10 dicembre 2019

“Traduco, traduco, traduco”: Luciano Bianciardi traduttore tra ispirazione e ossessione

di Flavio Santi

Identikit di un traduttore, ovvero traduttori sull’orlo di una crisi di nervi

 

“Traduco come un mulo”, “Ho la valigia piena del prodotto del mio diuturno battonaggio, carte su carte di ribaltatura”, “devo […] tradurre la solita valanga di roba”, “nel mio lavoro quotidiano di sterro traduttorio”, “lavorare è diventata una specie di intossicazione”, “Non tutti forse pensano sempre alla fatica del traduttore”, “Traducevo a ritmo infernale decine e decine di libri”, “Traduco, traduco, traduco”.

Probabilmente in tutta la storia della letteratura non esiste un altro scrittore che come Luciano Bianciardi abbia dedicato tanta e tale attenzione a quella che, di fatto, è l’operazione più simile alla scrittura in proprio, la traduzione – fino a scrivere un romanzo in cui la traduzione svolge un ruolo cruciale, La vita agra, con l’incipit del capitolo VIII che è addirittura un breve ma densissimo trattato di traduttologia. Una vera e propria ossessione (sul cui quadro psicologico torneremo dopo), dettata da indubbie ragioni pratiche (Bianciardi viveva di traduzioni), di cui – grazie soprattutto al giornalista Pino Corrias (Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano (link) e alla compagna Maria Jatosti – possiamo seguire i vari sviluppi. I difficili inizi: “Fu una fatica pazzesca. Stavamo ore e ore su una pagina, lui disteso sul letto, io seduta sul bordo, con la macchina da scrivere piazzata sulla sedia. […] Alla fine però il libro venne bene, perché lui ce l’aveva nel sangue il mestiere del traduttore” (Jatosti); l’ossessiva routine lavorativa: “Luciano e Maria attaccano il lavoro dopo un risveglio lento, un doppio caffè, il giretto in strada per le sigarette e il giornale. Lei alla macchina [da scrivere], lui sul letto a dettare. Quando Maria è stanca, Luciano va avanti da solo” (Corrias); “Si metteva alla macchina e andava… Correggeva pochissimo […] Se non aveva terminato la “razione” che si era autoimposto, non si muoveva dal suo angolo, il più riparato della casa, dietro il tramezzo che lo isolava dagli altri” (Jatosti).

Prima di Bianciardi, gli scrittori che hanno parlato di traduzione si sono, di solito, limitati a brevi cenni, più o meno eloquenti: Dante (“nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare sanza rompere tutta sua dolcezza e armonia”, sull’impossibilità di tradurre, trovando futuri sodali in scrittori quali Robert Frost, Vladimir Nabokov), Petrarca (“cominciai a scrivere la tua stessa novella […] ho reso la tua novella con parole mie”, nella lettera a Boccaccio sulla traduzione in latino della novella di Griselda), Marcel Proust (“Il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli di un traduttore”), ecc.

Ad oggi gli scrittori che svolgono regolarmente la professione di traduttori sono assai pochi, di solito preferendo il “secondo mestiere” del giornalismo o dell’autore nel mondo televisivo o cinematografico (naturalmente vi sono luminose eccezioni: Haruki Murakami, prolifico traduttore di Fitzgerald, Salinger, Capote ecc.; Clarice Lispector, traduttrice di grandi classici e di libri per l’infanzia). Altro è, chiaramente, il caso di scrittori che una tantum – non, dunque, di professione – si cimentano nella traduzione: tra questi, si segnala Michele Mari, finissimo traduttore, tra gli altri, di John Steinbeck e Jack London.

Bianciardi, dunque, rappresenta un caso probabilmente unico, in cui traduzione e scrittura in proprio sono indissolubilmente legate, fino a lambire i territori di una psicosi. Del resto, i profili psicologici dello scrittore e del traduttore sono non tanto diversi quanto opposti, come spiega un’illuminante intervista di Ilide Carmignani a Renata Colorni (Sulle spalle di un gigante, in “Aut Aut. Compiti del traduttore”, n. 334/2007): “Lo scrittore è in genere una persona molto concentrata sul proprio ego, sul proprio modo di esprimersi […] ha poco interesse per la voce degli altri. […] Il traduttore […] è disposto a fare tabula rasa di se stesso, e anche di quelle che sono le sue eventuali doti espressive”. È indubbio che Bianciardi vivesse in sé questa duplicità fino alle estreme conseguenze. Inoltre, nel traduttore si genera una sorta di dipendenza, come racconta un altro importante traduttore (ma anche scrittore in proprio), Massimo Bocchiola (in Mai più come ti ho visto. Gli occhi del traduttore e il tempo, Einaudi, 2015): “il pensiero di non tradurre nulla per un periodo prolungato mi dà un inevitabile senso di vuoto, di routine sconvolta”. E questa sorta di addiction spiegherebbe, ad es., come mai Bianciardi, anche negli anni del “successo” della Vita agrasuccesso che lui definiva provocatoriamente un mero participio passato del verbo succedere – continui imperterrito “gonfio, solo, taciturno, curvo sul suo tavolo, a Milano, a Rapallo, a macinare, macinare cartelle, cartelle e cartelle di lavoro. Fino alla fine” (Jatosti).

