09 maggio 2019

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop - 2. Calcutta, Gazzelle

di Beatrice Cristalli*

Estetizzare banalità, o forse no

 

Se vi dico la parola “kiwi” avete già capito. E non ve la ricordate perché è una parola che “stona” in una canzone – con la lingua si può tutto –, ve la ricordate perché chi l’ha usata ha saputo localizzare un sentimento. Quanti di voi hanno visto un campo di kiwi vicino a Latina? Pochi. Eppure mentre ripercorri la litania di Calcutta, te lo riesci perfettamente a immaginare quel contesto umido e agreste, dove si litiga e si ama. È un mondo che esiste, in fondo, ma in alcune parole sembra esistere di più, proprio per la carica evocativa che un sostantivo, un verbo e un neologismo riescono a trattenere. Se gli altri colleghi romani (Thegiornalisti, Carl Brave e Franco 126) si dilettano in anafore, esclamazioni e mix dialettali, il «cantautore di Latina» si attiene alla linea tradizionale indie dell’immagine come veicolo di significato, che vive di ambiguità e bellezza. Due cose che possiamo anche sovrapporre. La scelta della parola, pertanto, oltre a essere importantissima per il non-detto, deve diventare iconica, superare il picco emotivo del ritornello per raggiungere un nuovo territorio: lo slogan. Principalmente generazionale, ma non sempre presente, si caratterizza per un motivetto urlato e ormai cristalizzato nel quotidiano. A volte, come nel caso di “Io sento il cuore a mille” (Paracetamolo), è anticipato da frasi banali e informative, come “Lo sai che la Tachiprina 500 / Se ne prendi due diventa mille”, e la canzone può anche farne a meno, come in Saliva: la sequenza “la x più bella/buona che x”, con le sue varianti a rima interna (“La cosa più bella che hai sono i nei”) e semplici (“La cosa più buona che ho”; “La cosa più bella che hai”) diventa essa stessa il tema-ripetizione in grado di colmare il vuoto del ritornello. Lo schema tuttavia è riconoscibile: allo slogan si accompagna una forte sentenza poetica, in grado di garantire il gioco di fine equilibrio tra evocazione e medietà. Ecco che accanto all’inconfondibile frequenza di “Ué deficiente” (Pesto) troviamo altri ritmi, una sublimazione del parlato/urlato, a tratti surrealistica: “[...] mangio il buio col pesto / non mi piace, ma lo ingoio lo stesso”; “Negli occhi ho una botte che perde”; “Mi sono addormentato di te”.

 

Amare fa rima con pungicare

 

Nel mondo di Calcutta tutto è possibile. Il Duomo di Milano può diventare “paracetamolo sempre pronto per / le tue tonsille” (Paracetamolo) e il desiderio di essere amati si riflette nel farsi “pungicare” (Kiwi). Già al primo ascolto il significante comunica, ma quella strofa potrebbe insegnarci qualcosa. Così, dalla playlist indie “Le parole delle canzoni” firmata Treccani è nata una rubrica che con brevi post recupera la funzione Genius di Spotify, una sorta di “nota dietro il testo”. Sul termine “pungicare”; in particolare, viene fornito non solo l’etimo, ma informazioni sulla ricerca stilistica (lessico amoroso arcaico, «che usava Carlo Goldoni») e sull’uso figurato nel contesto narrativo della canzone (kiwi « è rafforzato dalla metafora dell’alveare sotto il cuscino, che introduce i versi in cui il narratore dichiara all’amata di essere disposto a farsi punzecchiare e, più avanti nel testo, a subire dispetti ben più pesanti»). Ma Calcutta non sa solo usare bene i nomi. Tutte le città menzionate nelle sue canzoni rappresentano una chiave di lettura personalissima e ragionata del suo immaginario, che mette ordine al caos di una storia raccontata sempre a metà. Come si fa in poesia. C’è chi ha disegnato addirittura una vera e propria mappa dei suoi percorsi, in pieno stile calcuttese (calcuttamappadi.it, che richiama il nickname social calcuttafotodi), con schede informative sul verso incriminato, testo e album di riferimento. Si parte da luoghi di provincia vicino a Latina (“Stazione di Fondi” in Hubner; “Mi dispiace scendo a Cisterna” in Isabella; “Ci sposeremo a Pomezia / dove tutto è impersonale” in Pomezia), per arrivare a personificazioni (“Pesaro è una donna intelligente” in Cosa mi manchi a fare; “Milano è un ospedale” in Paracetamolo), a luoghi comuni (“Venezia è bella ma non è il mio mare” in Hubner) e infine a rime per l’orecchio con utilizzo di mistilinguismo, con sottile ironia (“Ma poi da me non vieni mai / Che poi da te / Non è Versailles” in Paracetamolo).

