21 ottobre 2019

Teatro. La parola, il palcoscenico, il mondo

di Edoardo Buroni

L’italiano sul palcoscenico: teatro, melodramma, canzone e non solo è il tema scelto per la XIX Settimana della lingua italiana nel mondo (21-27 ottobre 2019), iniziativa nata nel 2001 su impulso dell’allora Presidente dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini e promossa unitamente al Ministero per gli affari esteri e la cooperazione internazionale del nostro Paese. Per l’occasione di quest’anno l’Accademia della Crusca ha realizzato un volume, disponibile anche in formato digitale, curato da Nicola De Blasi e Pietro Trifone, che raccoglie diversi contributi di alcuni tra i massimi studiosi della storia della lingua italiana: i saggi ivi contenuti spaziano dunque tra i vari campi del mondo dello spettacolo, con approfondimenti di natura stilistica, storica e lessicale, considerando non solo le questioni linguistiche nel loro rapporto tra oralità, scrittura ed esecuzione, ma anche i mondi artistico-comunicativi della messinscena e dei linguaggi non verbali.

 

Origini e prime attestazioni

 

L’importanza dell’argomento per la nostra storia culturale e linguistica è testimoniata anche dal fatto che il sostantivo teatro rientra, come notava Tullio De Mauro, nel vocabolario di base dell’italiano, rappresentandone uno dei circa duemila lessemi fondamentali. Non è allora un caso che se ne trovino attestazioni già alle origini della nostra lingua (letteraria): ne fece uso ad esempio Boccaccio commentando la massima opera dell’altra delle “tre corone” che l’aveva di poco preceduto: «Chiamano, oltre a tutto questo, i comedi le parti intra sé distinte delle loro comedìe “scene”; per ciò che, recitando li comedi quelle nel luogo detto “scena”, nel mezzo del teatro, quante volte introduceano varie persone a ragionare tante della scena uscivano i mimi trasformati da quegli che prima avevano parlato e fatto alcuno atto, e, in forma di quegli che parlar doveano, venivano davanti dal popolo riguardante e ascoltante il comedo che racontava; dove il nostro autore chiama “canti” le parti della sua Comedìa» (Esposizioni sopra la Commedia di Dante, Accessus).

Ma, etimologicamente, la parola affonda le sue radici più lontano nel tempo e nello spazio. Il sostantivo è infatti entrato a far parte del nostro lessico come voce dotta, foggiata sul latino theātru(m), a sua volta discendente del greco ϑέατρον (théatron), il quale, composto dalla radice del verbo ϑεάομαι (theáomai, ‘guardo, vedo’) e dal suffisso locativo -τρον, designava appunto il luogo fisico dove si svolgevano rappresentazioni drammatiche o anche dove si tenevano assemblee e orazioni pubbliche. Ed è significativo che si sia di fronte ad una di quelle parole che, come spesso avviene per la vera cultura e la vera arte, hanno consentito di creare più legami che divisioni tra i popoli e le loro lingue: dalla medesima radice lessicale sono infatti derivati i corrispettivi contemporanei non solo in italiano o in idiomi neolatini come lo spagnolo, il francese, il portoghese e il rumeno, ma anche, ad esempio, in inglese, in tedesco, in russo, in norvegese e in turco.

 

Una parola, tanti significati

 

Primariamente, dunque, il vocabolo indicava, e tutt’ora indica, un edificio destinato a spettacoli o simili. Ma col tempo la parola ha assunto altre accezioni più estese e figurate, a partire da quella legata a ciò che avviene all’interno di quel luogo, ovvero le rappresentazioni sceniche e i testi che vengono recitati: da qui espressioni quali teatro di prosa, teatro dei burattini, teatro di strada (quindi per antonomasia realizzato in assenza del “contenitore” da cui ha preso il nome), teatro d’opera; oppure con tale sostantivo si designano l’insieme dei lavori drammaturgici o registici di un autore o di un artista (così si hanno il teatro di Goldoni, il teatro di Pirandello o il teatro di Ronconi), o quanti assistono ad uno spettacolo (ad esempio in frasi come il teatro ha tributato dieci minuti di applausi agli interpreti).

Ma il vocabolo, per similitudine traslata, può anche riferirsi ad un atteggiamento non spontaneo e affettato; oppure, analogamente, ad una serie di azioni, pose e discorsi che paiono insinceri, predeterminati e avulsi dalla concretezza quotidiana: ne è un esempio l’abusata formula teatrino della politica, dove l’accezione spregiativa è ulteriormente sottolineata dal diminutivo. Da un tale orizzonte semantico discende poi un’espressione come colpo di teatro, con cui si indica una qualunque trovata inaspettata che cambia l’ordine delle cose. Un senso sempre figurato ma non lontano dal significato etimologico è inoltre quello che indica genericamente un luogo in cui si svolgono o si sono svolti fatti di particolare rilievo: si parla così di teatro delle operazioni militari o si possono coniare frasi come il mondo editoriale è stato il teatro dei suoi successi.

