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12 giugno 2018

La Treccani a memoria

di Giuseppe Patota*

Lui, io, noi: così s’intitola il libro che Dori Ghezzi, Giordano Meacci e Francesca Serafini hanno pubblicato recentemente per Einaudi nella collana “Stile libero”.  

Chi indichino il lui che apre e l’io che sorregge un tale titolo non è difficile da capire: lui, naturalmente, è Fabrizio De André, mentre io è Dori Ghezzi. Ma chi indica, a chi fa riferimento il noi che lo chiude?  Qui le cose si fanno più complicate, anche perché la grammatica tradizionale, coll’insegnarci che noi è un «pronome personale di prima persona plurale», non ci aiuta. Le cose non stanno esattamente così: noi non è il plurale di io, e una visione appena un po’ più avanzata della grammatica e della lingua suggerisce di considerarlo un pronome personale di quarta persona o, meglio ancora, un pronome inclusivo, dato dalla somma di io più qualcun altro (io + te, oppure lui, lei, voi, loro).

 

Dori, Francesca, Giordano e noi

 

Torniamo alla domanda: chi indica il noi che chiude il titolo: io (cioè Dori Ghezzi) + lui (cioè Fabrizio De André)? Io (cioè di nuovo Dori Ghezzi) + loro (cioè Francesca Serafini e Giordano Meacci)? In realtà, il noi di cui stiamo parlando indica (e dunque include) certamente queste persone, ma anche molte altre: nella fattispecie, io (cioè, e per l’ultima volta, Dori Ghezzi) e l’intero pubblico dei suoi (anzi: dei loro) lettori. Insomma, tutti quanti noi.

La spia linguistica che suggerisce una tale interpretazione è offerta dal fatto che Dori Ghezzi, mentre racconta una vita (la sua) attraversata da una gran quantità di fatti e da persone di varia qualità – fra cui quella, straordinaria, che risponde al nome di Fabrizio De André – si rivolge a (e coinvolge direttamente) noi lettori reclamando la nostra attenzione con un voi. Così, c’include nel suo racconto; ci parla come se fossimo davanti a lei, seduti da qualche parte ad ascoltarla. Qualche esempio: «Ecco. Penserete, leggendo, “che fermezza!” Ma capitemi: ero reduce dalle riprese di un film sulla vita di Fabrizio in cui mi sembrava di averci esposti fin troppo» (pp. 5-6); «che il libro sia nelle vostre mani (a meno di una palese sottovalutazione: o da parte vostra, o da parte mia) mi permette di saltare dei passaggi, anticipandone l’epilogo senza rischiare di bruciare niente» (p. 6);  «Eccoci qui, dunque, tutti e due a un certo punto sradicati dal luogo della nostra prima infanzia e tutti e due secondogeniti: e sì, temo che dovrete rassegnarvi a questa continua ricerca di nessi tra le nostre storie» (p. 29).

 

Un ampio contratto allocutivo

 

Qualche volta, il voi di Dori non è rivolto a noi, ma alle persone in compagnia delle quali ha scritto il libro, Giordano Meacci e Francesca Serafini: «Anche segnare come ci siamo trovati noi tre (già: parlo proprio di voi, Francesca e Giordano) può servire a rimarcare come passato e futuro, in questo nostro incontro, sono diventati inestricabili» (p. 10). Loro, infine – Meacci e Serafini – rispettano, mantengono e talvolta addirittura dilatano la trama di questo contratto allocutivo, rivolgendosi ora a Dori Ghezzi con il tu, ora a sé stessi con il noi, ora a noi lettori con il voi. Ecco, anche in questo caso, qualche esempio: «E qui siamo noi, cara Dori, che non vorremmo interrompere il flusso. Finiremo contagiati dalle tue remore, perché sebbene sia questa la strada su cui abbiamo scelto insieme d’incamminarci, ogni volta che spetta a noi riprendere il filo ci sembra di rubare spazio e parole al nucleo vivo del racconto di cui siamo stati curiosi ancora prima di conoscerti» (p. 23); «Però. Provate a entrare nelle nostre teste di allora. Cresci con Fabrizio De André come tuo Gesù Cristo privato, trovi il coraggio d’incontrarlo, e lì anche quello di chiedergli una postfazione per quello che sarebbe diventato il tuo primo libro; e dopo come fai a presentarti anche a casa sua senza un invito preciso?» (p. 41).

 

«E dopo maiale, Majakovskij, malfatto»

 

