09 agosto 2019

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop - 5. Cinque amici al bar

di Beatrice Cristalli

Ci sono Maurizio Carucci, Olmo Martellacci, Simone Bertuccini, Francesco Bacci e Rachid Bouchabla davanti a un Corochinato. Lo sfondo è una città del nord, multiforme e post-moderna, un nucleo urbano che assomiglia a un nuovo quartiere e allo stesso tempo a un non luogo. Alla fine di tutto questo saliscendi, però, c’è il mare. Non è sempre vero che si sta meglio in cielo / C'è chi sceglie il mare e continua a nuotare (Mare). Il mare che non è solo lo sfondo dei racconti, ma l’ambiente perfetto dell’analisi emotiva, il mare che è ricordo e unico episodio cantautorale, qualcosa di vero da cantare, per fortuna. Al centro di queste onde si impongono quasi sempre i riflessi della società e l’assordante mancanza di riferimenti, in un mondo in cui c’è poco da salvare, ma forse solo perché fa comodo pensarla così. Ecco perché gli Ex-Otago utilizzano nel formato del contro-inno un autoironico cleuasmo: non ci si piange addosso nel ribadire che i giovani non valgono un cazzo (I giovani d’oggi), anzi, la iterazione accompagnata dalle accumulazioni di luogo − dentro i bar o sui metrò, in coda alle poste e in cima a un monte / Nei fast food, nelle auto blu, in parlamento in ogni momento −, che presentano un’alternanza sintattica rispettivamente con disgiunzione (o), congiunzione (e) e asindeto, diventa funzionale alla manifestazione di un’assenza di argomentazioni sul tema. Ciò che invece è visibile sono “i regali” borghesi (più o meno apprezzati) del passato, anche in questo caso, presentati in perfetto stile otaghiano, secondo un elenco facile da ricordare, per suono e immagine: i pregiudizi delle persone perbene (con allitterazione della labiale sorda), i partiti che sono scatole vuote (con metafora), la Salerno Reggio-Ralabria, gli Esselunga, Miss Italia (con la ripetizione della doppia sibilante), e ancora, una lunga fila di seconde case e spiagge private (con allitterazione della sibilante per il primo e il secondo termine e chiasmo nella forma aggettivo:nome:nome:aggettivo).

 

Un elenco puntato per dire cosa siamo

 

Questa storia degli elenchi, per gli Ex-Otago, non è semplicemente un espediente retorico-sintattico. Si diceva del Corochinato, che diventa titolo del loro ultimo album. Sin dall’inizio della sua storia nel 1886 è conosciuto come l’aperitivo tradizionale del capoluogo ligure per la sua inconfondibile formula, che lo rende un paciugo armonioso, ovvero un mix di vino bianco (di Coronata), corteccia di china, erbe e spezie. Perché Genova è molto più di una semplice città di mare, e per gli Ex-Otago c’è bisogno di un linguaggio che non solo sappia raccontarla, ma che sappia descrivere la contemporaneità con il suo ampio respiro e sconfinata varietà, racchiusa nella sua storia. A esplicitare i dettagli dei cliché generazionali, come i radical chic del Nord (Milano?), ci pensano i sintagmi autonomi con asindeto, che riproducono prototipi ormai cristallizzati, ovvero Balli l'elettronica / Leggi Erri De Luca / Moriresti in una spiaggia in Va tutto bene, oppure Per capire uno sconosciuto, per dormire in un bosco (con anafora della preposizione), per arrivare a un livello massimo di semplificazione sintattica e lessicale, con la varietà di sintagmi verbali con complemento e lessemi sciolti, come Subaffitti appartamenti / Modelle, prosecco, investimenti. Anche l’alterità a cui si fa riferimento, solitamente con dialogismo (Hey, tu, come ti senti? Che cosa sei?inCinghiali incazzati) è un tu multisfaccettato, a volte incoerente e confuso, come del resto l’io, che è un suo specchio e non smette di cercarsi: Siamo filosofi operai, faccendieri disperati, cinghiali incazzati (con rima baciata al mezzo); Sono una foto ricordo che non ho vissuto (con adynaton); Io sono tutti i miei casini (con abbassamento di registro).

