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11 luglio 2018

Il verso dalla terra. Lingua, parole e stili nei poeti del basso Lazio - 1

di Simone di Biasio*

Il Lazio meridionale presenta un profilo geografico frastagliato. I suoi poeti sono un crogiuolo di lingue e linguaggi, alla cerniera tra Centro e Sud Italia: «I poeti pontini si commisurano continuamente alla loro terra. E sul filo della memoria essi, da de Libero al più giovane tra i poeti, dicono le loro partenze e i loro ritorni, i loro viaggi, i loro naufragi, i loro sogni, le loro utopie. Sentiremo, poeta dopo poeta, un intrecciarsi di luoghi e sentimento: è un gong percussivo, forte, persuasivo…» (“I poeti la terra”, trimestrale associazione “Elicona”, Anno III, n. 3, 1995). Forse mai prima d’ora s’era indagato questo filone poetico-territoriale perché mai si è creata una vera e propria linea, al contrario di una “area lombarda” che attorno a sé ha coagulato nomi e opere di richiamo. Mancano riferimenti critici, bibliografici: siamo di fronte a una faglia determinata da due grandi placche che su essa hanno agito, la romana e la napoletana (con una nettissima prevalenza della prima). Insomma, «tutti avanti in ordine sparso», come ebbe a scrivere già Giuliano Manacorda in un testo dal titolo altrettanto paradigmatico, Disordinate convivenze (Glaux, 1996). Seguiremo un ordine anagrafico, che speriamo possa servire un giorno ad una più approfondita riflessione e sistemazione delle vicende poetiche del Lazio meridionale.

 

Stella del sud: un orientamento

 

Rodolfo Di Biasio ha una casa sulle spalle del mare. Da uno dei punti più alti di Formia – “città di Cicerone”, si legge trionfalmente entrandovi – fuma, scrive, vive, e accoglie amici. È nato a Ventosa, un paese oggi abitato da pochi uomini e molte presenze, esattamente sul confine tra la provincia di Latina e quella di Frosinone. Rodolfo Di Biasio è un confine: «La sortita ci coglie in una terra di nessuno» (Le sorti tentate, Lacaita, 1977). È il limine tra l’ultima poesia del Novecento e l’eredità da trasferire al terzo millennio. Cambiamenti epocali hanno segnato anche il suo scrivere, dalle migrazioni nelle nuove terre alle migrazioni nei nuovi spazi della rete: fino a pochi anni fa batteva a macchina i suoi articoli per “America Oggi”, che infine trascriveva al pc; ci ha pensato infine sua moglie Giovanna a fare da ponte ad un uomo che non vuole preoccuparsi del tempo, ma occuparsene. A chi lo invitò a trasferirsi a Milano per meglio seguire una certa “società letteraria” rispose sempre: «Vi aspetto a Formia!», forse per seguire «Il non senso dei nostri pochi tragitti» (Altre contingenze, Caramanica, 1999). Spesso si può rimanere a guardarlo mentre fissa dal suo terrazzo di vetro il golfo di Gaeta, avvolto in una «sciarpa di fumo», da un verso di Libero de Libero che porta sempre nel suo pacchetto di sigarette. «Mi è difficile seguire tutto quanto accade oggi nella poesia contemporanea, si naviga a vista: il dramma è che non esiste un critico di riferimento, uno storico della letteratura. Allora, vi prego, siate onesti con la poesia perché infine si riconosce: la poesia è resistente. Confesso che la mia più grande ambizione è che un solo mio verso, tra due o trecento anni possa ancora circolare, magari anche anonimo». Forse la stessa domanda di questi due versi in cui Di Biasio domanda: «Le mie cose, fiume, restano | dunque al tuo fondo?» (Poemetti elementari, Il Labirinto, 2009).

