11 marzo 2019

A proposito del Sermone di Pietro da Barsegapè

di Sergio Lubello*

Il bel volume di oltre 300 pagine curato da Giuseppe Polimeni è dedicato a un testo duecentesco, il Sermone di Pietro da Barsegapè, che occupa, nonostante il suo scarso valore poetico, un posto di interesse nella storia della letteratura didattico-religiosa italiana, come primo documento letterario del volgare lombardo del sec. XIII (A. Bartoli Langeli, C. Frugoni, M. L. Mangini, G. Polimeni, Il Sermone di Pietro da Barsegapè. Indagini sul codice AD XIII 48 della Biblioteca Nazionale Braidense, a cura di G. Polimeni, Roma, Artemide, 2018).

L’autore, su cui pesa il giudizio negativo di Gianfranco Contini (che definì pedestre il Sermone: Contini 1960, I, p. 667), è identificato nel milanese Pietro da Barsegapè o Bescapè (l’odierna Bascapè, presso Pavia), uomo di armi, notaio, il quale compose il Sermone (che risulta concluso nel 1274) non traducendo in senso moderno, ma trasponendo dalle Sacre Scritture (come giustamente precisa il curatore nella prefazione, Intorno e dentro al codice, pp. 7-9) per un pubblico digiuno di gramatica, molto probabilmente non di lettori, ma piuttosto di uditori.

Il testo è conservato da un solo testimone, il manoscritto AD XIII 48 della Biblioteca Braidense di Milano: si tratta di 2440 versi anisosillabici – perlopiù novenari-ottonari e alessandrini – nei quali sono trattati, in tono didascalico e con una certa sciatteria stilistica, vari episodi biblici, soprattutto della Genesi e dei Vangeli, in una struttura chiara centrata sulla redenzione (creazione, peccato originale e sette peccati capitali, passione e resurrezione di Cristo, giudizio universale); per il suo racconto l’autore, in una sorta di compilatio non ancora del tutto chiarita, attinge e preleva direttamente e indirettamente da fonti varie, dallo pseudo Uguccione a Bonvesin da la Riva.

 

Nodi e punti critici da chiarire

 

Nonostante l’interesse di lunga data per il testo (la pubblicazione del Sermone per opera di Bernardino Biondelli è del 1856), restano ancora alcuni nodi e punti critici da chiarire definitivamente: l’autore o gli autori, le fonti e le “tangenze”, la stessa struttura e composizione del testo; a maggior ragione questa raccolta di studi ha il merito non solo di fare il punto sulla ricerca filologico-linguistica e storica, ma anche di fornire nuovi tasselli e qualche ipotesi, ancorché non unanime. Rendono il volume ancora più prezioso la ristampa dell’edizione salvioniana (da p. 273 alla fine), qui usata come testo di riferimento (pur con qualche adattamento paragrafematico e con gli opportuni riscontri sull’originale), e inoltre il facsimile a colori del bellissimo codice illustrato grazie al quale si possono ammirare le miniature (pp. 31-146).

 

Una storia degli studi

 

La traiettoria degli studi e degli interventi editoriali sul Sermone descritta da Polimeni nel saggio introduttivo, Il codice braidense AD XIII 48: rilievi storici e nodi critici (pp. 11-30), offre anche uno spaccato di storia degli studi e di questioni metodologiche legate all’indissolubile intersezione, per i testi volgari dei primi secoli, tra scelte editoriali e analisi linguistica.

È utile ricordare che ad approntare un’edizione del Sermone fu Carlo Salvioni (1891), studioso dagli interessi dialettologici che si muoveva nel perimetro della scuola ascoliana e che quindi guardava al testo come a un tassello cruciale nel delineare diacronicamente il volgare milanese: non a caso il manoscritto veniva riprodotto fedelmente, “rispettandone anche gli errori più evidenti”; prassi diversa da quella che invece adottò lo zurighese Emil Keller, della scuola del Heinrich Morf, nell’edizione del 1901 (in una seconda edizione rivista, un trentennio più tardi, nel 1935, avrebbe tenuto conto anche di alcuni rilievi e di molte osservazioni critiche mosse da Salvioni): pur attenendosi a un criterio conservativo, Keller intervenne sul testo per ripristinare le presunte rime perfette dell’originale, in luogo delle assonanze; violazione che spiega il ricorso anche in queste pagine alla più fedele edizione salvioniana. Dopo il silenzio dovuto anche al giudizio lapidario di Contini, gli studi intorno al Sermone riprendono dalla metà degli anni ’90. Di particolare rilievo, non solo per la ricostruzione delle fonti, è il contributo importante di Maria Elisabetta Romano (1995) per la quale “l’apparente lindore dell’unico testimone nasconde i danni subiti dal testo nella trasmissione”; su tale solco, nel tentativo di ricostruire un sistema ampio e complesso di circolazione di tessere, si pone il contributo di Raymund Wilhelm che, dalla specola di studio del testo della Margarita trivulziana, evidenzia la ripresa interdiscorsiva di elementi formulari comuni e tradizionali che appartengono a un genere e a un’epoca: ricorsività formulare e intrecci di tradizioni eterogenee che ben caratterizzano la produzione di testi religiosi in volgare nel Medioevo e per i quali, quindi, l’intertestualità stricto sensu è più limitata e circoscritta.