 

La fine dei vent’anni è trovare un parcheggio - forse

 

Ci sono vari modi per prendere una posizione nel definire il nostro ora e ciò che stiamo diventando. Se il gruppo ligure preferisce un utilizzo più indiretto di immagini e topoi, un altro rappresentante della scena musicale italiana regionale, in questo caso, della Toscana (anche se in parte), si assume la responsabilità poetica di guardare al di sotto del desiderio di una felicità sempre più matura, che si nasconde nell’andamento narrativo delle canzoni. Non è un caso, allora, l’anastrofe del titolo della traccia Del tempo che passa la felicità, che, con l’inversione sintattica del termine di specificazione, pone l’attenzione proprio sull’evoluzione percettiva di se stessi, in vista di un possibile parcheggio (La fine dei vent’anni) in cui riuscire − forse − a provare qualcosa di simile alla felicità. Con uno stile diretto e allo stesso tempo sospeso, Francesco Motta, pisano con Livorno nel cuore ma romano d’adozione, soffia il sentimento di chi si sente cambiare continuamente in aforismi autosufficienti, spesso concentrati nell’ampiezza fonica dei verbi all’infinito − Ma abbiamo sempre qualcuno da salvare / E da baciare (La fine dei vent’anni); Vivere o morire / Aver paura di tuffarsi, di lasciarsi andare / E di lasciarsi andare (Vivere o morire); Tu non chiedermi come andrà a finire / E se non so da dove cominciare (La prima volta) − e nella congiunzione a inizio verso, che da ritmo incalzante riesce a trasformarsi, in questo viaggio nella consapevolezza, in più possibilità meditate, come E ti sei persa nel tempo, E se ti basta così, E ti sei già innamorata in Chissà dove sarai, oppure E tu fai il mostro / E io che ritorno bambino in Mi parli di te. La ricerca poetica del cantautore si evidenzia anche a livello metrico-sillabico, soprattutto nella cura per le consonanti doppie, che contribuiscono a regolarizzare la lunghezza dei versi in coppia, a conferire tra questi ultimi una simmetria tagliente di suono e significato, come La puzza di gente / Raccontare le storie (Roma stasera). Una simmetria è riconoscibile anche nelle rime, a volte incatenate (Sono schiaffi della mente / Sono strade senza un senso / E che non portano mai a niente in Prima o poi passerà), a volte baciate (Dei tuoi sogni dispersi / Dentro cassetti vuoti milioni di versi in Del tempo che passa la felicità), a volte al mezzo (Avevo diciott'anni, ero da solo in mezzo a tanta gente / Festeggiavo ancora i compleanni in Vivere o morire). Motta chiude e apre i suoi temi senza mai avere la presunzione di dire qualcosa di giusto, e si avvale di numerosi avverbi di dubbio, quali forse (spesso in anafora) e chissà, e di negazione (non). Ecco che l’equilibrio della sua lingua si carica di nuove misure, come quelle che prima o poi siamo costretti ad accettare, come la vista, alla fine di un’era, di uno spazio in cui non sbagliare più e trovare una porzione di pace. 

 

Bibliografia

G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, Il Mulino, 2010.

A. Scholz, Subcultura e lingua giovanile in Italia, Roma, Aracne, 2005.

G. Iannaccaro (a cura di), La linguistica italiana all’alba del terzo millennio, Roma, Bulzoni, 2013.

L. Zuliani, L’italiano della canzone, Carocci, 2018.

M. Bricchi, La lingua è un’orchestra, Il Saggiatore, 2018.

 

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop

1 - La puntata introduttiva

2 - Calcutta, Gazzelle

3 - Galeffi, Germanò, Fulminacci

4 - Milano non è una città, è una _Cosa

 

Immagine: Music studio

 

Crediti immagine: Trausti Evans [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]


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