26 luglio 2018

Il verso dalla terra. Lingua, parole e stili nei poeti del basso Lazio - 2

di Simone di Biasio*

Dentro-fuori, altrove

 

Franco Sepe è poeta nato a Fondi nel 1955, ma dagli anni ’70 risiede in Germania, dove insegna Letteratura italiana all’Università di Potsdam. È un uomo mite, dalla parola misurata, dalla voce corroborata dall’asprezza germanica, pure lui a suo modo sradicato: «La vita ci cingeva con cura, crescevamo | col fiato lento, l’altra metà del secolo | ritraeva le mani dall’abisso. | Esultavamo | per poco: l’arrivo del treno in stazione, la foglia d’acero tra il rosso | dei doni, lo scarpone con le labbra di Charlot, | il richiamo | della ciocca sulla giovane fronte | innamorata» (Elegia planetaria, Manni, 2007). Uno stile che affonda le radici in una conoscenza della poesia d’ogni tempo, ma al tempo stesso alla ricerca di una dimensione propria; anche nel suo caso, l’influenza deliberiana è potente nell’uso di un verso ermetico: «Una distesa filigrana | di memoria sfrangia | le tue mura. | sul tuo volto straniero | si curva il raggio | settembrino al suono | della meridiana» (Elegiette berlinesi, Firenze libri, 1987). La vita a Berlino ha permesso a Sepe di osservare il tempo muoversi più velocemente, lo spazio cambiare improvvisamente, tessendo così un filo di poesia civile: «Non più di qualche miglia | metropolitana | distano le potenze del mondo | convocate per il disbrigo | degli affari ambientali. | Di chi impera è torvo | il diniego: la vita ha peso | in barili, | il bene del corpo | dovrà ancora battere moneta. | Che vengano da un altro | pianeta?» (Elegia planetaria, Manni, 2007). Predilige Sepe spesso la forma elegiaca poematica, il focus su alcuni argomenti che compongono un racconto in versi, come nel libretto (per dimensioni) La cornetta del postiglione (Plumelia, 2014): «Tutto si muove in un tempo nuovo | e il bisogno non conosce attesa. | Dovranno perforarsi montagne | e strade ferrare per la fretta | di condurre colui che parla | a chi ascolta, e chi ha udito | di nuovo alla parola».

 

Un «giardino meridionale»

 

Ha fatto del nomadismo una forza, il risultato di forze che si riversano in un caleidoscopico utilizzo del verso e della lingua, sapiente, attrattivo Silvio Mignano, ambasciatore poeta nato a Fondi nel 1965, ma originario di Formia, “costretto” da esigenze lavorative a spostare continuamente la sua dimora; oggi lavora a Caracas, una delle città più pericolose del mondo. Leggere Mignano significa entrare dentro un «giardino meridionale» che continuamente il poeta cura, una poesia che ha respirato influenze perlopiù sudamericane (o più generalmente  da sud del mondo, che sia Ciociaria o Venezuela), un verso votato al racconto, ricolmo di immagini sempre nuove, intuizioni fulminanti, come in questi versi da I Venerdì Santi (Passigli, 2017): «Oltre ci sarà un sentiero, forse, ma perduto | che porta in fondo a un buio parco, | il giardino di una casa – lo riconosci – | dove hai perso un pallone, e magari | ancora ti aspetta, senza altri giochi». Nella prefazione al secondo libro di versi di Mignano, La nostra ribelle buona educazione (Manni, 2011), Enrico Testa nota che esiste «All’origine di queste poesie un’inquietudine che spinge al movimento e che percepisce come latitante o smarrito “il senso dell’appartenenza”. Poesia di movimento, quindi, al grado estremo “migratoria”, che fa del viaggio – del non essere dove si è stati – il suo punto prospettico», spazio in cui «Mignano s’è inventato, sul piano linguistico-compositivo, una testualità originale di cui è difficile trovare altrove l’eguale». Verso estremamente lungo, prosastico quello di Mignano, ma che conserva all’interno una musicalità sorprendente: «Eppure ci saranno altre letture, altre poesie, | un verso che ci sfuggisse sarebbe domani nostra preda, | costruiremo nuove fortezze d’intelligenza e gusto: | lei invece, la bella maleducata, forse aspettava un mondo, | è possibile che il fallimento del triplice contatto | significhi aver perduto l’occasione, non vedrà il ragazzo, | lui non ascolterà i sogni che lei aveva preparato, | nei diciott’anni l’affligge sapersi abbandonata, | la dimensione della sua sconfitta, del suo dramma | mi dà sgomento, fa impallidire le nostre metriche, | la superiorità della nostra ribelle buona educazione». Mignano costantemente viaggia, non si sente così lontano da chi lo ha preceduto, da I Quattro Camminanti di Rodolfo Di Biasio, da cui mutua la metafora del viaggio: «Ho fatto come la mia gente, se mai ne ho avuta una, | percorrendo un tragitto composto di mare e di aria, | mai di terra, se non quando si tratta di fermarsi».

