21 gennaio 2020

Le lingue nella musica leggera - 1. L’apprendimento (e il non apprendimento) delle lingue straniere nelle canzoni italiane

In questo contributo mi occuperò della rappresentazione di esperienze di apprendimento (e di non apprendimento) di lingue straniere nella musica leggera italiana. Prenderò in esame, in particolare, alcune canzoni che, pur non essendo incentrate specificamente su temi linguistici o glottodidattici, hanno tra i propri protagonisti sia apprendenti di lingue straniere sia parlanti che entrano in contatto con lingue a loro totalmente sconosciute.

 

Le lingue straniere dalla prospettiva di parlanti italofoni

 

Riferimenti incidentali all’apprendimento di lingue seconde – o, più precisamente, alla conoscenza, spesso ostentata, di qualche vocabolo o frase fatta in inglese – da parte di italofoni si trovano già in canzoni degli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso. Tali riferimenti sono soprattutto funzionali alla caratterizzazione di individui eccentrici.

La protagonista di Conosci mia cugina (link) di Ernesto Bonino (1946), per esempio, «conosce un po’ l’inglese» e non perde occasione per farne ostentazione:

 

Lei balla il boogie-woogie

Conosce un po’ l’inglese

Con modo assai cortese

Sa mormorare for you

Se l’incontri la mattina sul tranway

Lei ti grida hallo goodbye

 

 

Le parole inglesi che ricorrono nel testo, oltre a creare un contesto ironico, rappresentano un valido espediente per supplire alla carenza, nella lingua italiana, di parole tronche da collocare a fine verso. Tale risorsa sarà, non a caso, ampiamente sfruttata anche nella musica pop e rock dei decenni successivi. (cfr. Zuliani 2018: 49-50).

Un caso molto simile è quello del protagonista di Tu vuo’ fa’ l’americano (link) di Renato Carosone (1956) che, oltre a imitare posture, abbigliamento e abitudini americane, parla "miezo americano", anche quando si rivolge alla donna amata:

 

Comme te po’ capì chi te vo' bbene,

Si tu lle parle miezo americano?

Quanno se fa l’ammore sott’ ‘a luna,

Comme te vene 'ncapa 'e di‘ I love you?

 

In canzoni più recenti, la conoscenza di altre lingue rappresenta invece una risorsa fondamentale per comunicare in situazioni di contatto interculturale. In Number One (link) di Loredana Bertè (1981), per esempio, la conoscenza dell’inglese permette alla protagonista, italiana a New York, di chiedere informazioni a persone del luogo («Central Park chiederò / Tanto ormai l’inglese / Già lo so”). In Come eravamo (link) di Pierangelo Bertoli (1990), d’altra parte, la mancata conoscenza della lingua del paese ospitante rappresenta per gli emigrati italiani il maggior ostacolo da superare al momento dell’arrivo in terra straniera:

 

Tu non ricordi più come sei stato

Con le valigie quasi pronte per partire

Col passaporto in mano e una fortuna da trovare

Come nemico una lingua straniera che non sai parlare

 

 

In altre canzoni, delle quali può essere considerata antesignana I sing ammore (link) di Nicola Arigliano (1959) (su cui v. Antonelli 2010), i riferimenti alla conoscenza (o non conoscenza) di lingue straniere si inseriscono nel contesto di relazioni amorose. In W l’Inghilterra (link) di Claudio Baglioni (1973), l’io narrante, pur avendo una competenza in inglese limitata a singole parole o frasi («No non mastico l'inglese / I don't speak, so solo qualche frase […] Do you smoke? Vuoi sigaretta?”), riesce a corteggiare, senza però arrivare all’obiettivo finale, una turista britannica in Italia, alternando linguaggio verbale e codici non verbali. La ragazza, a sua volta, gli risponde in parte in inglese, in parte ricorrendo a codici non verbali:

 

Grazie della collanina

Thank you

Grazie grazie tante

Please

Mi reggi un attimino tu il volante?

"Let it be, let it be"

Scusa tanto la pronuncia

Con la scusa

Le do un bacio sulla guancia

La mia mano

Sotto la sua camicetta

Lei mi guarda

Poi non mi sorride più

Mi fa gesto di fermare

Prende tutte le sue cose

Quindi un gesto

 Come dire

"Vacci solo a quel paese"

 

Una situazione simile si ha nella canzone di Lucio Battisti La luce dell’Est (1972) (link), in cui l’io narrante rievoca un’avventura con una ragazza russa. Pur non conoscendo neanche una parola nella lingua della ragazza, l’uomo riesce a comunicare con lei (e a spingersi ben più lontano rispetto al protagonista della canzone di Baglioni) usando l’italiano. Dal canto suo, la ragazza usa la sua lingua e occasionalmente qualche parola italiana da lei conosciuta:

 

“Scusa se non parlo ancora slavo”

Mentre lei, che non capiva, disse “Bravo”

 

E rotolammo fra sospiri e "Da"

 

E più avanti:

 

"Dimmi perché ridi, amore mio

Proprio così buffo sono io?"

