14 marzo 2019

Il primo re e il protolatino, padre della lingua madre

di Daniele Scarampi

Trifària diva, tu mèeter frughiferens; “o triplice dea, tu madre fruttifera...” Un giovane invoca con lo sguardo verso il cielo, le mani che scandagliano il fertile terriccio; dopodiché porta a termine la sua accorata preghiera.

S’apre con questa eufonica giaculatoria Il primo re, ambiziosa produzione cinematografica italiana che ci riporta alla genesi della città di Roma nell’VIII secolo a.C., attraverso il mito di Romolo e Remo.

Parole intense che richiamano la greca Gaia, potenza della Natura, esperita come la buona madre; ma anche parole mistiche e votive, che si ricollegano all’antichissima tradizione delle leges arae, ossia  le iscrizioni preletterarie connesse all’attività rituale e alle prassi cultuali; infine parole vibranti e musicali, che in qualche modo ben s’attagliano – nella grafia e nella morfosintassi – alla coeva e controversa Fibula prenestina, spilla aurea che racconta della sua forgia e del suo proprietario, in caratteri greci: Manios med fhefhaked Nvmasioi, ossia Manivus me fecit Nvmerio, ‘Manio mi fece per Numerio’.

 

La lingua è un modo di guardare il mondo

 

Ma facciamo un passo indietro, per scandagliare l’origine dell’orazione proposta in apertura. In principio era il Verbo, il λόγος, la parola: vero motore dello sviluppo del cervello, il linguaggio verbale è infatti alle scaturigini del pensiero e non viceversa. Come ha scritto il neuroscienziato Lamberto Maffei, Sapiens è l’unica specie capace di produrre una «stringa di parole che la ragione infila nella collana della storia» (Elogio della parola, Bologna, il Mulino, 2018). E, di conseguenza, è l’istinto umano di raccontare e condividere esperienze mediante la parola – prima orale e poi scritta – che ha consentito lo sviluppo della civiltà e delle relazioni.

La parola spiega il mondo e cerca di interpretarlo, costruisce la vita e rivela  l’universo cangiante che in esso è implicitamente contenuto.

Il verbo, insomma, è potenza creatrice e intelligenza ordinatrice; detiene un potere demiurgico e in ogni suo segno, o in ogni sua manifestazione, rivive l’intero cammino dell’uomo, con tutti i suoi mutamenti, le sue conquiste successive e le sue innovazioni.

Ora, ciò che è reale per la psiche, lo asseriva Jung, diventa reale di fatto: il che è a dire che gli oggetti coi quali ci misuriamo nella realtà “esterna” sono un prodotto ideale del nostro processo sensoriale e del nostro apparato di pensiero.

Del resto, l’interdipendenza fra pensiero e linguaggio rende chiaro che le lingue non sono tanto un mezzo per esprimere una verità che è stata già stabilita, quanto un mezzo per scoprire una verità che era in precedenza sconosciuta. La loro diversità non è  tanto una diversità di suono e di segni, quanto di modi di guardare il mondo ed esso si manifesta in un flusso di impressioni che devono essere organizzate dalla mente. Per farlo noi tagliamo a pezzi la natura, la organizziamo in concetti e le attribuiamo significati che finiscono per codificarsi negli schemi della nostra lingua (Karl Kerenyi, 1976; Benjamin Whorf, 1956).

 

L’attività prassico-poietica

 

E l’idioma protolatino ricostruito dagli sceneggiatori del film Il primo re – grazie all’ausilio di un pool di semiologi dell’Università La Sapienza di Roma – scaturisce  proprio da un mondo intriso di forze archetipiche e primigenie, che influiscono realmente sulle persone e sui loro destini.

Ogni dialogo dunque, sovente scarno e meditato, facoltizza la parola a mostrare tutta la sua attività prassico-poietica, che plasma le azioni quotidiane e le rende interpretabili, in un mondo (siamo sette secoli prima di Cristo) oscuro e involuto.

