24 ottobre 2019

Parole, storie e suoni nell'italiano senza frontiere - 3. Alida, la par(ab)ola di una guerriera

di Andrea Groppaldi

Alida, romanzo dello scrittore eritreo Tesfay Brhan, narra la parabola di emancipazione, in parte fallita, dell’omonima protagonista. Uscito nel 2006 per le Edizioni Dell’Arco, il romanzo pare collocarsi, per l’intreccio, ma soprattutto per la lingua con cui è scritto, in una nuova, ultima fase della cosiddetta letteratura della migrazione; se in gran parte delle opere scritte da autori stranieri in lingua italiana il tema stesso della migrazione e del rapporto dialettico tra lingue e culture di partenza e l’italiano sono temi centrali, in Alida sembrano totalmente assenti. Mancano del tutto anche affermazioni del narratore, o dell’autore, che testimonino e documentino la fatica di riconoscersi in una cultura altra, insieme ai risvolti, a tratti comici e a tratti drammatici, riferibili al confronto tra culture differenti. La mancanza è ancor più significativa se si considera che Tesfay Brhan più volte, in contesti differenti, ragiona sul suo status di scrittore di origine straniera, definendosi in un’intervista, ad esempio, “uno scrittore nel mondo che migra” (link); egli stesso centra molta della sua narrativa sul rapporto tra italiani e migranti, collocandosi nel tradizionale solco tracciato da altri autori di origine non italiana. Ancora, il suo romanzo Specchi sbagliati (2013) è incentrato sul rapporto tra Jasmin (migrante) e Vittoria (italiana) e tra le loro famiglie. La scelta di escludere da Alida la tematica interculturale, le conseguenti affermazioni di natura autobiografica, o ancora più apertamente il ricorso a piccoli brani di autobiografia linguistica, pare dunque significativa.

 

Personificazione del continente africano

 

La vicenda è incentrata sul tentativo di Alida (etimologicamente “la guerriera”) di affrancarsi dalla tradizione del Paese africano in cui vive, con risultati fallimentari. Di più, Alida pare il simbolo, la personificazione stessa del continente africano, in lotta per emergere da uno stato di sudditanza rispetto al Nord del mondo, per abbandonare una tradizione fatta di superstizione ed oscurantismo. Alcuni hanno creduto di rintracciare nei luoghi di provenienza dell’autore, Asmara e Massaua, il luogo in cui Alida vive le sue esperienze, ma significativamente il romanzo è ambientato genericamente in Africa.

Il tentativo di emancipazione dell’eroina femminile non è, inoltre, privo di  implicazioni linguistiche.

Inizialmente, l’infanzia di Alida è quella tipica di una giovane che si affaccia all’età adulta, figlia femmina in una famiglia africana tradizionale; suo padre è solito esclamare: “Sono maledetto; non ho neppure un figlio maschio” (p. 13). La vita di Alida è sconvolta da un evento traumatico: un giovane guardiano viene investito da un’automobile in un luogo non distante dall’abitazione della protagonista, la quale si sofferma, commossa, sul cadavere. Sullo sfondo, considerazioni di alcuni personaggi sulla situazione politica e sociale degli africani: “prima si moriva sotto le bombe … hanno decimato la nostra gente senza spostare neppure di un semplice dito la fame che ci sta devastando; se qualcosa cambia, è solo là, nelle tasche di chi lo dice” (p.13).

 

Una voce straniera in famiglia

 

