11 giugno 2019

In margine alla lingua di Michele Mari

di Gualberto Alvino*

Un’Inchiesta sul romanzo da noi condotta ai principî del secolo rilevò i seguenti dati, tuttora dominanti e in odor d’incremento: smodato ricorso a espressioni formulari pregne di farciture gergali e turpiloquî sotto specie di meditata mimesi; simulazione d’un parlato fatto di materiali di riporto, in cui la cultura dell’autore, laddove esista, è accuratamente offuscata, se non del tutto rimossa; netta prevalenza di strutture sintattiche rudimentali, non già per consapevole scelta, ma per sovrana inettitudine; ripudio programmatico della precisione lessicale, della variazione e della modulazione sinonimica; messa in campo d’un io narcissico, solipsistico e paranoide che pretende incarnare lo spirito del tempo; sagre famigliari spalmate nei secoli e stipate di personaggi superflui; inclinazione all’autodiegesi e conseguente assorbimento dei differenti punti di vista nel fiotto logorroico dell’io narrante-protagonista, spacciato per flusso di coscienza; trionfo della parola povera, notarile, perdutamente referenziale. Così Mario Lunetta: «La fattualità, la presenza degli ‘eventi’ e la loro sequenza che genera attesa e suspense: questi gli ingredienti che tirano maggiormente, in un’epoca come quella che stiamo vivendo, in cui più udienza riscuote chi più traffica coi sentimenti e col pathos, evitando al massimo di costringere il fruitore alla fastidiosa fatica di pensare. Evasione, evasione, evasione: è una parola d’ordine decisamente pagante. Insomma, vincono i famosi contenuti sulla famosa forma».

Nessuna meraviglia, dunque, che un autore ipercólto e linguisticamente consapevole quale Michele Mari rappresenti, non solo per gli “addetti ai lavori”, una ricchezza da preservare.

Sin dalla prima comparsa, sul finire degli anni Ottanta, la fisionomia dello scrittore meneghino s’impose all’attenzione della critica più avvertita in tutta la sua evidenza: formidabile governo della cosa linguistica, ripudio o radicale ripensamento dei moduli narrativi convenzionali, straordinario rigoglio di risorse retoriche, e si dica signoria del significante e della sua organizzazione sul versante tematico, il che - come dovrebbe esser noto e non è - costituisce il proprium dell’arte, la cui unica sostanza è quella generata dalla forma, ossia il significato del significante.

Tuttavia, all’analista incombe l’obbligo di segnalare una serie di tentazioni che rischiano di insidiare, se non persino fatalmente inficiare, un dettato indiscutibilmente pregevole, senza dubbio tra i più notevoli e “modellizzanti”, non solo sul piano linguistico, dell’ultimo quarto di secolo.

Si consideri (il prelievo è altrettanto casuale che rappresentativo dell’intera produzione narrativa del Nostro)I palloni del signor Kurz, il primo individuo della lodatissima silloge Euridice aveva un cane («Il linguaggio arcaizzante […] riesce a essere straordinariamente nuovo e attuale», così Gesualdo Bufalino in quarta di coperta). Questo il tenore espressivo o, a dir meglio, la media grammaticale del racconto:

 

«Qualcuno si allontanò facendo il gesto di mandare al diavolo qualcun altro, poi si riavvicinò. Adesso suo padre era fermo in silenzio; un giovane gli si fece sotto agitando le mani, ma altri tre lo afferrarono e lo spinsero fuori del gruppo. La discussione continuò, finché il padre non mise ancora mano al portafoglio. Quando Tabidini vide uno dei giovani prendere da terra il pallone e consegnarlo a suo padre, credette di sognare […]. A Bragonzi restò il dolore speciale di non essere riuscito a toccare il pallone nemmeno una volta. La partita era incominciata da appena un minuto, i Forti attaccavano, un rimpallo fece impennare il pallone.»

 

Si tratta, com’è agevole notare, d’un italiano lessicalmente e sintatticamente terso, seletto, politissimo, ma anni luce remoto dal «linguaggio arcaizzante» inesplicabilmente ravvisato, tra i molti, dal pur acuto Bufalino: nessun costrutto fuori corso, nessun frisson aulico o preziosistico attraversa il testo in tutta la sua estensione. E soprattutto nessuna mescolanza di codici, non una sconciatura espressivistica e tanto meno macaronica, come vorrebbe qualche critico corsivo. Nient’altro che una prosa narrativa trasparentissima di tono modicamente sostenuto, per giunta spruzzata di demotismi talora brutali: sega ‘masturbazione maschile’ (nel senso figurato di ‘inetto’), sfagiolare ‘andare a genio’, ciulare ‘rubare, imbrogliare’, ecc.

Sennonché, questo il punto, ecco fiorire qui e là senza la benché minima ratio elementi allotrî di sapore gaddo-manganelliano, insoffribilmente dissonanti, incastrati a forza in un organismo prossimo al rigetto, come avviene in tutti gli sperimentali dilettanti.

Si contano, se abbiam visto bene, 27 apocopi vocaliche («lo custodiron gelosi», «lucor mattutino», «giocheranno pur [‘anche’] loro»), tutte inserite in contesti incompatibili, ergo rotondamente immotivate; una riduzione dell’imperfetto di 6a persona, per di più apocopato (parean); relitti arcaici come «in sua vita» e «vêr l’alto»; una manciata di voci letterarie e pedantesche: beltà, urbana costumanza, speculare ‘scrutare’, desiato, lucore, tega, nubecola, estrudere, come ‘siccome’ («come tutto taceva, accese la torcia»), sòpravi (segnaccento grave nel testo), quei («quei che s’impennan bizzarri»), bulicame, piriforme, ballotta, tosto ‘sùbito’, travalicare ‘scavalcare’, infante.

Vere e proprie stecche, corpi estranei di cui si stenta a riconoscere la necessità, non ad altro imputabili che a ingenuità estetica.

 

 

 

Riferimenti bibliografici

 

Michele Mari, Euridice aveva un cane, Torino, Einaudi, 2015 (19931).

 

Gualberto Alvino, Inchiesta sul romanzo, «Avanguardia», xi, 31, 2006, pp. 27-60, con interventi, nell’ordine, di Mario Lunetta, Donato Di Stasi, Pietro Gibellini, Francesco Muzzioli, Giovanni Fontana, Lamberto Pignotti, Giancarlo Alfano, Massimo Raffaeli, Massimiliano Manganelli, Giacomo D’Angelo, Giuseppe Mazzaglia, Filippo Secchieri, Michele Trecca, Ricciarda Ricorda, Flavio Ermini, Armando Adolgiso, Velio Carratoni, Gemma Forti, Pietro Trifone, Vittorio Coletti, Claudio Giovanardi, Giuseppe Antonelli.

 

 

*Filologo e critico letterario

 

Immagine: Alcuni cerchi

Crediti immagine: Wassily Kandinski [Public domain]


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