01 aprile 2019

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop - 1

di Beatrice Cristalli

"Rivoluzioni" da cuffiette

 

Le playlist di Spotify rappresentano l’inizio. Intendo quelle che selezionano, in base ai tuoi gusti musicali e ai tuoi ultimi ascolti, le canzoni del momento. Senza accorgertene impari tutti i nomi degli artisti ma, come accade per le scoperte della poesia 2.0, raramente decidi di approfondire qualcuno e ascoltare la discografia. In fondo, le playlist sono nate per questo: offrici qualcosa che non abbiamo il tempo di fare. L’immediatezza, guarda caso, è anche la chiave di tutti questi testi italiani della scena post-indie, che non passano inosservati per varietà linguistica e, soprattutto, per una forte matrice identitaria. Lontani dai cliché, con un lessico ricco e una neo-metrica equilibrata, i gruppi dell’itpop fotografano bene il passaggio dalla cosiddetta «lingua domopack» al «complesso pop», come insegna Giuseppe Antonelli. Negli ultimi tre anni si è fatto un ulteriore passo avanti. Oltre a riconoscere in questo italiano neopopolare l’osservatorio privilegiato per studiare l’evoluzione della mentalità linguistica di una generazione – nello specifico under 30 tra selfie e «Polaroid» –, si intravede una diversificazione regionale e/o per poli quasi metropolitani, che si fanno epicentro delle poetiche. Ciò che stupisce, è che questa percezione non è confermata solo dalle parole, ma è vissuta, viva nei fatti. Ai karaoke si preferisce ormai urlare i ritornelli di Calcutta, nei locali l’itpop si può ballare, le atmosfere che queste tracce ricreano sono inequivocabilmente italiane e a misura di contemporaneità. I riferimenti sono concreti come quello che vedi ogni giorno nella tua città, e l’aspetto più interessante è che anche se a Trastevere non ci sei mai stato, i «sushi bar» di Carl Brave li conosci molto bene, ma se Mahmood canta di un «uramaki» prima di andare via, tu pensi subito a una palazzina di Milano. Questa lingua ha tante nuove sfumature ed è finalmente un italiano-italiano vero.

 

Completamente Roma

 

Il primo nucleo da affrontare è quello romano. Pare che l’itpop nasca proprio lì, dopo un tormentato e molto apprezzato inizio mainstream firmato Thegiornalisti. Isabella Benaglia in Thegiornalisti. Roma, Riccione, Pamplona e altri lidi (Arcana, 2018) ricostruisce la strada che ha condotto il gruppo romano verso una canzone più genuina, autentica e universale: dalle immagini indie che caratterizzavano un brano come Pioggia nel cuore, ricco di avverbi accentati in punta di verso (girando su e giù; che piangono blu; perché sei già qui; non ti aspettavo più, ti mando un vocale ecc.) e di ricerca linguistica (se il sole si appresta; solo un tonico di acqua calda) si arriva in gran velocità a testi che da un lato sono coinvolti in un processo di desublimazione verso la lingua parlata (faccio a schiaffi; fatto di te; quando la merda vola alta; giuro smetto di sbronzarmi; ecc.), mentre dall’altro presentano una riformulazione di assonanze e consonanze che si alternano a vere e proprie ripetizioni (come se fossero te, come se fossero te; ma che botta ci dà, ma che botta ci dà; ecc.) quasi sempre in chiusura di frase, ed esclamazioni tipiche e ormai cristallizzate nel nostro immaginario collettivo. Si pensi, per esempio, a quell’eh eh alla Vasco che ricorre nell’album Sold Out. Come evidenzia Luca Zuliani in L’italiano della canzone (Carocci, 2018), la scrittura dei testi è cambiata anche in virtù di un frequente rovesciamento di priorità – «oggi, quasi sempre, prima nasce la melodia e poi arrivano le parole» –, dunque la pressione del codice interno (la grammatica), la norma e il modello poetico sono costretti a rispondere e adeguarsi a sperimentazioni sonore che hanno esigenze nuove dal punto di vista linguistico. Il synth anni ’80 nel 2019 non può di certo parlare la lingua della tradizione pop (più bella cosa non c’è).

 

Cresciuti in mezzo ai sanpietrini

 

Se l’Italia vissuta dai Thegiornalisti è sicuramente Roma, che riconosci anche quando si parla di Riccione (aquila reale per la Lazio, ad esempio) e che si carica indirettamente della tradizione cinematografica di De Sica-Boldi insieme a tutti i luoghi comuni italiani (il mare, le nottate in auto, la notte, il pentimento dopo una dichiarazione, il calcio), diventa necessario specificare di quale Roma si sta parlando, perché nelle cuffie stai già ascoltando un singolo di Carl Brave e Franco 126. Se in zona Prati puoi sfrecciare a duemila sotto un lampione (Sold Out), solo in Piazza San Cosimato e dintorni puoi fare una rima Miyazaki/Inzaghi/spaghi (Tararì Tararà). Prima ancora del flow trap, nei testi del duo di Trastevere spicca una ricerca linguistica originalissima, che a volte ricorda gli stornelli romani. La cruda romanità è onnipresente, soprattutto nelle espressioni dialettali da slang (pellaria; namo; famo du spaghi; t’hanno bocciata; m’incoccia; zozzone; bacetto; fijio; ecc.) perché non può essere raccontata in altro modo: è quella che senti realmente nelle strade dei quartieri, dove ci sono i fiori cresciuti in mezzo ai sanpietrini (Sempre in 2). A differenza dei colleghi di Roma Nord, che si divertono con testi brevissimi e ripetizioni, in queste storie si evidenzia una particolare attenzione alle sfumature del parlato, dai dialogismi (Come stai?) alle esclamazioni (hei hei; eh) e alle rime per l’orecchio che utilizzano il mistilinguismo (Iphone/Sauvignon; Levis/Trevi; Carrera/Favelas, solo per citarne alcune). La cura linguistica arriva persino a convincere un milanese, che alla citazione di Momart (Tararì Tararà) associa l’idea di un locale alla moda, anche se si sta sempre parlando di qualcuno che vuole portare la sua ragazza a una mostra, a Roma. Tutto, alla fine, costituisce una rete di elementi originali e caratterizzanti che riesce a parlare sempre e solo di una cosa: l’amore. Un amore che sa di solitudine, di messaggi non inviati, sbagli, fotografie e vocali su WhatsApp. Ma parla così tante lingue da risultare malinconicamente (come l’indie insegna) esplosivo.

 

Bibliografia:

G. Cavaliere, Romantic Italia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Minimum Fax, 2018.

I. Benaglia, Thegiornalisti. Roma, Riccione, Pamplona e altri lidi, Arcana, 2018.

G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, Il Mulino, 2010.

L. Zuliani, L’italiano della canzone, Carocci, 2018.

M. Bricchi, La lingua è un’orchestra, Il Saggiatore, 2018.

 

Immagine: Music studio

Crediti immagine: Trausti Evans [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 


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