 

Le nascite da Ghenomena

 

Per l’editore Ghenomena, che in greco è legato al significato di nascita e discendenza, oltre a Gionta, sono usciti altri libri importanti, come quelli di Simone Lucciola, Lorenzo Ciufo e Rossella Tempesta, tre poeti molto lontani tra loro per stile e, in un caso, per ambientazione. Lucciola (Formia, 1978) rappresenta infatti un unicum nel panorama che stiamo analizzando, un poeta che non ama le definizioni, sulla scia di un profilo biografico estremamente interessante: è un punk-rocker, un disegnatore e illustratore underground, un giornalista musicale. Ha esordito con Disulfiram (Perrone, 2010), ma la raccolta “della maturità” è View-master (Ghenomena, 2018), in cui sfoggia una lingua caustica ma non ostica, vertiginosa, persino divertente nell’uso della parola “impoetica”: «Ma che libro Cuore che c’avete nel cuore, | tutto un ordinario di buoni sentimenti in versi: | per il moto a commozione di voi chierici e conversi | che magari non sapete cos’è un circle jerk. || E per essere sinceri, un po’ mi viene da pensare | al fiocco rosa, frocesco, della quarta elementare | (ricordo che mia nonna, per non farlo sfilacciare | pensò di dargli fuoco con un accendino». Lucciola è un autore capace di unire in un unico libro viaggi da un capo all’altro del pianeta, restituendoci sempre la stessa curiosità, che a noi desta curiosità lessicale: «Ma era autunno inoltrato e io mi persi a Kreuzberg | e tre giorni dopo contavo ancora le foglie | riflettendo sul peso delle mezze misure: || in fondo quello sbirro è una brava persona! | Però quel fascista è un buon partito! | Almeno quel delatore è sincero! | Tutti per sopravvivere diventiamo un po’ infami e porci | Ci sposiamo in chiesa per far contenti i parenti! | Fatemi comunque un funerale religioso! | Tutti con la vecchiaia ci avviciniamo in progressione a Dio! || Achtung in campana non perdiamoci il Paradiso | che poi è sempre, per definizione, altrove: | lì serenissimo, qui invece piove». Eppure anche Lucciola, che sembra il meno radicato, il meno “territoriale” dei poeti qui citati, non può sfuggire alla regola di un suolo che, per essere una grande valle, una distesa dai monti al mare, al suo interno preserva uomini e cose, «ma vivere in alcuni luoghi è già di suo una barbarie», «dove pure la parola nostro è un concetto relativo».

 

«Guardare l’inatteso»

 

In una calma opposta si muove Lorenzo Ciufo (1969), professore di lettere in un istituto di Gaeta e originario di Tufo di Minturno. Un uomo che trasferisce la serenità di gesti e parole nello stile pacato e “bianco” dei suoi libri. Viaggia spesso per lavoro anche lui, “pendola” guardando «Le valigie e le borse alla rinfusa | nel vagone affollato, | le teste dondolanti | al cambio di binario e pare dicano | ora sì ora no ma non lo sanno. | Ulisse, già a Itaca, è perplesso: | è quella la sua terra? | Quelle le bianche pietre, quelle | le sabbie, asciutte, calde, nelle unghie, | a grani nella congiuntiva?». Si può dire d’una lingua bianca come una stradina di campagna di pietrisco? Ce lo lascia intuire, Ciufo, sin dal libro d’esordio, La casa nuova (Lampi di stampa, 2011): «Dai monti di sassi e carta i magi | cercano la via, ma la cometa | è alle spalle, sulla parete | rivestita con ritagli di stelle | lucide che brillano alle policrome | intermittenze made in China. | Veglia di padre intanto all’ombra | dei sugheri. Lo sguardo altrove. | Nei lampi sgambetta già, dorme | la madre sulla notte | che ha da venire ancora». Restituisce anche Ciufo una musicalità accesa di cui siamo grati: «se greto sarà alla mente il tuo richiamo, | resterà segreto che trascende | l’alchimia dei gesti e delle frasi monche». Infine leggiamo la sua dichiarazione di poetica: «Da dove nasce questo tacere | se non dal mio guadare l’inatteso. | Resta la mia parola | di qua dai vostri sorrisi e vi scivolo | gaio come il bimbo ai giochi | la sera, dopo la funzione, | che non se l’aspettava. Perdonate, | senza capire, per amore».