 

«Perché lui ce l’aveva nel sangue il mestiere del traduttore»

 

Quello di traduttore sembra lo stigma di un destino: fin dalle lezioni che Bianciardi seguiva da ragazzo mentre i coetanei andavano a giocare a calcio, secondo la testimonianza della figlia Luciana, e soprattutto durante la Seconda guerra mondiale quando dopo l’8 settembre si aggrega a un reparto inglese in qualità di interprete per alcuni mesi – destino comune ad altri traduttori di spicco del Secondo dopoguerra, si pensi a Bruno Oddera (link). La traduzione torna presto in un articolo pubblicato nel febbraio 1955 per “Cinema nuovo” di Guido Aristarco, dall’emblematico titolo Traduttori traditori, in cui, prendendo le mosse dall’annosa querelle, si riflette sulla traduzione dei titoli dei film. In poco più di un decennio e mezzo – dal 1955, appunto, al 1971 – Bianciardi ha tradotto di tutto, “spesso roba molto mediocre, a volte cose ottime”, come confida all’amico grossetano Mario Terrosi. Se si scorre l’elenco approntato da Irene Gambacorti (link), si troverà saggistica storica (La guerra di Suez; La battaglia di Cassino; Storia della ghigliottina), scientifica (Vita coi magneti; Fisica del neutrone), self-help (L’arte di sviluppare la propria personalità), antologie (Narratori della generazione alienata), grandi classici (Joseph Conrad, Robert Louis Stevenson, Jack London, Aldous Huxley), autori in predicato di diventarlo (Saul Bellow, William Faulkner, John Steinbeck, Gore Vidal, Norman Mailer), scrittori di successo (Stephen Crane, Somerset Maugham, Irwin Shaw), singolari outsider (John Barth, Richard Brautigan, Kenneth Patchen), primizie dalla letteratura postcoloniale (Kamala Markandaya, Rasipuram Narayan). Dall’elenco di Gambacorti risulta un totale di 115 traduzioni – con la precisazione che le poche traduzioni dal francese (Duché, Valensin, Bassan, ma soprattutto Drieu La Rochelle) sono opera di Maria Jatosti, perché Bianciardi aveva una scarsa conoscenza di questa lingua. Ma la stessa Gambacorti precisa che il numero effettivo potrebbe ammontare a circa 140 traduzioni – dunque ne mancherebbero all’appello 25, probabilmente consegnate e non pubblicate (come ipotizza Corrias) o anche firmate da altri (entrambi i casi sono documentati nella storia e nella prassi dell’editoria).

 

Il Molinari Enrico di New York

 

Per capire come traduceva Bianciardi, scegliamo l’autore da lui prediletto per sua stessa ammissione (“Quando incontri un autore che scrive esattamente come avresti sognato di scrivere tu, allora ti sembra di inventare, non di tradurre”), più volte evocato anche nei romanzi con la forma italianizzata di “Enrico Molinari” (“Il Molinari Enrico di New York”, La vita agra; “mettiamo pure il canchero e il capricorno del Molinari di New York”, Aprire il fuoco), e importante innesco per la scrittura stessa della Vita agra, come riconosciuto anche di recente dalla critica più avveduta (Michele Maiolani, Dai Tropici alla Vita agra: Henry Miller e Luciano Bianciardi, in “Esperienze letterarie”, n. 42/2017): Henry Miller e i suoi due Tropici. Scegliamo il primo, Tropico del cancro, edito in Italia nel febbraio 1962 in un unico corposo volume con il Tropico del capricorno. Faremo la cosa più naturale, che però finora hanno fatto in pochi (tra i pochi, Antonella De Nicola, La fatica di un uomo solo. Sondaggi nell’opera di Luciano Bianciardi traduttore, Società Editrice Fiorentina, 2007): un confronto serrato – per quanto breve, dato lo spazio qui a disposizione – tra testo di partenza e testo di arrivo.