 

Il Libero confine del Lazio

 

Da Libero de Libero bisogna iniziare. Si è considerato non abbastanza il poeta – oggi di fatto dimenticato, più nelle antologie che nei riferimenti degli autori – e forse mai davvero l’uomo. Se sapessi disegnarlo, avrebbe molte gambe a dispetto di una bassa statura che si portava appresso insieme a tic e manìe. Forse de Libero è un ragno che per tutta la vita ha tessuto una tela per viaggiare da un posto all’altro e unire luoghi divisi politicamente, ma non affatto storicamente, linguisticamente, affettivamente. Nato a Fondi (oggi provincia di Latina, allora Caserta) nel 1903, si trasferì presto con la famiglia a Patrica (provincia di Frosinone, cuore della Ciociaria), ma dal 1926 andò ad abitare a Roma, dove morì nel 1981. De Libero ha tracciato i confini del basso Lazio, probabilmente lo ha fatto in primis per se stesso, per orientarsi nella vasta geografia della sua vita. Ci ha così donato, per mettere a fuoco questo territorio, una descrizione inarrivabile persino per i geologi più scrupolosi:

 

«La Ciociaria è quella specie di pentagono, chiuso per i due lati determinanti l’apice del promontorio circeo in quel tratto di mare tirrenico che va da Torre Astura a Sperlonga, dove spazia la provincia di Latina tra il dorsale dei Lepini e degli Ausoni. A nord-ovest si parte la linea che da Torre Astura passa per Cisterna di Latina, Artena, Genazzano, Olevano, Subiaco, concludendosi a Vallepietra, donde si svolge il lato est, confinante con l’Abruzzo e limitato dal dorsale principale dei monti Ernici-Simbruini e della Meta con la vasta provincia di Frosinone e l’antico circondario di Sora, fino al solco del Rapido-Gari, mentre il lato sud percorre una linea più frastagliata da Settefrati, attraversando Cassino, Pontecorvo, Esperia fino a Sperlonga. [… Qui] s’affacciano polverose Cori, Sezze, Sermoneta, Ninfa, Norma, Priverno, Fossanova, poi viene Terracina e da ultimo si dispiega quell’immenso aranceto che è la piana di Fondi, dove l’avventura del paesaggio circeo ha termine. Ma dalle falde dei monti Prenestini sino a Cassino, dall’Appennino abruzzese sino a Priverno ricomincia e finisce il viaggio di chi voglia entrare nel cuore della Ciociaria che è Frosinone: con paesaggi ora aspri e caprigni, dirotti nel pallido tufo e nella roccia violacea, ora tenero e gentile spumante da castagneti a vigneti, ora grandioso risorgente da classiche rovine. A settentrione gli Ernii digradano in lente e selvose collinette. A mezzogiorno, come una terrazza diroccata nell’azzurro, i dirupi ventosi dei Lepini si scapricciano lungamente per finire negli Ausoni; e la vallata del Sacco è tutta leggera e fremente nel fumo dei casolari, mentre sui fianchi delle colline s’indorano le antiche città, le rocche baronali di Anagni, Alatri, Ferentino, Veroli, Sora, Arpino, Aquino sino al Calvario che è Cassino» (“La gazzetta ciociara”, 24 ottobre 1954).

 

Occorre partire da queste «radici ineludibili», come le definisce Rodolfo Di Biasio, cui in qualche modo de Libero ha passato il testimone della poesia. Un territorio oggi profondamente cambiato, inquinato, eppure – ancora - “resistente”. Resistono difatti in questo basso Lazio una natura purissima e sfregiata, convivono comunanza linguistica e diaspora umana: è una terra, parafrasando Whitman, che si contraddice, contiene moltitudini. I poeti contemporanei andrebbero sempre letti perché, sebbene sia faticoso emergere dai sottoboschi, dalla fitta vegetazione, si arriva a riconoscere voci che anticipano qualche cosa che non vediamo, ma già possiamo cogliere. De Libero ha cantato una terra che non è più oggi la stessa, Di Biasio scrive di un tempo rivoluzionato: «È il tempo che ci si muta nelle mani | (…) Se ricordo le partenze dal paese | quando le madri non piangevano | a un figlio che andava | a tredici anni per l’america | e che svoltato l’angolo | non gli apparteneva più: | sapevano che in lui con lui | c’era tutto il detto e il fatto, | poi la divergenza delle vie | l’una che portava i fermi piedi | verso il culmine | l’altra che si ritraeva | penombre ripensamenti | interrogazioni mute all’arco delle stelle | se una sorte rimane e quale» (I ritorni, Stilb, 1986).

