13 gennaio 2020

Di cosa parliamo quando parliamo di trap - 1. Tha Supreme

di Beatrice Cristalli

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L’album si chiama 23 6451. Lui non si fa vedere, ma nelle stazioni di Roma e Milano ci sono le statue del suo avatar alte circa 5 metri. Il suo mantra è diventato popolare in tempi rapidissimi: «Swisho un blunt, a swishland / Bling Blaow come i Beatles / Blessing, Tic Tac, le prendo dal mattino». No, non è un linguaggio alieno, si tratta del mondo a fumetti di Tha Supreme (pseudonimo di Davide Mattei), giovane stella della trap italiana e già affermato produttore. All’inizio, lo confesso, non avevo capito un granché. Ma trovavo divertente il suo uso giocoso della lingua come terreno di nuove sperimentazioni, non necessariamente attinenti all’italiano. Mi sono chiesta cosa spingesse oggi un trapper a utilizzare un codice simile – sia visivo sia alfabetico – per diffondere le paranoie adolescenziali del dopo scuola. Ecco, l’impostazione della mia ricerca era già sbagliata. È il codice stesso che lui utilizza e non le intenzioni o le storie che lo precedono a dare una possibile traccia per parlare di lingua trap in Italia. Se siamo arrivati anche noi a riutilizzare il cosiddetto leet speak – oltreoceano l’utilizzo è legato soprattutto alla creazione di nomi d’arte –, se sia moda o no, significa in parte che le esigenze comunicative della trap stanno cambiando, e stanno cambiando per la generazione di cui si parla nei brani. Sia chiaro, Tha Supreme non è un portale evolutivo della lingua, ma può diventare un interessante oggetto di osservazione per identificare, fin dove è possibile, le direzioni della trap.

 

Morto senza wi-fi

 

Si dice che il genere trap sia un linguaggio strettamente generazionale. È il motivo per cui “ai più grandi” risulta essere incomprensibile e fastidioso, come una filastrocca mal riuscita. Cosa c’è di più generazionale se non il digitale? L’alfabeto leet utilizzato da Tha Supreme per marcare il suo stile è proprio un omaggio ai tempi della nascita delle reti, in particolare della sottocultura di Internet. Definito anche linguaggio nerd o hacker, si tratta di una forma codificata di inglese che prevede la sostituzione dei caratteri dell’alfabeto con altri elementi (lettere, simboli e numeri) simili nella grafica e nella fonetica. Così, tutti i titoli delle tracce di 23 6451 si trasformano: “Chi sei te” diventa Ch1 5ei te, “Noia” diventa No14, “Swingo” diventa Sw1n6o. Una volta imparato il trucco, la traslitterazione risulta semplice. Ma il digitale, nella cultura trap, è molto più di semplice forma. Costituisce infatti uno dei principali elementi del quotidiano dell’artista, che ha le mani (anche nei video) sempre impegnate a textare – “La testa mi esplode / il cell pure (ya)” –, a coltivare relazioni con profili social, dai quali è meglio prendere le distanze“E manda a fanculo i finti legami” –, a scrollare prodotti su Amazon – “Gua' che il talento non si compra col Prime” –. La vita della rete è riconosciuta immediatamente dall’ascoltatore, grazie a una reale frequentazione del mezzo e a una conoscenza delle mode che questo diffonde. Sarà allora chiaro il riferimento, in pieno stile dissing (“Ma sei un rapper starter pack e pure pacco”), al fenomeno social dello “starter pack”, che coinvolge quattro immagini rappresentative di un certo stile, e che viene utilizzato nel verso di Tha Supreme per rimarcare il risultato fallimentare dei rapper in erba che imitano le tendenze dei big in modo meccanico e poco personale.