In sintesi, si possono individuare movimenti traduttori di natura centripeta e altri di carattere centrifugo rispetto al testo-fonte. La traduzione si gioca tutta in un’oscillazione, non programmatica, ma piuttosto istintuale, tra questi due movimenti di senso opposto, ma soltanto all’apparenza, perché alla fine essi – compensandosi a vicenda – convergono a plasmare una voce inconfondibile. Tra quelli centripeti, si segnala la volontà, dove possibile, di mantenere l’asciuttezza dell’originale, consistente in parole brevi, percussive, mono e bisillabiche, ad es. tramite riduzione a una sola parola: gob of spit > scaracchio; defamation of character > diffamazione; stile nominale: “There is not a crumb of dirt” > “Non un granello di polvere”, “The railroad yards below me” > “Sotto di me, scalo ferroviario”; frasi scisse ridotte all’unità frasale: “It is to you, Tania, that I am singing” > “Tania, a te canto”; “It is the caricature of a man which Moldorf first presents” > “A prima vista, Moldorf è la caricatura d’un uomo”. Altri accorgimenti in tal senso: tentativi di riproduzione della testura fonetica: sluggishness > infingardaggine; troncamenti a riprodurre il suono franto dell’inglese: son trovato, mangiar, le han coperte, lucean; calchi: parcate per parcheggiate (parked); una certa aderenza al numero di parole dell’originale: ad es., nel primo paragrafo le parole italiane sono addirittura inferiori a quelle inglesi (150 contro 169); e nel complesso la prima edizione italiana del solo Tropico del cancro (gennaio 1967), rispetto a una coeva edizione americana di analogo formato (abbiamo preso a esempio l’edizione Obelisk Press del novembre 1961), conta meno pagine di testo (281 contro 294) – da annoverarsi come caso piuttosto singolare, visto che le versioni in italiano lievitano sempre di più rispetto al testo originale.

Dall’altra parte, i movimenti centrifughi comportano un effetto addomesticante, con una patina “toscana”, e comunque italianizzante: multiform and unerring > fregoli infallibile; ridge > cocuzzolo (memoria dell’incipit manzoniano dei Promessi sposi?); little bug > bacherozzo; zowie > capperi; line > solfa; smart young > giovanottello in gamba; work the treadmill > girare il bindolo. Un altro accorgimento per riprodurre una cadenza italiana è l’uso della dislocazione: “I have had other opinions which I am revising” > “Certe altre idee le sto rivedendo”. Altre volte c’è una tendenza a variare e ampliare in termini sinonimici: “Everything around us is crumbling, crumbling and the warm body under the warm velvet is aching for me…” > “Ogni cosa attorno a noi si scompone, si sfalda, e il corpo caldo sotto il velluto caldo mi vuole, mi reclama, è uno strazio”, dove crumbling, ripetuto, è stato sdoppiato in “si scompone, si sfalda”, e is aching viene risolto addirittura in una triplice sequenza: “mi vuole, mi reclama, è uno strazio”, abolendo i puntini di sospensione finali. Oppure, la tendenza è a esplicitare e normalizzare, là dove l’originale presenta scelte stilistiche più audaci, ottenute attraverso singoli aggettivi o verbi: “Your anecdotal life!” > “Vivi d’aneddoti.”; “are snowing me under” > “sono travolto da una valanga”; “the tracks black, webby, not ordered by the engineer but cataclysmic in design > “i binari neri stesi a ragnatela, non ordinatamente disposti da un ingegnere, ma quasi disegnati da un cataclisma”.

 

(Breve postilla metodologica finale)

 

Un campo ancora poco battuto dagli studi sulla traduzione – innanzitutto per motivi pratici, carenza di materiale (Maria Corti ricordava le vagonate di materiale destinato al macero, bozze, dattiloscritti, ecc., di cui le case editrici si liberavano periodicamente) – è l’incidenza della revisione sul testo finale. Il caso di Miller cade a proposito, perché la traduzione di Bianciardi, giudicata “molto libera” (parole di Valerio Riva, storico collaboratore della casa editrice Feltrinelli), venne sottoposta a un’attenta revisione da parte del maggiore anglista dell’epoca, Mario Praz – come risulta nella stessa edizione italiana: “L’Editore sente il dovere di ringraziare […] il prof. Mario Praz dell’Università di Roma per i preziosi consigli e le lucide annotazioni nella rilettura dell’intera traduzione”. Ed ecco in cosa consistevano “i preziosi consigli e le lucide annotazioni” sempre nelle parole di Riva: “Ad ogni blocco di pagine, Praz mandava le sue osservazioni in fogli dattiloscritti fittissimi e disseminati di grande cultura: purtroppo molti di quei fogli sono andati perduti, e pochi rimangono nell’archivio Feltrinelli. Io e Veraldi trasportavamo sul manoscritto di Bianciardi le correzioni di Praz e qualche volta risolvevamo i dubbi, perché Praz a volte indicava due possibili traduzioni […] il lavoro ci prese, se non ricordo male, quasi tre mesi”. Ebbene, sarebbe molto interessante, come futura linea di studio, verificare l’impatto di tale revisione sulla traduzione bianciardiana, per capire, ad es., se certe scelte normalizzanti siano di Bianciardi o di Praz. E, in generale, l’intervento della revisione – passaggio sempre presente – sarebbe un fattore da tenere in considerazione per i futuri studi. Compatibilmente con il materiale (bozze, dattiloscritti, file digitali) a disposizione.

Insomma, la fase filologica della traduttologia (un’analoga critica degli scartafacci) è ancora agli albori.

 

Immagine: Lo specchio

 

Crediti immagine: Marc Chagall [Public domain]

 

 


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