09 gennaio 2019

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado

di Roberta Alviti*

La quasi totalità del corpus della poesia di Pietro Tripodo (Roma 1948-1999) risale all’ultima decade del secolo scorso; si tratta di testi che sono stati prevalentemente pubblicati su riviste quali «Altri Argomenti», «Poesia», «Prato pagano». Nel 1991, Tripodo pubblicò, per i tipi della casa editrice Rotundo, la raccolta di poesie Altre visioni; Raffaele Manica, nel 2007, ne ha curato la ripubblicazione per Donzelli Editore; nel volume è stata inclusa la seconda raccolta del poeta, Vampe del tempo, della cui prima edizione si era incaricata, nel 1998, la stamperia d’arte Il Bulino di Roma.

Tripodo affiancò costantemente alla creazione di testi poetici propri un’intensa attività traduttiva di molti e diversi autori, antichi e contemporanei, da Callimaco a Trackl, in lingua italiana e in lingua latina. Ricordiamo le traduzioni italiane di Arnaut Daniel, del Rusticus, di Angelo Poliziano e una versione latina de Le Cimetière marin di Paul Valéry.

Erano inedite le traduzioni realizzate da Pietro Tripodo a partire da testi poetici machadiani:sono stati, infatti, recentemente rinvenuti nelle sue carte sedici «rifacimenti», la cui prima stesura potrebbe risalire alla metà degli anni Settanta. Secondo testimonianze di parenti e amici, infatti, proprio in quell’epoca Tripodo cominciò a leggere e a studiare le poesie del poeta sivigliano.

 

Sedici testi selezionati

 

Antonio Machado, nato nel 1875 a Sevilla e morto esule nel 1939 a Colliuore, in Francia, è considerato uno dei maggiori poeti spagnoli del Novecento. La sua prima raccolta poetica è Soledades del 1903, che risente del modernismo rubendariano e dell’estetica decadentista; l’edizione definitiva dell’opera, modificata e accresciuta, porta il titolo di Soledades, galerías y otros poemas (1907). Segue, nel 1914, Campos de Castilla, considerata la più noventayochista delle raccolte poetiche machadiane, in virtù della centralità del paesaggio castigliano; Nuevas canciones (1917-1930) e Cancionero apócrifo (1926) segnano sia il transito verso la poesia metafisica che il riavvicinamento, in chiave profondamente intimista, alla tradizione poetica simbolista.

I sedici testi selezionati da Tripodo nel corpus machadiano sono stati recentemente pubblicati nel libro d’artista Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Roma, Stamperia Il Bulino, 2018 (leggibile e scaricabile nel sito Insula Europea); il libro, realizzato grazie all’impegno di Ines Morisani, cugina di Tripodo, corredato da un’introduzione a cura di Roberta Alviti, da segni ed incisioni di Enrico Pulsoni, è stato tirato in 150 esemplari.

I primi tredici di questi testi appartengono a Soledades, galerías y otros poemas (1899-1907), la prima raccolta pubblicata da Machado, raccolta che risente delle suggestioni moderniste della poesia dell’epoca e si caratterizza senz’altro per essere la più intimista nella produzione del sivigliano; dei tre testi restanti, uno fa parte di Juan de Mairena (1936), una sorta di zibaldone filosofico che raccoglie «sentencias, donaires, apuntes y recuerdos de un profesor apócrifo», dell’eteronimo Juan de Mairena, mentre le altre due sono state pubblicate postume in diverse sedi. In ogni caso, Tripodo mostra una predilezione per testi nei quali si esaltano temi quali l’amore per la natura, il ricordo, la nostalgia di affetti, tempi e luoghi dell’infanzia, considerata un territorio inaccessibile e perduto per sempre.

 

La lingua “sommossa”

 

Le traduzioni presentate nel volume, nel solco della strategia traduttiva di Pietro Tripodo, sono il frutto di un attento lavorio, di scavo filologico, interpretazione e appropriazione dei testi machadiani, lavorio la cui ratio risiede nell’intenzionalità di riprodurre almeno l’andamento ritmico del testo originale, nella varia misura dei versi e, nella disposizione strofica. Al contempo, Tripodo lavora tenendo ben presente una frase di Pannwitz che pose come exerga alla traduzione italiana di Arnaut Daniel: «Il traduttore deve lasciar scuotere e sommuovere la sua lingua da quella straniera. Deve risalire agli ultimi elementi della lingua stessa; egli deve allargare e approfondire la propria lingua mediante quella straniera».

Nelle versioni italiane di Tripodo, infatti, pur nell’assoluto rispetto dell’aspetto semantico, si assiste alla decostruzione, all’esplosione e la conseguente ricomposizione del tessuto sintattico degli originali, operazioni audaci che tuttavia preservano prodigiosamente l’architettura formale del testo dal punto di vista ritmico che metrico. Sono, infatti, mantenute nella totalità dei casi le misure versali e le strutture strofiche: l’unico sonetto, nella sua declinazione modernista, con rima alternata nelle quartine, è riproposto in una compagine identica dal punto di vista metrico-strofico; allo stesso modo, vengono mantenuti i versi alessandrini, che negli ipotesti sono presentati in varie combinazioni, ovvero a rima baciata, alternata e abbracciata.

Per quanto riguarda la riproposizione dell’aspetto rimico, sia nel caso del sonetto che in quello degli alessandrini, Tripodo pur non rinunciandovi del tutto, non lo considera essenziale: le assonanze vengono, infatti, impiegate frequentemente, ma non pretendono di rispecchiare mimeticamente l’impianto dell’originale. È assai meno apprezzabile la presenza della rima consonante: nella maggior parte dei casi, infatti, si decide di convertire la relazione fra i rimanti da consonante ad assonante.

Analogamente, per le silvas e le silvas-romance si rinuncia alla riproduzione della rima assonanzata nei versi pari, riproducendo, però, l’alternanza di endecasillabi e settenari del modello strofico spagnolo.

Va inoltre segnalato che nei «rifacimenti» di Tripodo vengono esaltate le risonanze gongorine e barocche delle poesie machadiane, che risultano quasi sempre attenuate in esercizi traduttivi precedenti e successivi.

 

Un italiano raffinato

 

Machado è, infatti, uno dei poeti spagnoli che ha goduto di maggior fortuna nell’ispanistica italiana del secondo Novecento: si ricordino le traduzioni di Oreste Macrì, pioniere degli studi machadiani in Italia, di Claudio Rendina, Francesco Tentori Montalto e Giovanni Caravaggi.

Questi esercizi traduttivi corrispondono in pieno, dunque, al modus traducendi di Tripodo, che secondo Pier Vincenzo Mengaldo predilige la linea «spaesante, che unisce la lingua di arrivo a quella di partenza», nel senso che ricalca molto della versione originale, ricreando, tuttavia, una nuova lingua, sostituendo lo spagnolo con un italiano raffinato, innovativo e al tempo stesso costellato di richiami a un registro linguistico fin de siècle.

 

Testi citati

Arnaut Daniel, Canti di scherno e d’amore, a cura di Pietro Tripodo e Paolo Canettieri, Roma, Fazi, 1997.

Pier Vincenzo Mengaldo, «Arnaut Daniel nuovamente tradotto», Paragone, XXVII-XXIX (2000), pp. 4-15.

 

*Università degli Studi di Cassino e del Lazio meridionale

 

Immagine: Attributed to Alonso Sánchez Coello [Public domain]

 


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