 

Tra presi male e grandi sbatti

 

Che piaccia o no, i luoghi sono solo «contenitori di significati», come dichiarava Calcutta in un’intervista a Repubblica. Si diceva che organizzano, ricreandola, un’atmosfera contemporanea di disagio e ansia, che, pur nella sua particolarità, ha ampio respiro, sempreverde. Un po’ come quella notte in cui potevi “dormire da Giulia”, come ti dice Gazzelle in Scintille. Le sue storie parlano la stessa lingua indie – universale −, ma Roma sembra essere ormai fuori dai giochi. Il rumore di sottofondo è la solitudine della notte: il “buio col pesto” da mangiare per uscire e respirare la mediocrità si trasforma in “nero”, anche se la sfumatura – purtroppo – non è poi così chiara per lamentarsi (“Nemmeno è tutto nero” in Nero). E poi c’è più Milano che zona Prati: non appena, nei primi versi di Punk, si parla di un “bacio congelato, sapeva di Milano”, la “metropolitana a mezzanotte e mezzo” che immagini non è romana, ma “sa di tour”. La sua scrittura non si ferma mai in un luogo preciso (anche se si farà “un figlio all’Isola del Giglio” in Sbatti), ma accoglie, con una passione per l’accumulo e le anafore (“Momenti in cui [...] / Momenti che lo sai [...] / Momenti che non basta [...]” in Scintille), espressioni da anni 2000, che ricreano ugualmente uno sfondo new-romantic adolescenziale in cui si ricorda qualcosa che si è lasciato andare, alla soglia di un’età precisa: i quasi 30. “Attacchi prima tu / O attacco prima io?”; “E arriveremo tardi a tutti i nostri sbatti” (Sbatti); “Preso male che non c’è / Più nessuno come te”; “Quando faccio schifo” (Punk). L’ironia di Gazzelle non è spietata come quella di Calcutta. Gioca invece bene sul doppiosenso, soprattutto quando contribuisce a detabulizzare alcune zone del privato, come il sesso. Lo fa, per esempio, nella hit Sopra, con quel “sotto” reiterato fino a diventare solo suono: “sotto sotto sotto sto bene” può essere l’ultimo scalino del cuore (si pensi al modo di dire “sotto sotto”), ma nel complesso testuale del pezzo acquisisce anche un altro significato, se ci si sofferma sul “come quando mi stai sopra”. E ancora con quel “Palato nel palato, ora sembra di capirci / Sembriamo quasi amici” (Punk) si prende gioco dell’intimità e dei ruoli relazionali. Non c’è soluzione a questo amore arrabbiato e inconcludente. Ma un luogo preferito sì. Perché anche se puoi andare a “dormire da Giulia” o “con Fede”, c’è un Gazzelle che si ritira da solo “nel fondo di una bottiglia” (Scintille).

 

*Giornalista e critica letteraria

 

Bibliografia

Cavaliere, Romantic Italia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Minimum Fax, 2018.

Gianni Santoro, Calcutta, il disagio di un cantautore venuto da Latina: "Volevo fare un disco mainstream", repubblica.it, 1° febbraio 2019, Spettacoli

Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, Il Mulino, 2010. Zuliani, L’italiano della canzone, Carocci, 2018. Bricchi, La lingua è un’orchestra, Il Saggiatore, 2018.

 

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop

1 - La puntata introduttiva

 

Immagine: Music studio

 

Crediti immagine: Trausti Evans [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 

 

 

 

 

 


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