08 novembre 2019

Essere Machiavelli. A proposito degli "Studi machiavelliani" di Jean-Jacques Marchand

di Giuseppe Patota*

Chi legga la premessa ai due volumi di Studi machiavelliani di Jean-Jacques Marchand – un consuntivo impressionante delle ricerche da lui dedicate all’opera del Segretario fiorentino – è preso da un dubbio.

Spesso una scienza è influenzata dal suo oggetto; talvolta uno scienziato diventa la sua ricerca. Uno dei tratti caratteristici della scrittura di Niccolò Machiavelli è il procedere asciutto, senza orpelli né fronzoli, partendo da ciò che è sufficiente per arrivare a ciò che è necessario. È possibile che Marchand, nello scrivere e nell’argomentare, abbia fatto proprio il modo di scrivere e di argomentare dell’autore del Principe?

 

Informare e dimostrare

 

La scintilla del dubbio si accende non appena leggiamo l’avvio della Premessa, a p. 7: «Questi trentun saggi, di cui tre inediti, rendono conto di cinquant’anni di studi machiavelliani». Quindici parole, non una di più, non una di meno del necessario, concorrono a formare una frase asciutta, essenziale, senza fronzoli: e quattro delle quindici parole sono numeri. Sarà una combinazione, pensiamo. Poi però a p. 31, all’inizio del saggio n. 2 (Il giusto e l’ingiusto in Machiavelli dai primi scritti politici al Principe), leggiamo: «Contrariamente a quanto si crede di solito, il ‘giusto’ e l’’ingiusto’ sono costantemente al centro della riflessione politica di Machiavelli». Andiamo avanti, e a p. 39, all’avvio del saggio n. 3 (Il discorso paradossale del Principe) troviamo scritto: «Il paradosso è molto più frequente nell’opera machiavelliana di quanto si immagini».

Anche il resto è così. Ovviamente, la chiarezza machiavelliana di Marchand non si ferma qui né consiste semplicemente in questo; altrimenti, dovremmo considerarlo nient’altro che un bravissimo produttore di giudizi o discorsi apodittici. La chiarezza machiavelliana risiede nel fatto che, quello di cui c’informa prima, Marchand ce lo dimostra dopo, senza lenocini retorici di sorta.

 

Come parla la diplomazia

 

Cinque saggi, di cui uno inedito, dedicati alla Teatralizzazione dell’incontro diplomatico, ci insegnano che Machiavelli, in varie relazioni e lettere alla Signoria collegate a missioni diplomatiche svolte fra il 1499 e il 1511, tese a rappresentare il singolo incontro politico-diplomatico come la scena di una commedia, o come il racconto di una vicenda così come potrebbe essere riportato in una novella: un atto, una scena, un racconto definiti nel luogo, nel tempo, nello spazio, nelle dimensioni, nella scenografia e negli attanti, che a questo punto possiamo chiamare a buon diritto attori. Testi alla mano, il professor Marchand ci dimostra che in queste relazioni e missive Machiavelli attribuisce a ciascun personaggio un diverso modo di parlare.

 

Ogni personaggio ha la sua lingua

 

Orbene, a leggere la Mandragola (o, ancora meglio, a godersene la rappresentazione teatrale), ci accorgiamo del fatto che uno degli espedienti comici a cui Niccolò ricorre è proprio quello di far parlare ognuno dei personaggi con una diversa varietà di lingua: Nicia, Ligurio, Callimaco e gli altri si presentano non solo attraverso il loro modo di essere, ma anche attraverso il loro modo di esprimersi.

Grazie a questi studi apprendiamo che il vizio geniale di rendere un personaggio un tutt’uno con la sua lingua Machiavelli l’ha preso molto presto: non quando si fece commediografo ma vent’anni prima, subito dopo aver assunto il segretariato della seconda Cancelleria di Firenze.

Prima di interiorizzarli, i tratti della scrittura scientifica di Machiavelli Marchand li ha ricercati, indagati e in molti casi addirittura scoperti. Cito, nel merito, tre categorie interpretative da lui inventariate nel volume Niccolò Machiavelli. Primi scritti politici. Nascita di un pensiero e di uno stile (Padova, Antenore, 1975): quella dello schema dilemmatico propagginato, già presente nel Discorso sopra Pisa, del 1499; quella dello schema multipolare propagginato, già presente nel Discorso sopra le cose della Magna e sopra l’imperatore, del 1509 e infine quella dello schema iterativo, che Marchand individua nello scritto Ai Palleschi, del 1512. 

 

Parola di Machiavelli, non di Soderini

 

I due volumi di cui ci stiamo occupando raccolgono non soltanto studi già pubblicati ma anche quattro inediti, il più prezioso dei quali è, a mio avviso, il n. 18 (Un progetto di colpo di mano contro Pisa), nel quale Marchand presenta, pubblica e commenta due documenti inediti che si trovano all’interno del carteggio semiufficiale (o semiprivato) del gonfaloniere a vita Pier Soderini così com’è conservato nell’Archivio di Stato di Firenze. Il più interessante dei due documenti è la minuta di una lettera databile al primo aprile 1509 che Pier Soderini invia al commissario generale fiorentino sul fronte di Pisa. Che essa sia da attribuire a Machiavelli lo dice, oltre e forse anche più che la grafia, la tecnica compositiva e argomentativa che la connota, che Marchand dimostra essere ben più machiavelliana che soderiniana. Così cresce, in chiunque intenda studiare l’opera di Machiavelli nei suoi aspetti formali (e perciò sostanziali), il debito che si contrae nei suoi confronti.

 

*Testo della Presentazione del volume di Jean-Jacques Marchand, Studi Machiavelliani, Firenze, Polistampa, 2018, tenuta nella Biblioteca Cantonale di Lugano il 18 ottobre 2019.

 

Immagine: Statua di Niccolò Machiavelli, opera di Lorenzo Bartolini, sita a Firenze sulla facciata esterna degli Uffizi

 

Crediti immagine: The original uploader was Frieda at Italian Wikipedia. [CC BY-SA 3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/)]

 

 


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