 

Finestra e fermata

 

Rossella Tempesta è nata a Napoli nel 1968, ma è donna di mare e di vento: sempre in viaggio, dal capoluogo partenopeo a Terlizzi, fino a Rimini e a Formia, dove oggi vive e fonda iniziative culturali. È stata inserita in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012), ma una delle sue opere centrali resta Libro domestico (Ghenomena, 2011), dove emerge un dettato asciutto e una robusta personalità stilistica: «Di certe donne in metropolitana | – nitore, disciplina, capelli bene in ordine, | forme appena accennate, occhiali a volte, | tinte neutre, abiti poco appariscenti sempre – | di certe donne | – mai una passione stravolgente, mai sbagliata | la misura, la scelta, il modo di stare al mondo – | Io non così, io di me rinnego tutto | e tutto ancora». E quando lo spleen del weekend assale «si piange soprattutto di domenica | davanti a certe palme altissime | che sbandierano al vento del golfo dita verdi fiammanti». Il titolo non fornisce dubbi: Tempesta è una poetessa che, oltre il suo cognome, cerca una quiete, un approdo: «La casa | resta quella con la nostra essenza e il dolore, | dove la morte e la nascita sono incise nei muri». Quello che pare emergere chiaramente è che il Lazio meridionale che stiamo analizzando come terra d’elezione di alcuni poeti che ci vivono o operano è una terra di passaggio, una stazione che porta altrove, non sempre servita dalle tratte di maggior afflusso. È una terra da cui sradicarsi completamente mai, una finestra su cui tornare ad affacciarsi per chi da essa s’allontana, una fermata per chi proviene da un’altra terra da cui a sua volta è sradicato, e in questo angolo lenisce alcune ferite.

 

In solitaria per arrivare al mare

 

Si inserisce in questo percorso Stelvio Di Spigno, nato anch’egli a Napoli nel 1975, ma che ha vissuto sin da ragazzo a Gaeta e oggi insegna in una scuola secondaria di Anzio, dove guarda il mare e pensa all’ampiezza dei golfi del suo vivere, del suo poetare. Di Spigno è una delle voci più interessanti degli ultimi anni, l’unico di quest’area ad essere stato inserito nel Quaderno di poesia italiana contemporanea di Franco Buffoni nel 2001. Ancora una volta è stato Rodolfo Di Biasio a sostenere la sua ricerca poetica, pubblicando nel 2006 la raccolta Mattinale (Caramanica), in verità apparsa per la prima volta qualche anno prima: «Non cerco Paradisi | Perduti, oppure Origini Proibite, | ma quell’Eden dev’essere rimasto | per lunghi anni solitario, attiguo | a un anfratto di casa dove il sole | non è mai giunto; e in quella stanza morta | si trovano le corse giù al Fusaro, | le ginocchia sgranate, poi la vecchia | che filava dai giorni del Borbone, | e il fiato che di colpo mi mancava – | Poiché da allora sono fatto ottuso | che quel tempo ritorni in altra forma, | che rialzando il sudario si ritrovi | quel mondo senza macchia e senza orrore». C’è una assenza che percorre e percuote (in) Di Spigno, una strada percorsa(/percossa) in solitaria per arrivare al mare: «Ma i tuoi occhi cosa vedono senza vedere | e i miei anni come sono | come sono passati senza passare...» (Formazione del bianco, Manni, 2007). La prova di maturità per Di Spigno è arrivata nel 2015 con Fermata del tempo (Marcos y Marcos), acmé in cui il suo dettato, parallelamente all’acuirsi di una dimensione pessimistica, raggiunge una pulizia accorta e una chiarezza che semplifica il dettato, lo rende limpido e commovente, universale: «Qui fallisci e vai via. Espulso dalla tribù. Non hai | diritto di replicare. E dire che il fallimento | ha la stessa scatola cranica della morte. Le stesse | misure di camicia. Lo stesso rossetto, se fosse donna. | Potresti capire molto dalle sue anche. Fallimento da cavaliere, | operaio, politico, consumatore. Di tutti i tipi, | per tutte le congetture. Se ne potrebbe parlare, | così che non spaventi più nessuno. Ma questa | è solo una poesia». Secondo Umberto Fiori che ne cura la prefazione, «come Sbarbaro, Di Spigno non bara, non ammanta di letterarietà il suo personale rovello; è capace di nominare le cose senza cercare di straniarle o di nobilitarle coi magheggi e coi fiocchi del ‘poetico’».