 

«L’usura di un polverio di voci»

 

Come ha notato Giacinto Spagnoletti, Di Biasio «ci fa assistere, in definitiva, ad un’operazione insolita nella poesia d’oggi: la ripresa di alcuni canoni ritmici ed elegiaci, rinnovati e ingentiliti dalla forza del ricordo, dalla tensione fra passato e presente». La sua voce nel tempo è mutata, ha prediletto il poemetto come forma senza inquinare la sostanza. E in uno dei libri assiali della sua produzione, Patmos (Stamperia dell’arancio, 1995), Di Biasio sembra anticipare di un decennio la lallazione muta, la logorrea tra sordi che oggi viaggia tra social media, messaggi audio e spunte whatsapp, monologhi su Messenger e tweet fulminanti, sms demodé e conversazioni hot su Tinder: «Forse perché più non parliamo | o se crediamo di parlare | ci facciamo remoti bozzoli | chiuse conchiglie | Ci condanna al silenzio | l’usura di un polverio di voci | senza radici e scopi». Facebook come chiusa conchiglia: esiste metafora più chiara? Potremmo dire che Di Biasio confessa di possedere, che la sua poesia confessa di possedere “altre contingenze”: «Solo ripetere le stagioni: | come narrare una trita storia | alfa omega | e congiungervi in una stellare dimensione | gli aneliti delle marine | il sangue le consuetudini» (Poesie dalla terra, De Luca, 1972). Di Biasio si trova ad operare, scrive Manacorda, «In un momento in cui la poesia neorealista aveva perso ogni credito, se pur mai lo aveva avuto, la poesia ermetica aveva esalato il suo secondo e ultimo respiro e la poesia neoavanguardista non aveva ancora emesso il primo vagito», così «egli si deve esser trovato, quasi per una innata disposizione, ad usare una parola discreta». Non resta che «a noi legati alla terra | reinventare crocicchi celesti | eidola | noi creatori da sempre di miti».

 

«È tempo di estrema migrazione»

 

Può parere singolare, ma a pochi chilometri da Rodolfo Di Biasio vive Manfredo Di Biasio, a Fondi, dov’è nato nel 1939. Una corrispondenza di temi (nonché “cognonimia”) straordinaria, partendo dalle partenze, e dai ritorni: «È tempo di estrema migrazione. | Resteranno a salpare a oriente | senza i miei occhi i giorni (…). | Ma l’uomo è un pensiero casuale: dopo il suo momento non è mai vissuto» (Dal sangue alla polvere, Confronto, 1997). Manfredo Di Biasio è poeta appartato, estremamente timido: da giovanissimo salpò per l’America proprio come i ragazzi cantati da Rodolfo. Aveva bisogno di lavorare, ma di notte scriveva e nutriva i suoi versi. È tornato in età matura sul suolo natìo, dove «Certi gradini di paese | sono fatti di gente partita». Quella di Manfredo Di Biasio è una lingua elegiaca, gli echi deliberiani sono potenti e fu proprio de Libero a spingerlo a pubblicare, come si legge da un vasto carteggio edito. Il critico Giorgio Barberi Squarotti, nella prefazione a Dall’idillio ai rimpianti (Eva edizioni, 2012), scrive che in Di Biasio vi «è l’aspirazione non tanto a raccogliere tutto il dicibile nell’ambito lirico, piuttosto alla conquista della variazione senza limite ed esaurimento dei motivi lirici, in quanto su ognuno dei quali è possibile insistere, rinnovare la predicazione e la visione e il punto di vista e il ritmo».

 

La parola attesa

 

