28 novembre 2019

Parole, storie e suoni nell'italiano senza frontiere - 4. Scrittori e scrittrici di madrelingua straniera si raccontano

di Lucilla Pizzoli

Il progetto che qui si descrive nasce dalla collaborazione tra la Società Dante Alighieri e il Centro di ricerca CRC - Lingue d’adozione, istituito presso l’Università Statale di Milano con il coordinamento scientifico di Gabriella Cartago. Si è scelto di dar voce nel formato dell’intervista ad autori provenienti da universi linguistici altri rispetto all’italiano che abbiano adottato la lingua italiana come strumento di espressione artistica. Gli autori intervistati tra giugno e settembre del 2019 presso la  Dante Alighieri a Roma sono solo una piccola parte di quelli che pubblicano in italiano: per avere un’idea quantitativamente più affidabile del fenomeno bisogna consultare la banca dati Basili&Limm (link). Al momento, sono stati intervistati quattordici scrittori e scrittrici, con storie, motivazioni, lingue diverse tra loro: Anna Belozorovitch, Adrian Bravi, Mircea Mihai Butcovan, Christiana De Caldas Brito, Amor Dekhis, Kossi Komla Ebri, Hu Lanbo, Darien Levani, Karim Metref, Candelaria Romero, Artur Spanjolli, Bozidar Stanisic, Widad Tamimi, Youssef Wakkas. Le interviste sono state realizzate con la regia di Lamberto Lambertini, che ha inteso valorizzare la componente emozionale nelle scelte artistiche. Per questo il taglio delle interviste è orientato a dare risalto a tutti gli elementi che possano meglio rappresentare decisioni che hanno a che fare con la scrittura ma anche a evidenziare la componente affettiva più profonda, mettendo in chiaro che la componente linguistica definisce in modo sostanziale l’identità.

 

Le emozioni profonde in quattordici interviste

 

Il bisogno di raccontare nasce in molti autori dall’aver vissuto esperienze molto forti, sia in prima persona sia come osservatori: dall’universo carcerario di Youssef Wakkas (che parla di “vagabondaggio nel mondo sotterraneo”) alle storie familiari e del paese di origine di Bozidar Stanisic o di Widad Tamimi. Rifacendosi al modello di Emil Cioran, che si definisce non inventore, ma semplice “segretario delle sue sensazioni”, Mircea Mihai Butcovan sceglie di servirsi della scrittura autobiografica per raccontare la condizione di disagio dello spaesamento dello straniero; ci spiega così con grande commozione la sua ostinazione nell’avvicinarsi alla nuova cultura e alla nuova lingua, resistendo al disprezzo razzista nei confronti dei migranti (la stessa denuncia che troviamo nella nozione di imbarazzismi coniata da Kossi Komla Ebri).

A tutti gli autori è stato chiesto di spiegare la natura del rapporto con l’italiano e le motivazioni che spingono a scrivere in una lingua diversa da quella di partenza: appare straordinario il proponimento di raccontare storie, scrivere versi, dare corpo alle emozioni più riposte in un codice che viene conquistato quasi sempre in età adulta, a volte con fatica, non sempre in modo strutturato, seguendo percorsi di studio a volte anche molto avventurosi.

La lingua italiana è dunque l’elemento che accomuna tutti gli autori, che hanno scelto di scrivere nella lingua del paese in cui si vive, per farsi comprendere da chi abita nello stesso territorio. C’è un consenso pieno rispetto all’idea che abitare un paese coincida con l’abitare anche la sua lingua. Karim Metref spiega di aver cominciato a scrivere in italiano per il bisogno di comunicare con chi può ascoltarlo e lo stesso vale per Anna Belozorovich, affezionata all’italiano perché legata “nell’insieme all’universo per il quale sta la lingua italiana”, o a Candelaria Romero, per la quale “la lingua è qualcosa che si vive: è una lingua carne corpo quotidiana”.

 

Il corpo a corpo con la lingua italiana

 

Molti autori raccontano di aver imparato la lingua trovandosi in Italia, grazie all’aiuto di amici e conoscenti, ma anche attraverso il confronto con tanti classici italiani. Amor Dekhis dice di aver tentato di apprendere l’italiano sforzandosi di conoscerlo a più livelli e attraverso questo impegno arrivare ad amare la lingua (a quel punto, “o l’hai conquistata, o sei stato conquistato”). L’italiano diventa la nuova lingua, anche una lingua franca per comunicare con altri stranieri, e si può trasformare in uno strumento di lavoro.

Sono spesso gli amici e conoscenti a cui si chiede di rivedere e adeguare a una qualche forma di standard i testi scritti. Il tema della revisione è forse uno dei punti critici della storia editoriale di molti scrittori: quasi sempre si cerca di individuare un modello di riferimento al quale conformare il proprio scritto per renderlo più facilmente leggibile per il pubblico a cui ci si rivolge.