 

Spaccio di filastrocche

 

Blunt, Bling Blaow, swisho. Un’altra caratteristica del linguaggio trap sembrano essere i neologismi, i prestiti e i calchi dall’inglese. Spesso sono i riferimenti alle droghe a giocare a nascondino e a creare nuove ambiguità lessicali. Ma questo non deve stupire. Trap è infatti la traduzione dello slang trapping, che significa “spacciare”. Ecco che le sostanze illegali sono mascherate nei testi da eufemismi (caramelle per la Dark Polo Gang) o da metonimie (tesla arancione per Capo Plaza). Per Tha Supreme invece è swishare la parola magica: l’apparente e simpatico scioglilingua rimanda all’attività di fare uno spinello con le foglie dei sigari di tabacco, conosciuti come swisher. Che ci sia anche un uso onomatopeico dei termini e/o delle espressioni gergali è fuori discussione. Bling Blaow è un modo di dire dal rap afroamericano che ripropone foneticamente il bagliore dei gioielli e semanticamente l’idea di benessere e successo, quello che Tha Supreme associa a uno dei topoi più conosciuti della scena musicale: i Beatles (“Bling Blaow come i Beatles”). Si crea così una catena allitterante che oltre alla bilabiale presenta il comune denominatore della consonante unita alla laterale (/bl/ e /tl/), un suono che ricorda il “bla bla bla” – forse il vuoto comunicativo dei testi che la stessa trap prende in giro – reiterato in tutto l’album. A marcare il codice dunque interviene la ripetitività, che lavora nei brani come un formulario che a poco a poco si impara a memoria. Ne fanno uso tutti, anche se in modi diversi. È evidente in quelle esclamazioni, attinte dall’hip hop americano e conosciute come ad-libs, che da controcanto a fine verso si stanno trasformando in vere e proprie onomatopee standardizzate. Tha Supreme si accontenta di qualche “ok” e “ya”, ma nel panorama trap italiano si sono cristallizzati “flex” e “eskere”, con tutte le varianti grafico-fonetiche “esketit”, “esghere”, “lesghere”, “sghere”, “eskereee”, “esghereee”. Introdotti dalla Dark Polo Gang, i neologismi, come il “Bling Blaow” di Tha Supreme, ruotano attorno alla sfera della fortuna e della affermazione del mestiere trap. Il primo è letteralmente il gesto che si fa per mostrare i muscoli, quelli che sorreggono “il peso” dei soldi, della fama e dei like. Il secondo, di origine incerta – forse da “Let’s get it” (“facciamolo”) – sembra significare, da un lato, sia il fare bottino sia un richiamo di approvazione (sulla falsariga del regionalismo “daje!”); dall’altro, nella forma “skrrt”, sembra riproporre il suono delle auto di lusso che sfrecciano. Qualunque sia il livello di consapevolezza nella creazione di un vocabolario estroso e fortemente ambiguo, possiamo dire che i brani trap... non sono solo canzonette.

 

Biblio/sitografia

E. Bisi, Numero zero. Alle origini del rap italiano, Milano, Feltrinelli, 2016.

L. Bandirali, Nuovo rap italiano. La rinascita, Viterbo, Stampa Alternativa, 2013.

G. Berruto, Sociolinguistica dell’italiano contemporaneo, Roma, Carocci, 20122.

G. Cartago, “Ius music”, in I. Bonomi, V. Coletti (a cura di), L’italiano della musica nel mondo, Firenze, GoWare, 2016.

P. Zukar, Rap. Una storia italiana, Milano, Baldini&Castoldi, 2017.

A. Scholz, Subcultura e lingua giovanile in Italia. Hip hop e dintorni, Roma, Aracne, 2014.

G. Antonelli, Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato, Bologna, Il Mulino, 2010.

M. Costello, Il rap spiegato ai bianchi, Roma, Minimum fax, 2000.

 

genius.com <www.genius.com>

urbandictionary.com <www.urbandictionary.com>

 

Immagine: Statua promozionale dell'album 23 6451 in Stazione Centrale, Milano, attraverso Wikimedia Commons

 

 


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