 

L’italiano del teatro

 

Il senso di artificiosità trasmesso dalla comunicazione teatrale è stato accresciuto in Italia, fino a non molti decenni fa, dal fatto che quella portata in scena non era – né poteva essere – una lingua unitaria, dell’uso e avvertita come rispondente a quella degli scambi informali della quotidianità: per secoli infatti gli autori di teatro hanno dovuto fare i conti con la frammentazione linguistica della Penisola, con la distanza tra produzione verbale parlata e codificazione scritta, quest’ultima improntata necessariamente – specie quando ci si prefiggevano intendimenti artistici che superassero gli angusti confini localistici – al modello dell’italiano letterario, per sua natura estremamente distante dalla mimesi dell’oralità spontanea che invece il più delle volte si voleva fingere sul palcoscenico.

Gli espedienti di volta in volta escogitati dai nostri maggiori drammaturghi, soprattutto nel genere della commedia, hanno solo in parte risolto un problema che si poneva a monte, ma hanno consentito anche al codice teatrale di evolversi e di superare l’ostacolo in modo sempre più convincente: tra i nomi che vanno sicuramente ricordati in tal senso vi sono almeno quelli di Niccolò Machiavelli, di Carlo Goldoni e di Luigi Pirandello; ma non è un caso che perfino un grande autore come Giovanni Verga sia rimasto sostanzialmente deluso dall’esperienza maturata in ambito drammaturgico, dove si accorse di non riuscire a trasporre la “lingua verista” dei suoi romanzi e delle sue novelle. Né, come ha ben messo in luce lo Speciale Che lingue parla il teatro italiano? (link) su questa stessa rivista, gli autori contemporanei hanno rinunciato a servirsi delle molte varietà di cui è ricca la nostra lingua.

 

«Il teatro e la vita non son la stessa cosa»?

 

Il doverosamente già citato Goldoni, nella prefazione alla raccolta delle sue commedie (link), dichiarò: «i due libri su’ quali ho più meditato, e di cui non mi pentirò mai di essermi servito, furono il Mondo e il Teatro. […] Le mie Commedie sono principalmente regolate, o almeno ho creduto di regolarle, co’ precetti che in essi due libri ho trovati scritti: libri, per altro, che soli certamente furono studiati dagli stessi primi Autori di tal genere di Poesia, e che daranno sempre a chicchessia le vere lezioni di quest’Arte. La natura è una universale e sicura maestra a chi l’osserva. “Quanto si rappresenta sul Teatro” scrive un illustre Autore “non deve essere se non la copia di quanto accade nel Mondo. La Commedia” soggiunge “allora è quale esser deve, quando ci pare di essere in una compagnia del vicinato, o in una familiar conversazione, allorché siamo realmente al Teatro, e quando non vi si vede se non se ciò che si vede tutto giorno nel Mondo”». Non è dello stesso parere – per cambiare genere teatrale – il Canio protagonista dei Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, che mette in guardia gli spettatori e la moglie (link) sulle diverse reazioni, non solo verbali, che potrebbe provocargli la gelosia provata sulla scena (nel qual caso Pagliaccio si limiterebbe a pronunciare «un comico sermone») o nella vita reale (dove invece «altramente / finirebbe la storia, com’è ver che vi parlo…»), perché, sostiene, «Il teatro e la vita non son la stessa cosa».

Certo è difficile – né è necessario – propendere univocamente per l’una o per l’altra posizione. Ma una cosa è certa: tanto nella vita quanto in teatro si può decidere o di essere passivi spettatori delle azioni altrui, oppure di giocarsi come protagonisti attivi delle vicende in cui si è coinvolti; e in questo senso non sono affatto indifferenti le parole che si usano – o quelle che si tacciono – e come ce ne si serve.

 

 

Bibliografia

Salvatore Battaglia et alii, Grande dizionario della lingua italiana, Utet, Torino, 1961-2009 (oggi consultabile anche all’indirizzo www.gdli.it).

Ma ria Luisa Altieri Biagi, La lingua in scena, Zanichelli, Bologna, 1980.

Tristano Bolelli, Dizionario etimologico della lingua italiana, Tea, Milano, 1989.

Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli, Il nuovo etimologico, a cura di Michele A. Cortelazzo, Zanichelli, Bologna, 1999.

Tullio De Mauro, Grande dizionario italiano dell’uso, Utet, Torino, 1999-2007.

Pietro Trifone, L’italiano a teatro. Dalla commedia rinascimentale a Dario Fo, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma, 2000.

Neri Binazzi e Silvia Calamai (a cura di), Lingua e dialetto nel teatro contemporaneo, Unipress, Firenze, 2006.

Stefania Stefanelli, Va in scena l’italiano, Cesati, Firenze, 2006.

Stefania Stefanelli (a cura di), Varietà dell’italiano nel teatro contemporaneo, Edizioni della Normale, Pisa, 2009.

Alberto Nocentini, L’Etimologico. Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier, Firenze, 2010.

Stefania Stefanelli, teatro e lingua, Enciclopedia dell’italiano, 2011.

Stefania Stefanelli (a cura di), La lingua italiana e il teatro delle diversità, Accademia della Crusca, Firenze, 2012.

Claudio Giovanardi e Pietro Trifone, La lingua del teatro, il Mulino, Bologna, 2015.

Nicola De Blasi e Pietro Trifone (a cura di), L’italiano sul palcoscenico, Accademia della Crusca - goWare, Firenze, 2019. Scaricabile gratuitamente dal 21 al 27 ottobre collegandosi all'indirizzo: https://www.goware-apps.com/litaliano-sul-palcoscenico-nicola-de-blasi-pietro-trifone-a-cura-di/


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