L’aiuto di amici italiani, del dizionario (“preso a calci e a testate”, come rievoca Mircea Mihai Butcovan parlando del suo impatto da autodidatta con l’italiano), del confronto con i classici della letteratura italiana, con gli editor o gli agenti esterni risulta quindi fondamentale, soprattutto nella prima fase della carriera di ogni scrittore: la consapevolezza di poter fare errori, tanto più acuta in chi ha sensibilità così spiccata per la lingua come mezzo di espressione, può generare insicurezza e alterare la relazione con gli altri. Bozidar Stanisic giudica questa condizione come drammatica perché, almeno nel suo caso, non conoscendo benissimo tutte le sfumature della nuova lingua, fatica ad esprimere tutto quello che sente e che troverebbe invece nel serbo-croato. La ricerca di espungere errori ritenuti fastidiosi spinge gli scrittori a sottoporre il testo a una continua riscrittura, che però a volte arriva a far scomparire la voce dell’autore. Un dilemma, questo, che interessa da sempre il lavoro dell’editor ma che si fa particolarmente urgente nel caso di scrittori che hanno con l’italiano un rapporto meno solido.

Youssef Wakkas ha deciso di risolvere questo dilemma rifiutando in un caso la revisione dell’editor e pubblicando in proprio un testo che tiene traccia della sua scrittura più spontanea. In altri casi, la permanenza in Italia rende invece più familiare lo scrittore con la nuova lingua piuttosto che con quella di origine, che in certi casi anzi si perde, si ibrida. Christiana de Caldas Brito dice di scrivere ormai con più  facilità in italiano – la lingua della quotidianità – piuttosto che in portoghese; Artur Spanjolli scrive indifferentemente in italiano o in albanese, spesso anche passando per lo stesso testo da una lingua all’altra, in una sorta di lavoro a spirale, finché la scrittura in italiano non è diventata addirittura più naturale e piacevole. Abbandonare il paese natale comporta la perdita di contatto con le evoluzioni della lingua, a volte anche piuttosto repentine. È significativa in questo senso la testimonianza di Darien Levani, che constata come ormai lavori più sui suoi romanzi l’editor albanese piuttosto che quello italiano.

 

Saudade e oralitura

 

Nei testi meno lavorati la presenza di un’altra lingua emerge con più forza e proprio questo, insieme all’interesse per le storie legate al percorso migratorio, ha suscitato l’interesse della critica. La presenza di elementi derivati dalle lingue di origine è ormai ben indagata anche in molti studi (e Gabriella Cartago, in questo stesso spazio, ha richiamato la definizione di “migratismi”, coniata da Laura Ricci; link). Anche in queste interviste emerge quanto la presenza della lingua di origine si faccia sentire nella vita quotidiana, soprattutto parlando con persone che condividono la stessa condizione di mescolanza di codici: le diverse lingue convivono, si mescolano, e a volte, come è naturale, si sovrappongono fino a cancellare la presenza di vocaboli originari. Le lingue di origine servono per evocare concetti che l’italiano non descrive, come la saudade per Christiana de Caldas Brito: “la nostalgia struggente di quello che uno lascia o di quello che uno perde”; una condizione tipica del popolo brasiliano, ma che descrive molto bene anche la condizione degli scrittori non madrelingua, in bilico tra due paesi e sempre sospesi tra “solitudine, saudade, gioia, tristezza”.

La presenza sotto traccia di un altro sistema linguistico non si limita solo al lessico: Kossi Komla Ebri, per esempio, trasferisce alla scrittura la struttura del racconto orale, ben presente nella cultura africana di provenienza, realizzando una nuova forma, che chiama oralitura. Anche Widad Tamimi ritrova nel suo modo di scrivere movenze dell’arabo, la lingua del cuore che però ha perso e che non sa se saprà ritrovare. 

 

Strutture di pensiero

 

La presenza della lingua di origine è in ogni caso tangibile, sia come punto di riferimento, sia per dare vita al proprio linguaggio espressivo: per Christiana de Caldas Brito la “la struttura di pensiero di una lingua aiuta a creare uno stile”, rendendo dunque unico il modo di scrivere anche in relazione alla prima identità linguistica. Scrivendo in italiano, però, la scrittrice scopre la possibilità di trovare nella nuova lingua parole “meno consumate”.   

Anche Adrian Bravi spiega in termini simili il suo rapporto con l’italiano, una lingua “senza infanzia”, nella quale bisogna soppesare ogni scelta, “guadagnare una voce”.

L’italiano è considerato una lingua bella, scorrevole, musicale, ricca, piena di sfumature; è interessante però sottolineare che gli scrittori ne hanno una consapevolezza niente affatto stereotipica, e ne colgono le diverse componenti: non solo la complessità delle voci dei diversi autori letterari di riferimento, ma, anche gli stili, le varietà di lingua, i dialetti. Dal ritmo e dagli echi nordici che Candelaria Romero ritrova nel bergamasco, alla compresenza di vari strati che Darien Levani rintraccia nella pluralità di culture italiane, all’interesse ad esprimersi in dialetto di Kossi Komla Ebri.

Una lingua facile e invitante da una parte, difficile e ingannevole dall’altra: insomma, una lingua del cuore, una lingua cugina, una lingua amica, una seconda madre.

 

 

La serie intitolata Parole, storie e suoni nell'italiano senza frontiere è curata da Gabriella Cartago, coordinatore scientifico del CRC-Centro di Ricerca Coordinata dell’Ateneo di Milano Lingue d’adozione (link).

 

Le puntate precedenti:

1. Da migra(n)ti a transculturali a Ø di Gabriella Cartago e Franco Fabbri (link)

2. Igiaba Scego, figlia di due lingue madri di Andrea Groppaldi (link)

3. Alida, la par(ab)ola di una guerriera di Andrea Groppaldi (link)

 

Immagine: Saudade                 

 

Crediti immagine: José Ferraz de Almeida Júnior [Public domain]

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0