Questo sito contribuisce all'audience di
14 giugno 2018

Rappresentare la grande bruttezza: La giostra dei criceti di Antonio Manzini

di Luigi Matt*

Molto amata da una larga fascia di lettori, la narrativa noir è guardata con sospetto dalla maggior parte dei critici, che vi vedono una tendenza alla facile ricerca di un intrattenimento basato sulla sollecitazione di emozioni forti, e parallelamente mancanza di profondità e scarsa cura stilistica. Come tutte le generalizzazioni, questo modo di vedere le cose è insoddisfacente, perché non dà conto delle enormi differenze che si ravvisano a leggere non distrattamente i vari romanzi appartenenti al genere (e lo stesso si potrebbe ripetere per altri verso cui ci sono forti prevenzioni, come ad esempio la fantascienza). Senza dubbio buona parte della produzione noir può essere classificata come pura narrativa di consumo; ma è necessario riconoscere che i migliori interpreti del genere riescono invece a coniugare il piacere della lettura (che non andrebbe considerato quale fattore in sé negativo, come a volte si fa) con la rappresentazione efficace, e dotata di piena dignità letteraria, di personaggi, ambienti, dinamiche sociali e psicologiche. Lo mostra già perfettamente l’esempio del fondatore del genere in Italia, Giorgio Scerbanenco, i cui libri sono caratterizzati tra l’altro da una scrittura molto raffinata, lontanissima dall’ineleganza della produzione hard boiled a cui dal punto di vista dei contenuti potrebbero essere assimilati.

Tra i migliori interpreti del noir nell’Italia di oggi va senz’altro annoverato Antonio Manzini, che ha raggiunto un grande successo grazie alla serie dei libri incentrati sulla figura del vicequestore Rocco Schiavone, recentemente approdata ad una serie televisiva. Le buone qualità di Manzini si coglievano già in un libro precedente, La giostra dei criceti (Torino, Einaudi, 2007).

 

Lo squallore delle cose

 

Il romanzo è un buon esempio di come si possano utilizzare alcuni dei più tipici elementi di un genere molto codificato come il noir, assunti in modo sostanzialmente tradizionale, per allestire una narrazione che sulle fondamenta dei requisiti immancabili – rapidità di azione, realismo splatter, vivida resa dei dialoghi e ricchezza di colpi di scena – costruisca una rappresentazione non banalizzata del mondo di oggi, naturalmente còlto negli aspetti deteriori.

Viene messa in scena – in una Roma di periferia di cui si fa risaltare la grande bruttezza – un’ingente quantità di personaggi, tutti ben caratterizzati socialmente e psicologicamente, ma uniti dalla patina di squallore da cui nessuno manca di essere ricoperto. Piccoli criminali tanto feroci quanto inetti, politici e funzionari pervasi da un delirio di onnipotenza non sostenuto da alcuna reale capacità, impiegatucci grigi e rancorosi, vecchi rimbambiti che trovano l’unica ragione di sopravvivenza nell’avvelenare l’esistenza a chi li circonda: questi i rappresentanti principali di un’umanità che si agita molto ma gira costantemente a vuoto, come i criceti evocati nel titolo (e nella copertina), spinti a vorticare da un impulso coatto, senza alcuno scopo.

Il panorama – fisico e mentale – raffigurato dalla prima all’ultima pagina è caratterizzato dalla desolazione; ecco allora le frequenti descrizioni, le quali hanno un’importante funzione, che si potrebbe definire antiesornativa: «Intravedeva grembiuli colorati, stoviglie, pezzi di baccalà secco che penzolavano da corde sfilacciate» (p. 3); «Qualche neon, gli alberi marci che si agitavano lugubri alla brezza delle tre, neanche uno schifo di bar aperto» (p. 12); «Carta da parati a fiori stinti degli anni settanta, un portaombrelli riparato con lo scotch e un mobile scolorito con lo specchio» (p. 64); «i prati inselvatichiti e incolti erano ricoperti di ortiche e cardi polverosi» (p. 75).