A Sabaudia vive invece dal 1949 Rodolfo Carelli, che però nacque nel 1931 a Montesarchio (Benevento) e che annoveriamo tra i “pontini” perché questa è la sua terra d’adozione, tanto da aver composto un Canzoniere pontino (facendo riaffiorare un passato da “paroliere” e melodista). Nel 1974 vinse il Premio Viareggio per l’opera prima con Un posto nel profondo (Vallecchi), con la prefazione di Mario Luzi. Luziana in effetti è la lezione su una poesia d’ispirazione religiosa, in cui attesa è parola tra le più ricorrenti della sua «misura sacerdotale | di non scadere in lamento | alla vista ormai | del celestiale appuntamento» (Una cifra in più, Newton Compton, 1994). Pian piano Carelli si distacca da questo filone in cui brilla più per epigonismo che per originalità e in uno degli ultimi libri, L’artista e il suo rovello (Polistampa, 2011), principia con questi versi: «Ogni paese | ha il suo idiota | che non fa male | a nessuno | che canta anche messa | se il buon Dio è solo. | Ogni paese | ha il suo poeta | che non tralascia | nessuno | che canta ogni storia | la più umile e oscura | notte che rischiara la luna». Nonostante siamo di fronte ad un vissuto molto diverso da quello dei precedenti poeti (Carelli è stato parlamentare per 20 anni, ha creato il Premio di poesia Circe Sabaudia nel 1980), certi temi tornano, soprattutto quando riaffiora la consistenza del continuo viaggiare e il poeta compie esercizi di brevità: «I versi veri sono scambi | all’uscita delle stazioni».

 

La parola-evento del greco e dell’ebraico

 

Di Pontecorvo è una poetessa molto ariosa, Maria Benedetta Cerro (1951). Oggi vive a Castrocielo, nel gheriglio della Ciociaria, e la discrezione è caratteristica di questo paesaggio e dei sui abitanti che attraversiamo con la zattera della poesia. «Mi fu impedito di morire | perché fosse chiaro che l’immensità | può abitare il linguaggio | divenire istante di verità | arte di salvazione». Lo scrive nell’ultimo libro, Lo sguardo inverso (Lietocolle, 2018), anticipato in alcuni motivi linguistici, tematici e stilistici in La congiura degli opposti (Lietocolle, 2011): «Se non fossi del tempo la ritrosa gemma | potrei nelle tue ubiquità | stabilire tragitti | moltiplicare mutamenti | che tanto inquietano il rito delle fughe. | Ma cosa insegui? | La tua smodata febbre vede più grande | il rischio d’assoluto». Il critico Giorgio Linguaglossa ha scritto di lei: «La poesia contemporanea è da tempo impegnata nella individuazione di un linguaggio che si sia liberato dalla costrizione dei linguaggi della comunicazione relazionale e mediatica; c’è riuscita? (…) Questo volume di Maria Benedetta Cerro (…) dà anche una risposta: occorre costruire un linguaggio poetico che sia “la congiura degli opposti”, allargare il pentagramma lessicale e tonale fino al limite del possibile per poi lasciare oscillare, entro questa vasta gabbia di oscillazione, la banda larga del veicolo poesia». In un certo senso concorda anche il critico Raffaele Pellecchia, secondo cui «Si tratta di un tentativo temerario che richiede una dolorosa dedizione alla ricerca della verità e che trasforma il privilegio della enquête in condizione di lacerante e costante sofferenza, nella scommessa, lungo un percorso in cui si alternano istanti di gratificante acquisizione a momenti di tensione inappagata, di un approdo gnoseologico e linguistico pacificato». Cerro ha in sé una parola ancestrale, biblica, la parola-evento del greco e dell’ebraico: «Spargemmo sulla parola negata | il sale del senso | le voci oscure e nobili | che ci aiutarono nel combattimento. (…) | Venne – forse – la punta di pietra | che mandò in frantumi il nodo | che ci piegò la fronte».

 

«Le impronte digitali di mia madre»

 

