23 luglio 2019

La parola verticale. L'italiano degli autori - Per un'insaziata ricerca d'inattualità. La lingua di Bufalino

Rispetto al modulo ordinario la lingua di Bufalino si distingue per una insaziata ricerca d’inattualità perseguita tramite una serie di sovvertimenti topologici motivati da istanze ritmiche. Si noti come, nei seguenti casi d’iperbato, il turbamento dell’ordine sintattico naturale, non che perseguire meri effetti di focalizzazione, tenda a uno straniamento prosodico prima che semantico e stilistico, frastagliando l’enunciato di sapienti fratture mai fini a sé, né euritmiche, ma innervate nella tradizione classica, specie latina:

 

«L’inganno, cioè, che il sole s’impietrì dov’è, e la luna» (AC 68);

«Altri echi udiva e corni di caccia d’Adda e d’Olona» (89).

 

A risultati similari muove una serie d’altri fatti congeneri statisticamente rilevanti. La posizione iniziale del soggetto determinato da una relativa:

 

«Solo la voce delle madri si udiva, che li chiamavano» (DU 106);

«un ragazzo ce lo disse, che si levò con diffidenza da una soglia di sasso» (118);

 

l’interruzione della sequenza usuale con interposizione del predicato a troncare il blocco soggetto + complemento indiretto, sempre segnata da virgola, tra melodica e sintatticamente chiarificatoria:

 

«Due lezioni se ne deducono, di velenosa saggezza» (MO 76);

«un lampo brillò, di elmi sorpresi dal sole» (UI 27);

 

la dislocazione degli epiteti:

 

«Inutile eri e stupenda» (AM 710 v. 7);

«esausto ritorno e polveroso» (716 v. 5);

 

l’inversione sintattica degli avverbî, con l’orchestrazione delle pause e del corso melodico che ne consegue:

 

«volli prima quietamente mangiare» (AC 51);

«disobbedirti al punto di sgarbatamente morire» (197)

 

e quella del soggetto, spesso confinato in coda a periodi intensamente articolati, in un gioco calibratissimo di semantiche attese e musicali sospensioni:

 

«disegna la notte il suo viso» (AM 703 v. 14);

«ti sfregia una piaga la fronte» (743 v. 5);

 

l’ubicazione clausolare del verbo alla latina (che negli autori siciliani d’indole espressivistica non è mai nettamente discernibile dall’analogo tratto dialettale: ciò che genera ambiguità ed effetti significativi non solo in sede ritmica):

 

«Fra le labbra del cielo un’esile luna esitò» (IM 1047);

«d’uno speciale privilegio s’è potuto giovare» (LL 1210);

 

la tmesi ausiliare-participio e servile/causativo-infinito, a diversi gradi di allontanamento e d’intensificazione pausale:

 

«Amava davanti allo specchio cavarsi la corona d’alloro» (IM 1043);

«Questi versi in spagnolo fece egli graffire su un muro» (LL 1173)

 

e, tra le non rare figure d’opposizione (spie grammaticali non solo d’un’insopprimibile vocazione alla geometria, ma del carattere ragionativo che informa questa prosa tutt’altro che esclusivamente “numerosa”), le disposizioni chiastiche:

 

«un orizzonte diverso e un diverso prodigio» (CG 34);

«la neve immacolata in pattume; in una tazza di fiele il mio facile cuore di ieri» (70).

 

Ma soprattutto il distanziamento dell’oggetto, con frapposizione d’uno o più costituenti frasali, normale in italiano antico (talora — cfr. ad esempio LL 1138 — così accentuato da compromettere la proverbiale scorrevolezza bufaliniana): un fenomeno che per la sua frequenza merita d’assurgere a vero e proprio logo del Comisano:

 

«abbassa volpinamente sugli occhi le palpebre» (CP 859);

«sbriciolargli, insieme alle costole, nascosto fra pelle e camicia, il bottino d’una gallina» (UI 44);

«ho visto, per mesi, lungo tutta una strada fra due paesi, cento volte cancellato dalla calce degli stradini e cento volte risorto, un graffito» (LL 1138).

 

Analoghe procedure d’intermissione e rinvio agiscono nei meandri d’un’orchestrazione ipotattica centrifuga, in cui la partitura fonica, pur non offuscando il dato semantico — anzi contribuendo a nettamente scandirlo in ordinati e limpidi membri argomentativi — è investita di mansioni determinanti:

 

«Chissà se avran rifatto il naso d’uno di loro che lapidai in un accesso di felicità, quando una volta su una panchina, con le guance calde vicine, dietro il paravento d’una dispensa dove in lingua d’oc Guy d’Oysel parlava di baci, non io, ma lei, Enza Trìcoli (o fu Francesca Petriglia? O fu Francesca Cacciola?), un attimo prima di alzarsi e scappare di corsa, d’improvviso mi baciò» (MO 93-94).