 

Vivere a Torino con gli ulivi

 

Un posto tutto suo merita Giovanni Burali D’Arezzo, nato a Itri (LT) nel 1973 e che pubblica i primi suoi testi nel 2004 nell’Annuario (Castelvecchi) di Giorgio Manacorda. Come si può evincere anche dalla produzione narrativa e saggistica, il poeta vive a Torino ma è fortemente radicato nel territorio natìo, da cui originano i suoi temi ma pure, oserei dire, una lingua nodosa che molto somiglia ai “suoi” cari ulivi: lingua millenaria, tanto che lo stesso Manacorda lo ha definito un “poeta epico”. Al severo critico piacquero molto i suoi versi, poi confluiti nel libro Poemetti occidentali (Il Pavone, 2009): «È giorno inoltrato. Giunge il pellegrino | giubilare di ritorno dalla Civita, | parla della necessità di un ristoro tra le stazioni, | del calvario nei mesi torridi che verranno, | dice che le celebrazioni si infittiscono | man mano che procede l’anno | e si avvicina il loro culmine. | Dice che dal santuario è uno spettacolo, c’è il sole e si vedono le convalli». Anche lui, come Rodolfo Di Biasio della sezione Viaggio alla nuova città, ha una vena civile che si estrinseca in passaggi di grande efficacia: «Dietro la Magliana, verso il mare, | sembra l’Argentina per il vento che vi batte. | Verso valle invece l’incuria secolare | dei giardini è nell’edera | che dissangua le magnolie. | […] È la brama e la cecità di queste ville, | il sonno plumbeo delle cementate, | prova ne è questa roccia ancora calda | spaccata dalle zanne della ruspa. | Prova ne è il suo gemere austero, | della cieca volontà che li muove, | dimentichi che il sangue muta colore | quando il sanguinare è quello di sempre. | […] È il silenzio, delizia di queste contrade, | la vera prova del vero, il peccato | segnato negli occhi». Chi va via, come Burali D’Arezzo, per ragioni legate all’economia e al lavoro, malcela sempre l’amarezza di chi rimane e distrugge, avvelena.

 

Cardiopoetica, una e trina

 

Desidero chiudere questa prima parziale mappatura dei poeti del basso Lazio con i cinque più giovani poeti della serie: Cardiopoetica, Daniele Campanari e Elvio Ceci. Giovani asintoticamente diversi, estremamente di versi, nel senso che portano il verso ad opposti limiti.

 

Cardiopoetica è uno e trino, è un collettivo: Fabio Appetito (1987), Marco De Cave (1990) e Mariano Macale (1985), tutti di Cori, anzi vicini di casa di questo borgo in provincia di Latina. Sono da osservare con attenzione perché seguono una corrente molto contemporanea della poesia, quella che si affaccia dal balcone dei social e prova a dialogare con questa piazza virtuale, ma che scende poi in strada a diffondere i versi. La loro è una poesia d’amore prevertiana 2.0, a tratti fortemente meriniana, che possiede in sé un rischio e una pista di decollo: la ricerca continua, ossessiva di immagini e al contempo la rincorsa ad una lingua orale: «io mi inebrio del perpetuo mosto | delle cose che tocchi nel mondo, | ti riconosco nelle vetrine dare voce | ai manichini, spogliarli e possederli | cento milioni di volte: catena fordista | degli orgasmi, il corpo esonda dall’anima, | tutta la terra è sommersa da oceani | di sillabe, fiere selvagge, alfabeti nuovi, | lingue ibride, bianche cosce tra nuvole nere». È una lingua performativa, atta a letture pubbliche di cui è piena l’agenda dei tre poeti, pronti a declamare ovunque i propri versi, magari nella sala d’attesa di un aeroporto: «Vorrei ricordarmi di te, | come fa un pianoforte antico | con Ravel» (Quanto silenzio, amore mio, per una parola vera, Ensemble, 2017).