Atmosfere rudi sulla falsariga di Games of Thrones e primigenie come nella Guerra del fuoco, quelle meticolosamente ricreate dal regista Matteo Rovere, nelle quali l’adozione della lingua originale sottotitolata – già utilizzata da Mel Gibson con l’aramaico (e il latino) di The Passion o con lo yucateco di Apocalypto – dà ritmo e verosimiglianza alla ricostruzione storiografica, marcando di un significato evocativo ogni sequenza.

 

Lingua centum

 

I dialoghi del Primo re presentano un ordine sintattico in configurazione SOV (soggetto-oggetto-verbo), con il verbo sempre in posizione finale; la desinenza arcaica -ai per il locativo è marcata, così come ricorrono le consonanti nelle desinenze finali delle parole; i dittonghi “ai”, “ei”, “oi” sono inalterati; il lessico è arcaico e ricco di termini di chiara provenienza indoeuropea; ugualmente è arcaica la coniugazione di alcuni tempi e modi verbali; la pronunzia, infine, propone la “c” e la “g” sempre velari rese col suono velare “duro” “k” e “gh”, secondo la natura del latino arcaico come appartenente al gruppo delle lingue centum («Le lingue indoeuropee che continuano con velari le palatali dell’indoeuropeo comune; quindi latino centum, greco ἑκατόν, gotico hund da *km̥tóm», Treccani.it), mentre il nesso “gn” è scandito nei due fonemi separati di velare e nasale come in Wagner, e non rappresenta mai il suono nasale palatale presente in ragno.

 

Gli idiomi del Latium vetus

 

Ma qual era la lingua di Romolo e Remo? Quale idioma si era diffuso nel Latium vetus preletterario e ampiamente precristiano? Di certo era un caleidoscopio di idiomi, una sorta di babele che ben rispecchiava il sinecismo di popolazioni che abitavano il Lazio: dai pre-indoeuropei Etruschi agli indoeuropei Volsci (d’etnia osco-umbra), Equi, Ernici, Latini e Capenati. È verosimile, pertanto, che le contaminazioni fossero diffuse e che le differenti parlate permettessero comunque un sufficiente grado di comprensione comune tra i popoli della zona. Comunque sia la lingua proto-italica, scaturita da quella indoeuropea e antenata delle lingue italiche (come il latino), non essendo pressoché attestata per iscritto è stata oggetto di ampie ricostruzioni comparative, basate su fonti documentarie indirette o derivate. Questo perché, essendo all’epoca la trasmissione della cultura un’acquisizione prevalentemente orale, la scrittura era limitata a usi pratici e non letterari.

Da ultimo, sulla scorta delle analisi proposte in precedenza, si può ben concludere che Il primo re, ambiziosa produzione cinematografica italiana (con oltre otto milioni di euro di budget, fuori da ogni target perseguito nel Bel Paese), concretizzi – tra l’altro – un concetto molto affascinante: il linguaggio è una forma di azione; attraverso la composizione di parole e proposizioni noi formuliamo espressioni dotate di un senso che, in forma diretta o indiretta, modificano qualcosa nella percezione della realtà che ci circonda.

Le parole diventano così “segni tangibili delle idee”, creati volontariamente dall’uomo allo scopo di condividere con i propri simili i pensieri comuni e quelli dissimili.

 

Bibliografia e sitografia di riferimento

1) Lamberto Maffei, L’elogio della parola, Il Mulino, 2018

2) Karl Kereny, Dyonisus, 1976

3) Benjamin Whorf, Linguaggio, pensiero e realtà, 1956

4) Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del linguaggio. Cosa si nasconde dietro le parole, Pickwick, 2011

5) Claudia Mizzotti, La scuola della parola, in www.laricerca.loescher.it

6) Mario Testa, L’evoluzione delle lingue, in www.larassegnadiischia.it

7) Sergio Barbara, Il linguaggio come azione, in www.academia.edu

8) Andrea Cauti, Che lingua parlavano Romolo e Remo?, in www.agi.it

9) www.portalefilosofico.com

10) www.mardeisargassi.it

11) www.docsity.com

12) www.lascimmiapensa.com

13) wikipedia.org/wiki/lingua protoitalica

14) Daniele F. Maras, Le più antiche iscrizioni votive latine, in www.lettere.uniroma1.it

 

Immagine: Il primo re (2019), regia di Matteo Rovere


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