione, dalle origini fino ai suoi giorni. Una sorta di riserva aurea alla quale lo scrittore ha attinto a piene mani, secondo varie modalità.

 

Senza rancura verso il passato

 

Le preferenze di D’Annunzio si orientarono soprattutto verso gli scrittori dei primi secoli dai quali ricavò parole arcaiche e disusate, talvolta attribuendo loro un senso figurato. Il suo lessico preferito era quello dantesco, dal quale trasse termini come croio (rustico), fortuna (tempesta), rancura (affanno); ma troviamo anche trambasciare (essere angosciato), caleffadore (burlatore), arrubinato (riempito di vino) da Boccaccio, abbertescare (rinforzare, difendere), guidalesco (piaga), malfusso (maledetto), squarquoio (lurido) e biavo (sbiadito), cucurbita (zucca), sghignapappole (ridanciano), saccomanno (saccheggio).

Sempre nell’intento di recuperare voci arcaiche che rinviano alle origini dell’italiano, sterminata è la mole dei latinismi: tra i tanti, avio (impervio, remoto), caupona (osteria), clamoso (strepitante), illune (senza luna); secondo Giuseppe Lando Passerini, autore del fondamentale Vocabolario dannunziano, sono voci mai adoperate in precedenza. La passione per la classicità non si limitò alle parole di ascendenza latina ma si estese anche a quelle di origine greca, come per esempio camelopardo (giraffa), criselefantino (fatto d’oro e di avorio), epopto (sorvegliante), protome (busto scultoreo). Tra i grecismi, non può essere omessa la celebre polirematica eia eia alalà che D’Annunzio creò nei suoi volumi di impegno politico, La beffa di Buccari, Italia e vita, Contro uno e contro tutti, Per l’Italia degli italiani; espressione della quale poi si impadronì il fascismo. Per completare il quadro del plurilinguismo fantasmagorico di D’Annunzio, notiamo parole italianizzate ma provenienti dal francese (falbalà), dallo spagnolo (galgo, stampita), dall’ebraico (bato, coro), dall’arabo (dirhem) e persino dal giapponese (daimio). Fra le parole tratte dai dialetti, ricordo soltanto orbace (dal sardo orbaci) che era il nome di un panno di lana grezza con il quale venivano fatte le divise dei gerarchi fascisti ma che diventò, per antonomasia, il nome della divisa stessa.

 

Un velivolo pieno di tecnicismi

 

D’Annunzio esplorò anche il terreno dei lessici specialistici: quello botanico, presente soprattutto nella raccolta poetica Alcyone, quello della marina e quello militare, attingendo per gli ultimi due anche al Vocabolario marino e militare di Alberto Guglielmotti. Questo settore della sua ricerca lessicale ci avvicina a un aspetto del linguaggio dannunziano più legato alla modernità, quello dei lessici specialistici delle macchine, presente soprattutto nell’ultima fase della sua produzione in prosa, in particolare nel romanzo Forse che sì forse che no: qui troviamo per esempio termini di ambito automobilistico, come radiatore, volano, volante e il francesismo panna (da panne). Ma soprattutto, risalgono a questa fase narrativa parole che pertengono al mondo dell’aviazione nel quale D’Annunzio ebbe un ruolo da protagonista durante la prima Guerra mondiale, in particolare con il volo su Vienna. Oltre a coniare, su un preesistente aggettivo marinaresco che significava «che sembra volare con le vele» (attribuito a un’imbarcazione), il sostantivo velivolo, impiegò carlinga, fusoliera, multiplano, rullìo, triplano, virata, tutti termini che vennero accolti nel Primo Dizionario aereo italiano di Filippo Tommaso Marinetti e Fedele Azari del 1929, con il quale si intendeva stabilizzare un codice ancora, in quegli anni, assai incerto.

 

Nerazzurro e nerobianco

 

La creatività lessicale di D’Annunzio, al di là delle celeberrime novità, come tramezzino, La Rinascente (nome dei grandi magazzini), Saiwa (nome della ditta produttrice di biscotti) e qualche altra, si esercita soprattutto nel creare neologismi partendo da termini già esistenti. Si tratta di derivati mediante il processo di affissazione, cioè l’aggiunta di prefissi e/o suffissi: così, da un nome può nascere un nuovo verbo (ammammolarsi) o un nuovo aggettivo (cuoioso); all’inverso, un nuovo nome può essere originato da un verbo (saettio) o da un aggettivo (marmoreità). Da ricordare, nella categoria dei derivati, neologismi particolari che attengono alla satira politica esercitata dal poeta nei primi decenni del Novecento: gli aggettivi gionittiano (di Giolitti e Nitti) e incaporettato (coinvolto nella vergogna di Caporetto) e il nome Labbrone attribuito a Giolitti. L’altra modalità di formazione di neologismi è la composizione, cioè la fusione di due unità lessicali; mi limito a ricordare alcuni di quelli relativi all’area dei colori, cara al poeta: moscavoliere (grigio mosca), nerazzurro, nerobianco, verdebiondo (verde-oro), verdecilestro (verde-azzurro).

La ricerca di parole inconsuete, insieme alla musicalità della sua poesia e anche della sua prosa, sono le caratteristiche che hanno fatto di D’Annunzio uno dei giganti della letteratura italiana.

 

Stefania Stefanelli

(Scuola Normale Superiore – Pisa)

 

 

 

Immagine: Di not stated [Public domain], attraverso Wikimedia Commons


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