18 dicembre 2019

La parola verticale. L'italiano degli autori - La parola orcinusa - 2

Chi voglia penetrare nell’officina onomaturgica orcinusa deve considerare un dato essenziale. Mentre in altri scrittori siciliani, ad esempio in Pizzuto, il neologismo nasce per occupare uno spazio unico (il Questore si vantava di non ripetersi mai non solo nella stessa frase, ma nello stesso componimento: persino le parole vuote, come gli articoli e le preposizioni, dovevano tassativamente essere hapax), nel demiurgo D’Arrigo tutto è celebrato all’insegna dello sperpero e dell’atletismo verbale (il che fa pesare sul dettato una minaccia grave e costante): questo, perché la voce narrante incarna la quintessenza antropologica del microcosmo messo in scena, e l’oltranzismo espressivistico connaturato al linguaggio «esuberante, crudele, viscerale e spagnolesco» (Primo Levi) punta a riprodurre — non già a rispecchiare — il milieu socio-culturale dei personaggi di cui canta e glorifica le gesta.

 

In una lettera di fuoco del 30 luglio 1960 all’amico Zipelli, D’Arrigo montò su tutte le furie quando Vittorini e Calvino, condirettori del «Menabò», allegarono un Glossario a I giorni della fera (la prima stesura di Horcynus Orca); ma sbagliava, perché senza guide e viatici il lettore — siciliano e non siciliano — stenterebbe non poco a orientarsi nell’infernale babele. Vediamo, dunque, come funziona la parola orcinusa.

 

S’è detto: assoluta centralità dell’interesse lessicale, non solo in senso onomaturgico. Ebbene, quello di Horcynus Orca è un lessico a proliferazione paradigmatica, secondo criterî quasi lessicografici: lo dimostra l’estrema facilitas dei processi coniativi congiunta alla prevalenza delle neoformazioni pre‑ e suffissali, non a caso le più produttive nel nostro Duecento. D’Arrigo onomaturgo si serve di basi lessicali prevalentemente concrete (come concreta e terrigna, benché sottoposta a potente trasfigurazione, è la materia trattata), escludendo le lingue classiche dalla fabbrica neologica per eleggere nell’uso vivo e nel dialetto i serbatoi cui attingere. Un lessico irto di forti oscillazioni e spropositi ortografici (tutti preterintenzionali: ne è prova manifesta la loro presenza anche nella scrittura epistolare): si pensi alla conservazione del segnaccento nelle univerbazioni con ossitonia del primo elemento (metàporta, percosìdire, ecc.), a grafie tipo aqquagliato (ma stracquo, acquolina, sciacquìo), a Rodomonte / marfisa, a controbattere / controbbattere, a monchierìa / monchieria, e si pensi alle tante normalizzazioni di sintagmi altrove univerbati: manca via, rena nera, metà mente, ecc. Spropositi e oscillazioni sempre rotondamente immotivati. Anzi, motivati da un’incoercibile vocazione al disordine, al sabotaggio della norma, alle suggestioni sonore. Horcynus Orca è insomma (dato mai sinora rilevato dai critici, abbagliati dal tragico, dal furioso, dall’invasamento funesto, che pure sono presenti in dosi massicce) una enorme partitura ritmica governata sovente da comicità, da giochi associativi e si dica pure dal gioco tout court, anche a scapito del senso: frequenti gli sproloquî litanici ossessivamente replicanti per pagine e pagine concetti esprimibili in un manipolo di righe: vere e proprie variazioni musicali su tema; ancor più numerosi i calembour e i ludismi paronomastico-allitterativi, non di rado gratuiti, sia nella parola dei personaggi sia in quella del narratore (la prima tra virgolette, la seconda in corsivo):

 

‒ «è il pesce che t’appetisce»

fra le fresche frasche (si noti che questa espressione ricorre sia nella parola dei personaggi sia nella parola del narratore)

quella infame fama di cui non godeva […] fam’infame […] infamità

femminella mignonetta, una miniatura

pupilla a papuzza

un tristo e triste fenomeno

zitte e curve sotto i loro pensieri, come per ritegno o disdegno

‒ «oltre che fata, è pure fatata»

connotati sfacciati e sfasciati

‒ «A voglia di voglie che avranno» (altro sproposito: «a voglia» per hai voglia)

‒ «lazzi e sollazzi»

‒ «un collo, uno scollo»

quel poco o nulla d’informi informe (‘informazioni’)

tante facce, fac’cere e nessuna finta […] fac’cera e facciola, sfacciata e sfaccettata a mille facce, false

allianandosi sempre, alienandosi mai

‒ «il sentitodire, […] un bellissimo sentito, non c’è che dire»

il suo miele, il suo fiele, il suo fielemiele

ponderando le parole a una a una, pesate posate, sapute sapite

senso pratico, spratico

impestamento e infestamento, manna e minna

effetto alludente e illudente

quel rossore di rossetto, quel rossetto di rossore

per sbaglio o abbaglio, […] e poi […] sbagliabbaglio

da quali carnefici scappavano, scampavano

la colora di celeste e celestiale

appariva manna ammannita

rimbrottandola e strambottandola

tutta incoffariata a dirsi e udirsi

questo enimma di fera, fatto di manna, mannaia e mannite

quaglio d’ova a cova

Per pura curiosità, […] non per sporca, per pura [un vero e proprio inno alla gratuità]

‒ «Gli altri erano di passaggio. Di passaggio e di pedaggio»

‒  «li tramutammo in casa. In casa e casata» (negli ultimi due esempî il procedimento — diffusissimo nell’opera — è identico: dopo un punto fermo si ripete l’ultimo sintagma preposizionale affiancandolo a un altro foneticamente e semanticamente affine).