Queste nature morte sono il correlativo oggettivo della miseria umana, la quale è la vera protagonista del romanzo. Incessantemente adombrato, il tema della deriva del genere umano può occasionalmente essere esplicitato; gli abitanti dell’Italia di oggi, ad esempio, vengono così definiti: «Sessanta milioni di formiche che inquinano, mangiano, sporcano, costruiscono case abusive, tagliano alberi, intasano treni, cinema, musei, autobus» (p. 56). In un simile quadro, l’apocalisse non è considerata un pericolo, ma un’opportunità: «le glaciazioni che si susseguono sul nostro pianeta e che prima o poi lo libereranno dalla sua maledizione, dal suo cancro, dall’uomo» (p. 85)..

 

Lo squallore delle parole

 

Come si attaglia ad un romanzo in cui viene adottato prevalentemente uno sguardo di tipo cinematografico, la Giostra vive di uno stile secco e nervoso. Il narrato è tutto costruito su di una paratassi che spesso raggiunge il grado estremo di frammentazione, isolando ognuna delle azioni inquadrate dalla camera in una breve frase, come in questo passo: «La porta di legno e metallo era serrata. René non sapeva come c’era arrivato. Semplicemente ci s’era svegliato dentro. Era mattina e il sole era alto. Doveva essere in una caserma» (p. 31).

Una parte rilevante del testo è costituita da dialoghi serrati, in cui le battute si susseguono senza “didascalie” esterne, come d’altronde capita in molta narrativa contemporanea (si pensi solo, per fare l’esempio più noto, ai romanzi di Camilleri, in particolare quelli del ciclo di Montalbano). Le voci dei personaggi sono fatte risuonare in modo fortemente realistico, ciò che di frequente presuppone l’uso del dialetto o dell’italiano regionale di Roma. A quest’ultimo proposito, va sottolineato il buon grado di verosimiglianza raggiunto da Manzini, che non cade nell’errore spesso commesso dagli autori che riproducono l’oralità romanesca, vale a dire l’ipercaratterizzazione: i personaggi parlano con forti screziature regionali-popolari, ma al lettore è risparmiata la fastidiosa sensazione di ascoltare un film comico di terza categoria.

Il narratore esterno tende a calarsi pienamente nella realtà rappresentata, assumendo su di sé idee e modi di esprimersi dei personaggi, spesso attraverso l’adozione del discorso indiretto libero. Più in generale, è adatto alla resa del sottomondo nel quale si snodano le varie vicende il mantenimento di un stile rasoterra, da cui è programmaticamente esclusa qualsiasi forma di eleganza o creatività stilistica. Il narrato è quindi quasi completamente esente da tentazioni figurali che non siano riconducibili allo scarso livello di cultura e immaginazione dei criceti. L’unica figura retorica ricorrente è la più banale possibile, ossia la similitudine introdotta da come; va notato inoltre che le comparazioni attingono sempre dalla ordinaria quotidianità: «labbra umide e grassocce che masticavano parole come bruscolini» (p. 141; bruscolini è un termine tipicamente romanesco, che designa i semi di zucca tostati e salati); «col pensiero della morte che dal giorno dell’incidente dei genitori se ne stava appiccata alla sua vita come una figurina su un album» (p. 154); «restava incollato al terreno, come un insetto sulla carta moschicida» (p. 228).

Funzionale a rendere conto della pochezza dei personaggi è anche l’indulgenza mostrata dal narratore (nel fare proprio il loro punto di vista) verso le frasi fatte: «sperava che il vecchio amico gli avesse tolto le castagne dal fuoco» (p. 114); «Facile come bere un bicchier d’acqua» (p. 178). Le rare velleità espressive si concretizzano in imparaticci scolastici: «Se ne stava andando in braccio a Morfeo» (p. 12); «aveva la tentazione di spiegare le sue vele in quel mare pericoloso, di andare a vedere cosa ci fosse al di là delle colonne d’Ercole» (p. 103); o in formule fintamente profonde probabilmente assimilate dai rotocalchi: «era convinta che il suo cuore avrebbe saputo dove andare a cercare le parole nascoste» (p. 133).

 

*Università degli Studi di Sassari

 

Antonio Manzini (Roma 1964) è autore di numerosi romanzi e raccolte di racconti, tra cui Sangue marcio (2004), Pista nera (2013), Sull’orlo del precipizio (2015), 7-7-2007 (2016), Pulvis et umbra (2

 

 

Immagine: By R/DV/RS from Belgium/UK (Carousel) [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0