A me, che insegno lingua e grammatica italiana, questo libro tornerà utile per lezioni a venire sui pronomi personali e allocutivi. Credo che potrebbe cavarne altrettanto vantaggio qualche collega che insegni critica letteraria e/o letterature comparate, perché quello di Ghezzi, Meacci e Serafini è un libro che parla di molti altri libri, talvolta usandone le parole. Ne cito qualcuno, quasi a caso: I sommersi e i salvati di Primo Levi, Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov, L’antologia di Spoon River (e vorrei vedere!) di Edgar Lee Masters, Open. La mia storia di Andre Agassi, la Morte felice di Albert Camus, Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez e decine di altri. E poi i film: da Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini a Una giornata particolare di Ettore Scola, da Dillinger è morto di Marco Ferreri all’Attimo Fuggente di Peter Weir, passando per Colazione da Tiffany di Blake Edwards e per C’era una volta in America di Sergio Leone. Infine, questo libro nomina, cita, racconta e ricostruisce la storia di molte canzoni di Fabrizio De André, anche se – è indispensabile precisarlo – Lui, io, noi non è un libro su Fabrizio De André, ma un libro che racconta come e quanto la vita di una, due, mille persone – noi – sia stata e continui a essere attraversata dalla figura e dalla vicenda straordinaria di quest’uomo e artista. Su questo attraversamento si compone quella che pare una curiosa rete di coincidenze (di quelle, che so, che potrebbe fingere di predire una cartomante, voltando una carta dopo l’altra) e invece è il sorprendente intreccio della vita: di lei, di lui, di loro, di ognuno di noi. Quando, letto questo libro, ho pensato di scriverne, ho avuto uno scrupolo. «Il mio – mi sono detto – è un giudizio di parte. Come potrebbe non piacermi un libro che racconta vicende che ho conosciuto e condiviso, persone che ho incontrato e a cui ho voluto bene, canzoni che ho amato?».  Poi, sullo schermo della mia mente è ritornata una sequenza in cui Meacci e Serafini scrivono: «Fabrizio è qui con noi, quotidianamente, ogni volta che ne parliamo. Ed è qui con noi nelle storie che affiorano improvvise alla memoria. Nello specchio – questo sì invecchiato con gli anni – dei nostri ricordi lontani di ascoltatori compulsivi. È nella storia del nostro paese: ognuna e ognuno di noi con un Fabrizio De André da salvare per il tempo che verrà. Fabrizio è di tutti» (p. 11). Allora mi sono sentito innocente, in diritto di raccontare che di quel libro avevo apprezzato sia i fatti che vi compaiono sia i suoni e le parole che li raccontano: che è esattamente quello che ci succede quando ascoltiamo e riascoltiamo una qualunque delle canzoni di De André. È difficile, probabilmente impossibile scegliere “quella che ti piace di più”, “la più bella di tutte”. Ricordo, però, che da ragazzo rimasi abbacinato da quattro versi di Un matto: «Per stupire mezz’ora basta un libro di storia / Io cercai d’imparare la Treccani a memoria. / E dopo maiale, Majakovskij, malfatto / Continuarono gli altri, fino a leggermi matto».

 

Un matto, una cartomante e il nuovo Vocabolario

 

La Treccani a memoria. Dal giorno in cui, per ragioni professionali, sono entrato in Palazzo Paganica, sede magnifica dell’Istituto della Enciclopedia Italiana (quello in cui è stata scritta la Treccani da imparare a memoria, tanto per capirci), ogni volta che di quel Palazzo romano ho salito e sceso le scale,  ammirato le stanze e le sale, consultato i libri della biblioteca, puntualmente mi sono tornati nelle orecchie e nella mente, insieme ai nomi e cognomi illustri degli studiosi che quell’Enciclopedia l’hanno scritta, i versi di Un matto di Fabrizio De André. Prima di quel giorno, nessuna cartomante, nemmeno quella evocata nel libro (bravissima, vuol farci credere Dori Ghezzi: la consultava pure Fernanda Pivano!) mi avrebbe mai convinto del fatto che nel 2018 avrei condiretto, con un’amica che si chiama Valeria Della Valle e che mi racconta sempre di aver vissuto a Genova un frammento indimenticabile della sua vita, una nuova edizione del prestigioso Vocabolario Treccani, in cui naturalmente non c’è Majakovskij ma non mancano né maialematto: «Chi, io? Non mi prenda in giro, signora cartomante, e soprattutto non m’illuda!». Qualcuno potrebbe ragionevolmente obiettare che, dato il mestiere che faccio e data la mia non più giovane età, è comprensibile che, in occasioni come quelle che ho raccontato, mi ritornino in mente le parole di una canzone scritta da De André fra il 1970 e il 1971. In tal caso, gli risponderei mostrandogli la foto che accompagna questo testo. L’ho scattata non più di un mese fa, mentre camminavo per le strade di San Lorenzo, un popolare quartiere romano (anzi: un quartiere romano popolare) abitato e frequentato da un’infinità di giovani e di studenti. È difficile che l’autore della scritta abbia i miei anni; è molto più probabile che sia un ragazzo o una ragazza, magari una matricola della vicina Università “Sapienza”, nato o nata quando Fabrizio era già morto. Ora, dato che faccio l’insegnante, se incontrassi quel ragazzo (o quella ragazza), non gli risparmierei un rimprovero: i muri non s’imbrattano, per nessun motivo. Contemporaneamente, non saprei trattenere un sorriso, perché so misurare la differenza che passa fra lo scrivere sul muretto di un piccolo edificio di San Lorenzo «maiale, Majakovskij, malfatto» e il profanare il cimitero ebraico di Cisano Bergamasco con svastiche e scritte offensive. E credo proprio che almeno un frammento di questa specifica capacità di misura mi sia venuto anche dall’aver ascoltato (ascoltare ti tocca per tutta la vita…) le canzoni di Fabrizio De André.

 

*Università degli Studi di Siena, sede di Arezzo

 

Foto di Giuseppe Patota


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