 

Si noti, inoltre, che rime, quasi-rime, assonanze, consonanze, parallelismi di natura poetica e folgoranti ossimori (D’Arrigo è autore scaltro e allenato a ogni sorta di traffico retorico, e Horcynus Orca è il romanzo dell’eccesso, a tratti ingenuamente manicheo) costituiscono spesso l’ossatura del dettato:

 

‒          daffare sano, sano, sanamalati

‒          immaginare di fare

‒          fare figurare

‒          smaniosi, ansiosi

‒          quel daffare di mente, quel niente

‒          daffare di mano, in mano

‒          non lo sentissero di mente, in mente, non lo sentissero per niente in mente

‒          palamitara armata varata e remata

‒          tutta un daffare fatto, fatto di mano in mano, con mano

‒          un effetto di fumo, magari di profumo

‒          daffare da dargli

‒          quello, quello di mano, alla mano, pronto usomano

‒          tanto per concludere, […] o forse […] sconcludere

‒          in un vedere e svedère

‒          «mi guardarono, anzi mi riguardarono, anzi, anzi mi irriguardarono»

 

Quanto ai neologismi (nella nostra Onomaturgia darrighiana abbiamo schedato più di 900 neoconiazioni d’autore, in massima parte costruite su basi dialettali), non si neghi che nascano per gemmazione o per meccanismi autoemulativi generanti vere e proprie galassie di composti e derivati. Qualche esempio:

 

–          «quel lungo rettangolo […] si poteva scambiare per una mellonara […] ed era invece una cristianara»: sul modello di mellonara ‘campo coltivato a meloni’ si foggia cristianara: da cristiano ‘persona’, col suff. -ara: ‘cimitero’;

 

–          «portavano al sole lo specchio di un armuaro e facevano specchìo»: dalla prossimità contestuale d’uno specchio scocca l’idea paronomastica di specchìo, da specchiarsi col suffisso -ìo intensivo-continuativo;

 

–          «se le portava […] a capriccio suo, se le portava a modo o smodo suo»: trionfo dell’automatismo, smodo nasce come contrario dell’adiacente modo;

 

‒          «una […] fera che gli faceva da fame e sfame, […] da mannaia e da manna»: sfame scaturisce dal vicino fame, come manna da mannaia;

 

–          «sillabbrava sdillabbrandosi la parola»: dal dialettale sdillabbrare ‘allentare, allargare’ ecco sillabbrare, incrocio di sillabare e labbro: ‘sillabare con gran movimento di labbra’;

 

‒          «era ancora là che alletterava e sillabava, anzi per la verità, si sillasbavava, su quelle ultime due, tre parole»: da sillabava germoglia sillasbavarsi, incrocio di sillabare e sbavarsi, scherzosamente costruito sulle due sillabe finali di «sillabava»: in altri termini, è proprio quel ‑bava‑ a far sorgere in D’Arrigo l’idea d’uno sbavarsi sillabando parole;

 

‒          «lei, confusi insieme respiro, sospiro, resospirò»: prodotto dall’incrocio di respiro e sospiro, il neologistico resospirare non sarebbe forse mai nato senza la presenza dei due sostantivi, legati tra loro da stretto rapporto paronomastico.

 

 

Da questi e altri fatti emerge una concezione della lingua mai flagrantemente rivoluzionaria, ma costruttiva, vitale, la cui applicazione all’epopea tanatologica più monumentale della storia letteraria novecentesca è antinomia che non cessa di stupire.

 

 

 

Bibliografia

 

Gualberto Alvino, Onomaturgia darrighiana, «Studi linguistici italiani», XXII (I della III serie), 1996, fasc. I, pp. 74-88, fasc. II, pp. 235-69; poi, riveduta e corretta, in «Letteratura e dialetti», 5, 2012, pp. 107-136; infine in Idem, Scritti diversi e dispersi (2000-2014), pref. di Mario Lunetta, Roma, Fermenti 2015, pp. 43-90.

 

Primo Levi, La ricerca delle radici, Torino, Einaudi, 1981, p. 45.

 

Le puntate precedenti della serie La parola verticale. L’italiano degli autori:

 

L’Ignoto marinaio di Consolo

Coniazioni originali nel primo Consolo

L’evoluzione stilistica del primo Pizzuto

La parola dell’ultimo Pizzuto

Artificio e autenticità in Gesualdo Bufalino

Per un'insaziata ricerca d'inattualità. La lingua di Bufalino

La «cosa verbale» di Sandro Sinigaglia

I Peccati di lingua di Sandro Sinigaglia

La parola orcinusa

 

Immagine: Orca che salta

 

Crediti immagine: Mlewan [Public domain]

 

 


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