 

Il notariato urbano

 

Tre saggi di importanti studiosi del Medioevo, Attilio Bartoli Langeli, Chiara Frugoni e Marta Luigina Mangini, affrontano il tema da angolature diverse, codicologica, storica, iconografica, letteraria.

Il saggio di Bartoli Langeli è un esame attento e capillare del codice braidense, Il manoscritto. Una descrizione e qualche osservazione (pp. 147-173): tra i molti dati va segnalata la datazione della scrittura che viene anticipata, dopo l’ottima ricognizione di Armando Petrucci sul codice, dai primi del ’300 al Duecento inoltrato; quanto alla mise en page il miniatore, inoltre, avrebbe operato prima dell’amanuense sulla base di evidenze materiali che Bartoli Langeli descrive con minuzia; inoltre il codice sarebbe da considerare non proveniente da un’officina specializzata, ma prodotto fatto in casa, artigianale e da una sola persona: manoscritto d’autore, quindi, e un altro tassello da aggiungere all’importante storia del notariato urbano, così strettamente intrecciato con la storia letteraria e del volgare dei primi secoli.

Ipotesi divergenti sono quelle fornite da Chiara Frugoni (alla quale si deve anche un secondo saggio di Commento alle miniature, pp. 207-259); il titolo già emblematico, Il Sermone o i Sermoni (pp. 175-205) riprende il nodo problematico dell’autorialità e della redazione del testo o dei testi: il codice sarebbe una copia curata graficamente, ma il testo lascia molto a desiderare per errori di comprensione rispetto al modello, interpolazioni, spostamenti di versi incongrui; insostenibile risulta, inoltre, per la studiosa l’attribuzione del testo al solo Pietro da Baregapè: in gioco sarebbero almeno “tre o quattro personaggi in cerca d’identità”, dal predicatore-scrittore al miniatore (o illustratore), il primo non coincidendo del tutto con Pietro.

Completano il disegno i documenti esaminati da Marta Luigina Mangini, Pietro da Barsegapè: scrittore «ad honor de Iesu Christo» e notaio? (pp. 261-272) che riconducono alla sfera del notariato medievale milanese (Pietro de Baxilicapetri, figlio di Mainfredo, residente a Milano, presso porta Romana): come per molti notai medievali Pietro “è soprattutto i suoi documenti” (così la studiosa citando, a sua volta, un lavoro di Bartoli Langeli), ciò che non consente di chiudere il cerchio definitivamente.

 

Nel complesso gli studi sul Sermone contenuti in questo volume, oltre a un utile bilancio, forniscono ipotesi importanti, in parte in contrasto, ma – per dirla con la stessa Frugoni (p. 175n) – “non v’è nulla di male che pareri antitetici abitino tra le stesse pagine”, tanto più quando, ben supportati da riscontri nuovi e ben documentati, arricchiscono il quadro in attesa dell’edizione critica del testo.

 

*Università degli Studi di Salerno

 

Studi citati

Contini Gianfranco, Poeti del Duecento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1960, 2 voll.

Keller Emil, Die Reimpredigt des Pietro da Barsegapè, kritischer Text mit Einleitung, Grammatik und Glossar, Frauenfeld, Huber, 1901.

Romano Maria Elisabetta, Su alcune fonti del Sermone di Pietro da Bescapé. Cronologia relativa di antichi testi settentrionali, in Studi mediolatini e volgari, XLI, 1995, pp. 77-111.

Salvioni Carlo, Il “Sermone” di Pietro da Barsegapè riveduto sul cod. e nuovamente edito con una appendice di documenti dialettali antichi, in Zeitschrift für romanische Philologie, XV, 1891, pp. 429-492.

Wilhelm Raymund, Introduzione. Dinamica testuale e dinamica linguistica nella Vita di santa Margarita, in AA.VV., Tradizioni testuali e tradizioni linguistiche nella Margarita lombarda. Edizione e analisi del testo trivulziano, Heidelberg, Winter, 2011, pp. 1-100.

 

Immagine: La tentazione di Adamo ed Eva. Particolare di una finestra di vetro colorato (XII secolo) nella Cattedrale di San Giuliano a Le Mans (Francia)

 

Crediti immagine: Selbymay [CC BY-SA 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]

 

 

 


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