Di questa area più strettamente ciociara sono due poeti intimamente avvinti. Domenico Adriano, nato a Coreno Ausonio nel 1948, è poeta, editore, operatore culturale. Per anni ha vissuto a Roma “con il piede sinistro”, nella accezione più felice di questa espressione, ovvero pronto a tornare a casa, dove ad attenderlo c’è il poeta Tommaso Lisi, che nello stesso luogo è nato nel 1935. È stato Adriano, peraltro, a promuovere la riedizione di un libro di Lisi molto importante, Liturgia familiare (Rebellato, 1969; Il Labirinto, 2015), dove il centro tematico è suggerito sin dal titolo: «Che dolorose | voci hanno le cose | che un tempo ci sono appartenute: | voci così dolorose quanto mute. | Come s’è fatta scura | di mestizia e saggezza | quella bottiglia: a volerla esaminare | si scoprirebbero le impronte digitali | di mia madre». I due poeti, Lisi e Adriano, sono uniti anche dal registro fortemente “antinovecentista”, che predilige dunque un dettato piano, in risposta agli intellettualismi di certa poesia soprattutto della seconda metà del secolo scorso. In particolare Adriano, nel suo toccante Dove Goethe seminò violette (Il Labirinto, 2015), con la lingua capronianamente gioca, si lascia guidare dai neologismi “luminosi” della sua piccola figlia: «Mi guida nel buio un fantasmino. | “Te lo regalo, papà, te lo regalo | guarda come si illumìna”, indica | con il dito dal cesto dei suoi colmi | quattro anni una bambina. Sì, è bello | le dico è bellissimo come | s’illumina! Ma lei ha le idee | chiare: “Papà, si illumìna, | si illumìna mi piace di più!” || “E’ vero, è proprio vero: | se si illumìna, | si illumina di più». L’opera d’esordio di Adriano, La polvere e il miele (L’officina libri, 1977) è dedicato proprio a Lisi. Si può notare quanto il poeta ciociaro provi a disegnare un libro da leggere come un poemetto, e uso il verbo disegnare perché caratteristica di Adriano è ritrarre, come in una delle liriche più riuscite: «E  mi vorresti contadino | muratore… “Fatica è una fata” tu dici. | Cara nonna, che non sai | leggere nemmeno questo libro». Alcune immagini sono nette, riuscite: «Ci ferì tutti | un mattino per vincere il giorno», che si lega alla forza di alcuni versi di Lisi: «Paradiso non è ciò che troviamo | in un luogo | ma ciò che vi portiamo» (In punta d’ago, Stamperia dell’arancio, 1995).

 

Dalla “Ciociaria di mare”

 

Gli stessi temi familiari, in qualche modo domestici, sono toccati da altri poeti della “Ciociaria di mare”, come amava chiamarla il regista del Neorealismo Giuseppe De Santis, unendosi al coro avviato da de Libero in principio. Giuseppe Napolitano, nato a Minturno nel 1949, vive a Gaeta: è scrittore prolifico, attivo anche come operatore culturale in dialogo tra basso Lazio e Molise, ma anche con altre realtà del Mediterraneo. Per citarlo, citiamo soprattutto l’antologia A repentaglio (L’Arcolaio, 2015): è un’occasione importante per mettere ordine in una vastissima produzione che ha prediletto sempre una dimensione filiale, affettiva. Valga come esemplificazione questa dichiarazione di poetica: «Bisogna cancellare certe immagini | quando non le puoi più mettere a fuoco! | Se è lontano il tuo punto di vista – | se non sai più regolare l’obiettivo | – meglio sfocare che guastare un film». Un poeta, Napolitano, che mostra una notevole abilità nella costruzione del verso e una vasta conoscenza della poesia d’inizio Novecento, ma che forse per questo rischia di restare ingabbiato dentro la forma, o meglio prigioniero d’alcuni novecentismi, di certe immagini abusate. Si chiede «e se poi ha ragione Svevo | è duro ammettere | che scrive(legge)remo solo noi | la nostra misera autobiografia... », conscio che proprio la poesia «Rimane a chi sa leggere una prova | orma riconoscibile | maschera tolta un attimo e perduta» (Alla riva del tempo, Guida, 2005).

 

«La radice sa della terra | senza mai apparire»

 

