10 settembre 2019

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop - 6. Cosmo

di Beatrice Cristalli

Fuori dalla metropoli c’è chi corre a una festa

 

Chi è nato in provincia lo sa. L’essere un uomo-di-territorio presuppone non solo una rivendicazione (orgogliosa o meno) di un legame intimo con il microcosmo di nascita, ma, molto di più, presuppone l’accettazione di una tensione dialettica tra quest’ultimo e l’altrove, dove per altrove si intende quello che nel piccolo mondo, per esempio, non è possibile. Difficilmente un’epica povera, per tradizione e geografia, può avvicinarsi all’ignoto. Perché nella provincia si vede e si comprende proprio tutto, anche se ci sono le pieghe. Si potrebbe pensare alla fuga, dunque, ricostruirsi in una nuova promessa di avventura. Alla fine è una sottile questione di ritmo quella che si ricerca, ma il ritorno è nei programmi e non si può fare diversamente. Lo so, già la stai cantando in testa, con quell’inconfondibile vocale medio alta anteriore: È sempre bello tornare. A Ivrea. Dove tutto si ribalta, a partire dall’orizzonte esotico dell’altrove di cui si diceva, che lì, tra musica − rigorosamente elettronica − e nebbia, diventa puro centro. Cosmo (Marco Jacopo Bianchi) è riuscito a risemantizzare il suo luogo di spaesamento esistenziale e di noia in un archetipo geografico potentissimo e tribale. Anche se la sua scrittura ricopre un ruolo di subordinazione rispetto alla cura stilistica musicale, è in grado di trasmettere, in particolare con le figure di suono, l’esigenza incontrollabile di trasformare il quotidiano in qualcosa che assomigli a un ballo senza limiti. La festa, infatti, è un tema ricorrente ed esibito nei titoli, si pensi a Un lunedì di festa o L’ultima festa: si gioca coi climax ascendenti − Il cuore mi scoppia, picchia e mi porta su −, dove oltre all’allitterazione è riconoscibile una sorta di sinalèfe sillabica che unisce, come in un suono unico, i primi due termini verbali in asindeto. E ancora, in Bevo la notte, sfido la morte rido −, che presenta nuovamente un climax in asindeto, la ricerca di simmetria e sintesi è riscontrabile nella scelta dei complementi, in particolare del primo, poiché la notte è sì corretta determinazione temporale, ma assume un significato metaforico se rapportata all’intero verso, dove il verbo bere regge tranquillamente un oggetto diretto come la notte, panteisticamente parlando. Anche in altri testi, lo schema ritmico è ripetuto, con una apparente passione per il modo verbale indefinito: dai participi, che, in fila, si accoppiano in rima (fatto, sfatto in Sei la mia città) all’accumulo di gerundio e infinito − percorrere i sensi vietati guidando veloce con gli occhi bendati raggiungerti e dirti mi piaci −, si crea un movimento che spiega anche la scelta del tratto morfosemantico. L’intenzione è l’accumulo, ma la fisicità dei suoni sembra non potersi manifestare in semplici immagini. C’è bisogno di azione. Pertanto, dove non arriva il nome − Se sei una zecca, sei un mostro, un barbone (Tristan Zarra) −, dove non arriva il participio, che è molto più vicino a un nome o a un aggettivo − Rinnegato, dimenticato, inventato (Bentornato) c’è sempre, poco prima o dopo, una riformulazione verbale diretta, come Mi muovo svelto / [...] passo veloce (Ho vinto) oppure Una gita sul lago / pedalò e vino bianco / a mille all'ora col suv / in un sentiero di fango / e dopo l'ora del tè / corriamo all'autolavaggio (Un lunedì di festa). Denominatore comune? La corsa libera e senza meta, che sa di libertà.

 

Esorcizzare il quotidiano con sintesi e schiettezza

 

Ivreatronic, però, è anche un vocabolario che si contrappone all’inibizione formale della città-metropoli e a tutto quel nazional-popolare che appesantisce le voglie (Le voci). L’abbassamento di registro e le scelte lessicali presenti nei testi sono coerenti con l’impianto comunicativo e poetico di questo territorio fuori dal centro, così la velocità di elocuzione, che poi è pensiero, necessita di termini generici ed espressivi allo stesso tempo. In sostanza, d’impatto, per rivendicare un’identità precisa. A partire dalle forme proverbiali o cristallizzate come slogan (anche generazionali) − Nulla è per caso (Impossibile), Era così per dire (Le voci), Fatti un giro (Turbo) −, il bagaglio informale si carica di parole generiche (tizio,cosa), interiezioni (oh oh e ahah, soprattutto in Turbo), onomatopee (toc toc), disfemismi e anche parole oscene. Su quest’ultime risulta interessante soffermarsi per l’approccio fonosimbolico del turpiloquio: i suoni delle parolacce, infatti, e non solo la loro componente semantica, contribuiscono alla risposta emozionale che esse causano. Ecco che tra le più frequenti, in un linguaggio genuino e impulsivo, si trovano le coppie classiche di occlusive, soprattutto nei verbi, come incazzare in Tutto bene, sfottere in Ho vinto, sputtanarti e sbocchi in Tristan Zarra, e le fricative, come in sfigati (Dicembre) o deficiente in Un lunedì di festa. Eppure, in un blocco lessicale simile, accanto al non-sense esplicitamente provocatorio di una (non) rima come polizia/pizzeria (Tristan Zarra), puoi trovare la parola nichilismo. In Disordine (2013), addirittura si citava integralmente Nietzsche. L’evoluzione, che ha mantenuto comunque un accordo con scelte di registro formale alto e colto, ha previsto una eliminazione del filtro. Perché per spiegare l’esistenza, a un certo punto, non serve nemmeno più il pensiero con le sue parole. Il lavoro di limatura, allora, si concentra sull’imbarazzo e le espressioni che nascondono gli impulsi. Se ti concentri lo senti [...] passa tutto attraverso la pelle (Animali), e con un semplice suono puoi tornare a essere per un po’ primitivo.

 

Bibliografia

G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone, Il Mulino, 2010.

F. Dogana, Suono e senso. Fondamenti teorici ed empirici del simbolismo fonetico, Franco Angeli, 1983.

A. Scholz, Subcultura e lingua giovanile in Italia, Roma, Aracne, 2005.

G. Iannaccaro (a cura di), La linguistica italiana all’alba del terzo millennio, Roma, Bulzoni, 2013.

L. Zuliani, L’italiano della canzone, Carocci, 2018.

M. Bricchi, La lingua è un’orchestra, Il Saggiatore, 2018.

 

Canzoni e parole nei cuori dell’itpop

1 - La puntata introduttiva

2 - Calcutta, Gazzelle

3 - Galeffi, Germanò, Fulminacci

4 - Milano non è una città, è una _Cosa

5 - Cinque amici al bar

 

Immagine: Music studio

Crediti immagine: Trausti Evans [CC BY 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/2.0)]


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