 

Latina in una stanza

 

Daniele Campanari è originario di Latina (classe 1988) ed ha già all’attivo, come il collettivo appena citato, tre pubblicazioni. Stressa il verso con distanze da colmare forse perché, come scrive lui stesso in Corpo disumano (Oédipus, 2017), «è che le cose, qui, le cose sono come miopia». I suoi temi appaiono fortemente influenzati dal vivere nel capoluogo di provincia più giovane d’Italia, portano a galla la necessità di creare una storia, posseggono la consapevolezza di dover inventare una tradizione, che mentre si fa, si scrive, in qualche modo si sta costruendo ex novo. «È un mondo di puttane e frequentanti altalena quello che | sta nel quadro mattina | è un mondo che dà altezza al braciere della storia», scrive nel secondo libro In guerra non ci sono mai stato (Lettere Animate, 2014). Quello di Latina non è un mondo, ma una stanza, e ora è un luogo che non ha luogo, da cui partire con non pochi fardelli: «affacciandomi al terzo piano | non ho visto nient’altro che un cardellino | strofinarsi all’antenna elettrica del palazzo. | ho avuto due certezze: | il cardellino verrà stroncato | e io non so volare». Ha percorso una strada rischiosa per trovare se stesso, la propria voce, riconosciuta da Davide Rondoni che ha firmato la prefazione al suo esordio Giocatore di whisky bevitore di poker, in cui leggiamo un disorientamento emblematico di chi si affaccia sul panorama della poesia contemporanea oggi, di chi si affaccia dal balcone di casa e vede niente, niente vede, di chi vuole dire ma prima deve inventarsi un linguaggio per farsi sentire: « Stavamo in un freddo sottoscala | a smanettare con le figurine | a gridare con gli spiccioli | a contemplare vecchi scaffali vuoti. | Non ci si divertiva poi così tanto | a Latina solo eroi balbuzienti per la strada».

 

Vedere ciò che non c’è

 

All’opposto opera Elvio Ceci, nato nel 1987, da sempre di stanza a Terracina eppure errando per l’Europa e razziando metriche, musiche e poetiche. Lui è un linguista e, nonostante una primissima opera autoprodotta, consideriamo Pareidolìa (Pietre Vive, 2016) il suo esordio più convincente: «E verrà un giorno quella svista in auto;/ quella svolta in cui non vedi il semaforo./ O che il cuore non sarà più cauto:/ non reggerà più la dose del toro./ Si finirà freddi strisciando il guardrail,/ cancellando i colori come fossero email./ Il corpo duro e tormentato,/ lungo strade ombrose e annebbiate./ E col mio nome su uno striscione arcuato. In province rabbiose// tristi/ solitarie/ cieche/ sognate». Un libro d’arte, si direbbe, costruito insieme all’artista Alessandra Romagna, che vaga in città alla ricerca di scrostature da ricostruire unendo i puntini dell’immaginazione, dell’estro. Ceci invece ricostruisce il disegno di una poesia e allora è un poeta lontanissimo dai suoi contemporanei, perché non perso nelle pieghe dell’io, ma nelle innervature della tradizione, seguendo una forma poematica e rigide strutture metriche che ha ben studiato e interiorizzato.

 

Non è un caso parlare last but not least di Ceci: per utilizzare il suo libro come metafora di questo percorso. Pareidolìa significa, dal greco, letteralmente ‘vedere ciò che non c’è’, e a ben guardare non è che quanto emerge improvvisamente prima non ci sia stato, soltanto non l’avevamo scorto. Così questa primissima mappatura dei poeti del basso Lazio. Si tratta di scrittori che a loro modo si sono lasciati incatenare a questa terra, stanno sotto gli alberi grattacieli a dire che questi luoghi hanno arricchito il percorso perché costituiscono una geografia unica nel panorama nazionale: non di periferia, ma di provincia. E le province sono destinate a farsi capitali della loro solitudine, deserti dentro cattedrali ancora intatte e maestose. Bisogna proteggere le province e questi loro poeti come specie in estinzione che non si possono cacciare: una maniera di conservare la biodiversità linguistica e tematica della poesia. Si aggirano, questi poeti, in luoghi abbandonati, in case vuote: la metafora per eccellenza delle opere qui prese in esame è proprio la casa, che sia luogo di abbandono, di partenza, di nevrastenie, di conservazione di beni culturali ed affettivi, nido, prigione, pigione da pagare, carta da parati appena strappata ai bordi. Prima della casa è la terra, dopo la casa è il treno (c’è sempre una poesia dedicata ai regionali, al loro compassato scivolare nelle viscere del sud). Scrivono sui muri come dall’alba dei tempi s’è scritto perché «la poesia scrive riscrive la sua storia», come recita un verso di Rodolfo Di Biasio con cui si apre la Storia della letteratura italiana del Novecento di Giacinto Spagnoletti. Ancora c’è da dire, e questo appare confortante per gli algoritmi che verranno, per le prossime lingue che popoleremo.

 

*Giornalista, scrittore

 

Immagine: By Luigi Versaggi (Flickr) [CC BY 2.0  (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)], via Wikimedia Commons

 


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