Dopo questo avvenimento, Alida – Africa cambia in modo irreversibile: è l’inizio della parabola di emancipazione. Soprattutto cambia nella lingua con cui si esprime. Fino ad allora, i dialoghi tra Alida e la sua famiglia erano segnati da espedienti topici nella letteratura della migrazione, quali la trasposizione in lingua italiana di modi di dire popolari della lingua di origine: “Alida, alzati e dai una mano a tua sorella, tu sei come il piscio di cammello: invece di andare avanti, torni sempre indietro” (p. 48). Da ora, Alida stupisce tutti i suoi familiari, allarmati da un brusco mutamento del comportamento, innanzitutto linguistico. A messa (la famiglia di Alida è cristiana di confessione copta), “il pastore stava parlando dell’antico testamento, … ma lei non conosceva il ghiis… Alida non desiderò più capire le parole” (p. 27). Il tutto culmina con un diverbio tra Alida e suo padre, che sfocia in una vera e propria lotta: qui, persino la voce di Alida suona nuova e differente: “… gli disse Alida, ma questa volta aveva una voce che scosse il padre … non sembravano più padre e figlia, ma due animali feriti che lottavano disperatamente” (p. 65); “no, no, tu non sei la mia Alida; … è da diverso tempo che cerco di salvare mia figlia da te, dalla tua viscida voce, ma chi sei?” (p.86); “più volte mi ha parlato con una voce straniera alla nostra famiglia” (p. 87) Creduta posseduta da uno spirito maligno, Alida viene condotta dal pastore per un esorcismo. Da qui la fuga, la piena emancipazione.

 

Le metafore inascoltate

 

Questa seconda fase della vita di Alida è segnata dalla completa indipendenza dalla tradizione, soprattutto dal predominio maschile. Molti uomini si invaghiscono della sua avvenenza, tentando di sottometterla; anche costoro, significativamente, utilizzano similitudini e metafore tipiche delle lingue africane: “lui cominciò a dirle che era molto bella, che l’aveva vista correre verso la spiaggia con il suo collo lungo, grazioso come quello di una giraffa” (p. 109). Quest’uomo, e altri in seguito, tentano di stuprare Alida. Ma la violenza maschile non ha alcun effetto sulla donna, finalmente libera: “Lei continuava a dargli calci nello stesso punto, mentre lui, accasciato per terra, affievolì la sua voce” (p. 109). È il primo di numerosi omicidi che Alida compie contro maschi che tentano di possederla con la violenza.

 

Il piscio di cammello

 

La vita di Alida – Africa scorre solitaria, finché la protagonista viene investita da un giovane, il quale, dopo averla soccorsa, inizia a frequentarla. I due si innamorano. Di conseguenza, nella lingua di Alida, e nel dialogo tra i due, riemergono antichi echi della tradizione: “c’è un problema- … bene, non mi piace il chiasso senza denti – tra la povera gente crediamo ancora all’amore e a Dio – … quindi andiamo avanti – solo il piscio di cammello va indietro” (p. 129); “anche la grandine è pioggia, ma il contadino non può essere grato”. Alida diventa due volte madre, di un maschio e di una femmina; anche in questa fase, sembra prevalere il ritorno alla tradizione: “le due donne gridarono sette volte ilil, e questo era segno inequivocabile che era nato un maschio; mentre se fosse nata una femmina avrebbero gridato tre volte … gridarono: ilil!ilil!ilil!” (p. 146).

 

La lingua del silenzio

 

Sembra che il tentativo di emancipazione di Alida sia terminato con un tranquillo ritorno al punto di partenza, ma l’inquietudine della donna, e del continente africano, è solo sopita. Il marito scopre Alida, donna libera e spregiudicata, a letto con un altro uomo. Qui si compie la parabola. Qui termina l’anelito di libertà: non più la lingua della tradizione, nemmeno la lingua nuova e la voce sconosciuta della ribellione; qui Alida è avvolta dal silenzio. Da qui in poi il marito lascerà sul tavolo da pranzo, eterno e silenzioso monito di ripudio, le fotografie che provano il tradimento, e “i giorni passavano, i figli crescevano come due estranei, il mondo era sempre più sbiadito. Dentro la casa nessuno le rivolgeva la parola” (p.175).

 

 

La serie intitolata Parole, storie e suoni nell'italiano senza frontiere è curata da Gabriella Cartago, coordinatore scientifico del CRC-Centro di Ricerca Coordinata dell’Ateneo di Milano Lingue d’adozione (link).

 

Le puntate precedenti:

1. Da migra(n)ti a transculturali a Ø di Gabriella Cartago e Franco Fabbri (link)

2. Igiaba Scego, figlia di due lingue madri di Andrea Groppaldi (link)

 

Immagine: Mulberry Street, New York City 

 

Crediti immagine: Library of Congress [Public domain]

 


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