12 luglio 2019

Il dio della velocità: a proposito del saggio Una lingua travolgente e incendiaria. Studi sul futurismo di Stefania Stefanelli

di Daniele Scarampi

“Nostro Signore del sangue, che corre nel buio delle vene, reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi. E fa che niente mi accada…”

 

Il piede che preme e dà gas, un’altra curva s’avvicina.

Quell’ebbrezza totale che solo il rischio regala e che finisce per proiettarti di là da ogni ostacolo, oltre il limite.

Perché la vita è una corsa che macina l’asfalto, una scommessa che fa fischiare le gomme e ruggire il motore e Giulia – giovane pilota del film Veloce come il vento – sa che per vincerla, guidando sempre al massimo, occorre affidarsi al dio della Velocità.

Difficile non scorgere in questa sequenza cinematografica di Matteo Rovere, regista pluripremiato per il Primo Re, i tratti distintivi del Futurismo, poliedrico movimento artistico e letterario del primo Novecento, capace di influenzare quasi tutte le avanguardie europee e di svilupparsi fino alle Americhe, grazie ad un abile sincretismo culturale nutrito di ogni forma d’espressione, dalla poesia al teatro, dalla musica all’architettura e alla danza, financo al cinema o persino alla gastronomia.

 

Un universo in espansione

 

Il Futurismo fu un universo in espansione, in grado di far «saltare la sistematicità del cosmo» (Piero Bigongiari, 1970); un infinito di stimoli e di simboli capace di librarsi oltre i limiti talvolta angusti della cultura dei suoi anni; fu altresì un movimento eccentrico, dinamico e propulsivo, una sintesi dinamica d’emotività immediata e di pura velocità, caratteristiche peraltro peculiari di ogni forma artistica, come ebbe a dire Umberto Boccioni.

Una vera e propria rivoluzione, quella futurista, capeggiata dall’estro visionario di Filippo Tommaso Marinetti, che l’iniziò attraverso due tappe successive: il Manifesto del Futurismo (1909), apparso su «Le Figaro», primo vademecum spirituale e concettuale del movimento, e il Manifesto tecnico della letteratura futurista, dato alle stampe tre anni più tardi; quest’ultimo proclama contiene uno degli snodi chiave proposto dai letterati e dagli artisti futuristi, ossia il sovvertimento totale delle regole linguistiche, fissato in due celebri slogan: “immaginazione senza fili” e “parole in libertà”.

Slogan utilizzati per frantumare le più comuni regole grammaticali e lessicali, così da improntare il linguaggio alle sensazioni visive e auditive dello scrittore, preoccupato unicamente di ostentare il proprio io e di farsi beffe degli schemi comunicativi precostituiti.

 

I nuovi orizzonti della scienza

 

Certo, questo sconvolgimento formale e concettuale va senz’altro contestualizzato: nelle prime due, tre decadi del '900 la percezione della realtà muta radicalmente, così la scienza e la tecnica (con le quali la produzione letteraria fa il paio) cercano un modo alternativo di osservare il mondo, la materia in esso custodita e lo spazio che gli sta d’intorno (la relatività einsteiniana e le teorie quantistiche di Max Planck ne sono illustri esempi); parimenti l’uomo inizia a guardare dentro di sé e a modificare, di rimando, anche lo sguardo fuori di sé: sono anni intrisi dell’esistenzialismo di Nietzsche e dell’introspezione freudiana, ma anche dell’esplorazione dell’ignoto tanto cara alla cultura simbolista o del concetto di cultura come espressione di libertà totale e assoluta, proposto dal dadaismo.

Ed è proprio in questo fermento intellettuale, ribollente e infuocato, che il Futurismo irrompe e fa breccia, coadiuvato dai miti nazionalisti e centripeti che si vanno diffondendo a macchia d’olio in tutta Europa.

Ora, tra le numerosissime pubblicazioni che si possono annoverare sull’ideologia futurista, e sulla portata delle novità che essa ha disseminato in vari campi del sapere, di particolare interesse sono gli studi di Stefania Stefanelli, attiva presso la Scuola Normale Superiore di Pisa e assidua collaboratrice dell’Accademia della Crusca (utile ricordare, per lo meno, Manifesti futuristi. Arte e lessico, del 2001 e Primo Dizionario aereo futurista, del 2015).

 

Lingua o antilingua?

 

Di recente l’Editrice Clinamen di Firenze ha pubblicato Una lingua “travolgente e incendiaria” - Studi sul Futurismo (link), un saggio nel quale Stefanelli ripercorre le tappe salienti della Weltanschauung futurista, dal linguaggio alla politica, dal teatro alla cucina.

Di séguito le idee guida. Anzitutto, la lingua futurista, o meglio l’antilingua, caleidoscopica e inconsueta, capace di investire il panorama culturale coevo (sia quello storico sia quello artistico e letterario) attraverso una sorta di controcultura e di scagliarsi come un’onda anomala sulla società convenzionale ed erudita del primo '900.

Rivoluzione lessicale, ma anche testuale e comunicativa, perché il dinamismo dirompente delle cosiddette parole in libertà si beffa d’ogni regola grammaticale, morfo-sintattica o paragrafematica.

E la dimensione inconsueta della parola futurista, parola quasi demiurgica, configura nuove forme e nuove forze e si fa “materia”: ecco che, di rimando, nascono anche oniriche visioni pittoriche (come quelle di Boccioni o di Carrà), insolite linee scultoree e arditi arrangiamenti musicali.

La nuova prospettiva futurista, insomma, rompe con le logiche tradizionali e lo fa assumendo il paradosso e lo sberleffo quali vie maestre; ogni certezza del passato si vorrebbe sgretolata, ma c’è di più, perché il grimaldello ideologico della corrente fondata da Marinetti s’insinua nella cultura novecentesca e cerca di scassinarla, predicando un rinnovamento totale.

Un cambiamento che si riverbererebbe sull’intera società e in capo al quale c’è un uomo che fa di sé un personaggio, guerrafondaio, sfrontato e incosciente, spesso cultore dell’azzardo; amante delle luci del proscenio, della velocità – quale parametro estetico della modernità – e del volo, pronto a vivere una vita sempre in picchiata.

Dunque una battaglia, quella futurista, perennemente enfatica o declamatoria, conclude Stefanelli: non solamente in netta opposizione col contesto socio-culturale di quegli anni, ma basata su una sorta di dialogismo nel quale le prospettive della comunicazione antepongono e, in fondo, oppongono un “noi” preminente (ovvero i nuovi intellettuali futuristi) ad un “tu” usato come singolare collettivo in posizione subordinata (ossia tutti i destinatari del messaggio futurista); etica dell’uomo che sorvola ogni limite, tanto cara a Marinetti e ai suoi seguaci.

 

Bibliografia di riferimento

Stefania Stefanelli, Una lingua “travolgente e incendiaria”. Studi sul futurismo, Firenze, Clinamen, 2019.

Stefania Stefanelli, Manifesto tecnico della Letteratura Futurista di F.T. Marinetti (1912), in «La Crusca per voi», 2012.

Piero Bigongiari, Carrà, dal futurismo alla metafisica e al realismo mitico, Rizzoli, 1970.

Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto del Futurismo, Parigi, «Le Figaro», 20 febbraio 1909.

Guglielmo Jannelli, Vocale-ambiente in libertà, in “La Balza futurista”, Messina, 10 aprile 1915.

 

Immagine: Dinamismo di un corpo umano, 1913

 

Crediti immagine: Umberto Boccioni [Public domain]

 


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