Autore molto prolifico è anche Leone D’Ambrosio, poeta nato nel 1957 a Marsiglia, ma originario di Sperlonga, che vive e lavora a Latina. Si è laureato con una tesi su Libero de Libero, presenza che dunque anch’egli sente contigua e che noi lettori possiamo ricostruire in certe ambientazioni con una forte eco post-surrealista: «È una scintillazione di limoni il sole | dei faticosi monti della Ciociaria» (La stanza d’Ippocrate, Giuseppe Laterza, 2016); e ancora: «L’anima conflagra tra le mani, | più d’una casa vuota di sole | dove il mare invecchia nelle stanze». In una nota all’opera Ordinate stagioni (Ensemble, 2014) Eraldo Affinati esalta «la lucidità operativa di Leone D’Ambrosio, capace di tenere insieme i vulcani e gli aranceti». Canta l’aspra regione dei ritorni il poeta di Sperlonga, memore che «La radice sa della terra | senza mai apparire» (Anticlea è mia sposa, Bel-Ami, 2012). Poeta più tenacemente ermetico è invece Rocco Salerno, nato a Roseto Capo Spulico (altra terra-soglia) nel 1952, ma residente da trent’anni a Fondi (LT), che D’Ambrosio ha sostenuto anche nelle ultime pubblicazioni. Una venatura amara percorre la poesia di Salerno, i cui versi furono per primi apprezzati da Dario Bellezza, al quale spesso Salerno si rivolge come chi nell’Ade discende e a gran voce chiama i propri morti. «Ormai potrei sopravvivere | anche ai detriti | – come i detriti sopravvivere», scrive ne L’emblema casto del passato (Confronto, 2011), dove con lo stesso amaro registro denuncia: «Che ne sapete | voi | di un poeta. | Che ne sapete voi | del suo incendio | del suo veleno. | Se passa rasente a un muro | è solo per timore di non inquietare | troppo il mondo, | d’incendiare la vostra compassione». Ne Una notte in Paradiso (Lepisma, 2009) Emerico Giachery nella prefazione elogia la «vena poematica» di Salerno e la capacità di innestare «sullo sfondo la città, deserto e insieme labirinto di diaspora, biblicamente corrotta». Il poeta calabro affronta la questione del nostos con un registro classico, un viaggio che non approda: «Tutte le strade portano a Roma | e non una alla nostra casa natale | aperta ai celesti concerti infernali | dove pure giacemmo infanti | a braccia aperte».

 

«L’affranta tribù dei senza luna»

 

A Rodolfo Di Biasio si deve uno degli esordi più interessanti degli ultimi anni, quello di Pasquale Gionta (Formia, 1951), all’interno della collana di poesia della casa editrice Ghenomena, piccola realtà editoriale che si preoccupa di avere una identità anche territoriale, scevra di ogni accento campanilistico. Gionta esordisce con Guisa di ninfa nel 2013, un’opera dal linguaggio colto e personalissimo: «Dopo aver suonato, | carillon pubblicitario, ballerina gonfiata, | dopo aver chiosato a vànvera, fanfara, | esame di guida, | senza trame di Giuda, tu, | guisa di ninfa, rimembri | il mento stravolto della mia riva, | il manto d’argento, di nuvola avvolto | ad ogni svolta, ad ogni guado nel mare?». Sembra riecheggiare la già citata domanda di Di Biasio in Patmos, in qualche modo a conferma del fatto che questi rappresenta un vero punto di riferimento per la poesia dell’area laziale meridionale. Scrive Di Biasio che «è la metriotes, la misura, che Gionta ha saputo realizzare in questo suo libro in cui le liriche ubbidiscono ad un registro unitario, si fanno travi portanti di una  compatta e sapiente architettura. Esito questo della frequentazione da parte di Gionta della poesia di ogni tempo, antica e moderna, italiana e non, che gli permette di padroneggiare il tessuto prosodico di ogni suo testo dal tono all’intonazione, all’accentuazione». In certi versi Gionta ricorda il Wilcock più ispirato, il Wilcock poeta, il Wilcock che ha toccato il golfo di Gaeta e che similmente faceva sfoggio della “vertigine della lista”: «Alcune regioni dagli incerti promontori, | frontiere di insediamento, | scarse risorse di uno splash (-memoriale). | Gli effetti, le colate di neve, | il consumo dei datteri, il non più deserto. | Il duale, il sale, | il potenziale e la sua utilizzazione, | le aquile cascate, l’assetto del male. | E giù un’infinità rozza di consensi, | l’altrui dimenarsi, la ghiaia superficiale, | il sotterraneo aprirsi. | Solo la siccità, chilometrica, stupisce le coste, | il dèmos, l’affranta tribù dei senza luna». Una bella scoperta, Gionta, che arricchisce linguisticamente la cartina poetica del Lazio meridionale.

 

*Giornalista, scrittore

 

 

Immagine: Mlangella at it.wikipedia [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html) or CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)], from Wikimedia Commons

 


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