La sua risposta dolce non seppi mai

 

Meno fortunato sul piano della comunicazione è il caso descritto in La ricostruzione del Mocambo (link) di Paolo Conte (1975), dove la mancata conoscenza del tedesco, lingua della compagna dell’io narrante, è motivo di incomprensione all’interno della coppia:

 

Ora convivo con un’austriaca

Abbiamo comprato un tinello marron

Ma la sera tra noi non c’è quasi dialogo

Io parlo male il tedesco, scusa, pardon

Io non parlo il tedesco, scusami, pardon…

 

All’estremo opposto si colloca infine il rapporto sentimentale al centro della recentissima Dall’alba al tramonto (link) di Ermal Meta (2018), dove l’uso di una lingua straniera per rivolgersi alla persona amata è tutt’altro che di ostacolo alla comprensione.

 

Ti ho chiamato amore

In una lingua straniera

E mi hai capito perché

Non serve traduzione

 

L’italiano dalla prospettiva di parlanti stranieri

 

Spostiamo adesso il punto di vista da quello degli italofoni che entrano in contatto con lingue straniere a quello degli stranieri che entrano in contatto con l’italiano. Se per la ragazza slava di La luce dell’Est, quella inglese di W l’Inghilterra e, assai verosimilmente, anche per il bell’uomo di 4/3/1943 (link) di Lucio Dalla (1972), che veniva dal mare e «parlava un’altra lingua», l’italiano è una lingua straniera totalmente (o quasi) sconosciuta, per i protagonisti di altre canzoni è invece una lingua straniera oggetto di apprendimento. Lo è, per esempio, per le donne polacche al centro di un’altra canzone di Baglioni (Le ragazze dell’Est, 1992; link), che «prova[no] a dire qualcosa in un italiano strano».  Lo è per lo studente irlandese innamorato della stessa donna dell’io narrante di Firenze (canzone triste) (link) di Ivan Graziani (1980), che, pur non avendo in italiano un livello di competenza molto alto, riesce a esprimersi in modo efficace:

 

Caro il mio Barbarossa

Studente in filosofia

Con il tuo italiano insicuro

Certe cose le sapevi dire

 

E lo è anche per l’africano che, nella controversa Colpa d’Alfredo (link) di Vasco Rossi (1980), riesce a compensare le sue carenze linguistiche con altri mezzi:

 

L'ho vista uscire, mano nella mano, con quell'africano

Che non parla neanche bene l'italiano, ma si vede che

Si fa capire bene quando vuole

Tutte le sere ne accompagna a casa una diversa

Chissà che cosa gli racconta

Per me è la macchina che c'ha che conta

 

C’è poi il caso della protagonista ispanofona di Como suena el corazon (link) di Gigi D’Alessio (2000), còlta nella fase iniziale del suo percorso di apprendimento: il suo livello di competenza è infatti ancora basico («Parlava poco italiano”) e il suo parlato è caratterizzato dall’alternanza di frasi interamente spagnole («Yo esta noche quiero solo una emocion») ed enunciati mistilingui italiano-spagnolo («Te gusta la Spagna»).

 

L’italiano dalla prospettiva di parlanti italiani dialettofoni

 

L’italiano può, del resto, essere una lingua seconda anche per italiani dialettofoni. Rispondendo alla madre, preoccupata che il figlio, in procinto di imbarcarsi per lavorare nelle caldaie del Titanic, si sposi e abbia «dei figli con una donna strana / e che non parlano l’italiano», il protagonista di L’abbigliamento di un fuochista (link) di Francesco De Gregori (1982) sottolinea di non conoscere l’italiano, allo stesso modo di come, pur passando la vita in viaggio, non conosce la geografia:

 

Figlio che avevi tutto e che non ti mancava niente

E andrai a confondere la tua faccia con la faccia dell'altra gente

E che ti sposerai probabilmente in un bordello americano

E avrai dei figli da una donna strana e che non parlano l'italiano.

Ma mamma io per dirti il vero, l'italiano non so cosa sia,

E pure se attraverso il mondo non conosco la geografia.

 

La rassegna che ho presentato è inevitabilmente incompleta. Sarò grato a chi vorrà contribuire ad ampliarla segnalandomi altre canzoni all’indirizzo che segue: enrico.serena@ruhr-uni-bochum.de

 

Riferimenti bibliografici

Antonelli G. (2010), Ma cosa vuoi che sia una canzone. Mezzo secolo di italiano cantato. Bologna, Il Mulino

Zuliani L. (2018), L’italiano della canzone. Roma, Carocci

 

Immagine: La baia di Napoli (1960), regia di M. Shavelson


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