04 giugno 2019

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop - 3. Galeffi, Germanò, Fulminacci

di Beatrice Cristalli

Istruzioni per cercare il ritmo

 

A Galeffi piacciono solo le parole. Germanò racconta le storie. Fulminacci intreccia chitarra e analisi sociale. L’ultimo viaggio nella lingua e nello stile romano è dedicato a un ricco sottobosco di emergenti, in crescita rapida. E anche se il paragone con i big diventa spontaneo, le influenze musicali e di scrittura non passano necessariamente da Roma. Ritornano tuttavia come un boomerang nella capitale quando si tratta di confezionare l’idea di amore, molto di più di una chimera eppure pensiero ossessivo e oscillante tra il desiderio di fermarsi e la paura di ricominciare ogni volta. Una instabilità di fondo che si insedia nei dialogismi, nel solipsismo di chi si immagina la sconfitta e – forse – la risalita, anche se è sempre un’autoconvinzione: Già mi immagino quando dovrò cambiar percorso per andare al bar / Per evitare di rispondere alla domanda come stai? / Sto bene e invece tu? Dai, cosa mi racconti? (San Cosimato). Germanò, anche se è italo-australiano, ricorda il purismo del cantautorato anni 2000, con una passione (poco contemporanea) per i dittonghi in sede finale di verso, per modulare il percorso di un ricordo che si manifesta piano piano. Al posto dello slogan urlato e agli accenti da parola tronca, nel testo di San Cosimato, dove di norma –  secondo lo schema romano – troveresti una consonanza bar/come va, inserisce una emissione di voce più lunga e discendente quasi in reverb (stai) o ascendente (passioni/vieni; passioni/lezioni, dai un giorno se puoi vieni), anche se poi opta in conclusione per una chiara rima baciata (italiana/settimana). Non si escludono però le riuscite chiuse di frase (compreso il ritornello), come nel testo di Per non riprendersi, dove il mai più insiste su una consapevolezza presente: è possibile sedersi una volta per tutte su un rimorso.

 

Un amore al punto zero

 

Si dice che l’indie pop sia prevedibile, soprattutto nello schema ritmico, nella frequenza di parole con cui viene filtrata una storia. Per Galeffi non è importante collocarla, né geograficamente né temporalmente, anche perché ci troviamo, quasi sempre, prima di un amore che si intende conquistare, con la forza delle immagini. Roma, sua città di origine, rientra in una sola occasione, nella inequivocabile evocazione del 10, alla fine dell’album Scudetto: Tottigol. Il contesto è un paesaggio neutro che si costruisce sui passaggi a testimone tra le anafore e le vocali medio-aperte (e medio-chiuse). L’impressione è quella di avere sul tavolo un numero considerevole di polaroid per capire il messaggio, dalle quali si attinge solo un elemento, una parola appunto: le occhiaie dell’omonima traccia richiamano una moka, necessaria per svegliarsi e trasformare in lancette i baci, che rivitalizzano un cuore, da affittare (Occhiaie). Si tratta di un immaginario semplice e immediatamente adolescenziale, dove l’esperienza amorosa si spende in dinamiche ludiche (Dai giochiamo a campana sul mio letto da re), vive di espressioni intime  (per favore), di onomatopee (tic tac / tic tac), personificazioni (Chissà che fine ha fatto il tuo cuore / Fammi un po' di posto dentro di te / M'hai fatto lo sgambetto), dialogismi generazionali (ritorna il “presa male”, con la variante presa a male, oppure ciao un corno) ed esclamazioni (madonna se fa male).

 

Le possibilità dell’indie social, ma quello senza foto

 

Di fronte alla passione amorosa c’è un atteggiamento comune, anche se le lingue parlano vocabolari indie differenti. Perché se Galeffi intende innamorarsi per farsi accartocciare, quasi evocando una richiesta di azione da parte dell’amata – azione che si intende subire per cambiare pelle –, Fulminacci riesce, in una scrittura più narrativa, a invadere il testo con imperativi che costituiscono essi stessi dei versi: Strappami la testa tra le nuvole / Poi nascondimi / Pregami / Buttami / Accendimi / Ascoltami / Arrenditi (Una sera). Una scelta stilistica che, in questo momento artistico, trapassa l’indie per contaminare una sfera difficilmente etichettabile come C’est la vie di Achille Lauro (1969), dove ricorre il medesimo schema di invocazione, qui dopo un sintagma, in chiusa di frase: So che puoi farlo, finiscimi / Aspetto la fine, tradiscimi / Poi dimmi, "È finita", zittiscimi. Ma la riconoscibilità di Fulminacci riguarda la sua attenzione per l’analisi sociale, che racconta come se fosse un’invettiva leggera, con un’ironia non generazionale. E poi Roma ritorna, sia nell’analisi sociale, sia nella visione romantica, sia nel dialogismo: Dalle mie parti ci sono più buche che asfalto (Borghese in borghese); [...] l’aurelia è troppo fredda (Una sera); che buona la gricia (La soglia dell’attenzione). Amante delle consonanze e delle metafore, è maestro nel formulare sentenze, universali e contemporanee allo stesso tempo. La vita è solo una manutenzione di una circostanza (I nostri corpi), tanto per fare un esempio. Sembra che le malattie della società siano tutte chiare, dalla inautenticità sentimentale (Odio gli artisti, i narcisisti / Ma sono pazzo di me / E mi si rompono / Perché mi cascano / Tutti i rapporti che compro / E voglio troppo / E spendo tanto in La vita veramente; [...] i nostri dubbi scrivono la nostra storia di finzione in I nostri corpi), ai blocchi emotivi (Sono vittima di una paura, di una resistenza / Alle cose che vivo in Resistenza), alle maschere sociali (Guarda che strana, che stronza la gente / Forse non è vero niente in Davanti a te) e all’insofferenza nei confronti di una velocità non pienamente condivisa (Vorremmo essere svegli se siamo stanchi / E alla mattina alzarsi con la delusione in I nostri corpi). La sentenza sembra apparentemente entrare in collisione con le domande che lascia aperte. Ma è impossibile metterci un punto quando si è in strada e non ci si ricorda di nessuna partenza (Resistenza). E anche la maturità non sono più gli anni, ma l’essere immersi seriamente nelle cose, come dovrebbe essere la Vita veramente.

 

Bibliografia

Cavaliere, Romantic Italia: Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, Minimum Fax, 2018.

Gianni Santoro, Calcutta, il disagio di un cantautore venuto da Latina: "Volevo fare un disco mainstream", repubblica.it, 23 novembre 2015 (link)

Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, Il Mulino, 2010. Zuliani, L’italiano della canzone, Carocci, 2018. Bricchi, La lingua è un’orchestra, Il Saggiatore, 2018.

 

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop

1 - La puntata introduttiva

2 - Calcutta, Gazzelle

 

Immagine: Music studio

 

Crediti immagine: Trausti Evans [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]

 


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