 

A proposito della strutturazione del livello fonoprosodico, per quanto concerne sia i testi d’invenzione sia la produzione saggistica, s’imporrebbero approfondite indagini. Qui bastino alcuni esempî:

 

«ma mi sorprende un ribrezzo di pozzo» (DU 7);

«ho i pugni pieni di peste» (AM 699 v. 2);

«t’impeciavi di pece tenace» (AC 53);

«faceva le veci della felicità» (CP 830)

«a mo’ di pezzi di puzzle» (UI 71);

«un’esile luna esitò» (IM 1047);

«per tutti i gelati gennai» (MN 8);

la mia paziente pazzia (CdG 27).

 

In una delle sue numerose dichiarazioni di poetica Bufalino dichiara che la sua scommessa è quella di «combinare il visibilio del lessico alto e i melismi dell’ineffabile con il sentimento di una ironica disperazione. Da ciò l’esigenza di cercare più che il canto fermo il falsetto, il gusto della mise en abyme, in un perpetuo tentativo di convertire ogni emozione in peculiarità dello stile e viceversa. Ho scoperto che fra artifizio e pietà un mio spazio esisteva e che stava a me coltivarlo e farne nascere fiori. Adoperando le armi più capziose della retorica antica e moderna […]» (Essere o riessere. Conversazione con Gesualdo Bufalino, a cura di Paola Gaglianone e Luciano Tas, Roma, Òmicron, 1996, pp. 40-41). Sarà, dunque, da inquadrare in quest’ottica generale (e non già nel senso d’un velleitario, quasi snobistico distacco dall’italiano medio contemporaneo) la rigenerazione di forme e costrutti fuori corso, quale l’accusativo seguìto dall’infinito:

 

«io questo pretendo: nessun Padreterno essere mai esistito» (MN 151);

«l’escluso predicava essere l’acqua principio e fine di vita» (QP 120);

 

il participio concordato:

 

«nei lunghi anni che ho vissuti finora» (MO 17);

«i corricoli di ciascuno, che una virtuosa penna d’adiutore ha redatti» (MN 15);

 

i solecismi e i repentini cambî di progetto (immuni da tentazioni oralizzanti, tanto nella parola autoriale che in quella dei personaggi), quasi sempre avviati da un pronome di prima persona destituito di funzione grammaticale e ridotto a pura ouverture ritmica:

 

«Io, un po’ l’avevo imparato dai libri, un po’ mi faceva gioco persuadermene» (AC 7);

«Io, ascoltando, una caldana di gelosia m’aveva preso alle gote» (24).

 

Nella morfologia, l’accumulo preposizionale (con un solo caso — MN 10 — di grafia analitica):

 

«vampa d’oro di tra le penne» (AM 733 v. 6);

«due bandiere al vento che sporgono d’in su i balconi» (MN 10)

 

e le forme grammaticali scolastiche:

 

«È un vecchio che trama, costui» (DU 53);

«Luogo di lupi e di fango, codesto vecchio quartiere» (MO 45);

«le agevoli proposizioni che finalmente udì uscire a colui dalle labbra» (GM 57).

 

In campo fonetico, il rispetto del dittongo mobile:

 

«s’era levato in piedi, scotendosi dal sopore» (AC 130);

«le scure magie del suo novissimo paradiso» (CP 943)

 

e il gusto ludico (spesso persino provocatorio per la sua accusata arcaicità: cfr. in particolare DU 46 e UI 70) dell’apocope vocalica facoltativa e dell’elisione:

 

«fuor delle cose del mondo» (DU 46);

«un cotal Fleba fenicio» (UI 70);

tutt’un altr’uomo (AC 57).

 

Opere di Bufalino citate per abbreviazione

AC =                Argo il cieco, Milano, Bompiani, 1994.

AM =      L’amaro miele, in G. Bufalino, Opere. 1981-1988, a cura di Francesca Caputo, intr. di Maria Corti, Milano, Bompiani, 1992.

CdG =  Carteggio di gioventù. 1943-1950, Catania, Il Girasole, 1994.

CG =                Calende greche, Milano, Bompiani, 1995.

CP =                Cere perse, in Opere, cit.

DU =                Diceria dell’untore, Milano, Bompiani, 1993.

GM =      Il Guerrin Meschino. Frammento di un’opra di pupi, Catania, Il Girasole, 1994.

IM =        Il malpensante. Lunario dell’anno che fu, in Opere, cit.

LL =                 La luce e il lutto, in Opere, cit.

MN =         Le menzogne della notte, Milano, Bompiani, 1990.

MO =         Museo d’ombre, Milano, Bompiani, 1993.

QP =                Qui pro quo, Milano, Edizione Club, 1992.

UI =                  L’uomo invaso e altre invenzioni, Milano, Bompiani, 1990.

 

Le puntate precedenti della serie La parola verticale. L’italiano degli autori:

L’Ignoto marinaio di Consolo

Coniazioni originali nel primo Consolo

L’evoluzione stilistica del primo Pizzuto

La parola dell’ultimo Pizzuto

Artificio e autenticità in Gesualdo Bufalino

 

L’immagine di copertina riproduce L’immaginazione poetica, opera di Giovanni Fontana. Si ringrazia l’autore per l’autorizzazione alla pubblicazione.

 


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