28 gennaio 2020

«Ho promesso un dialogo tra la mia anima e quell’altra» - A proposito della collana “Situazioni” di La Grande Illusion - 2

di Demetrio Marra

La collana Situazioni

 

Si è già detto, nell’articolo precedente (link), dell’operazione che La Grande Illusion ha portato avanti con la collana Situazioni, che riunisce ad oggi i volumi Augusta Bolte di Kurt Schwitters, Il giro della stanza di Xavier De Maistre e La marmocchietta del diavolo, di Christine Lavant – in arrivo, un Jean Cocteau. Tutti libri tradotti (Di Santo, Santi, Ruchat); tutti testi brevi, della forma del racconto lungo; tutti testi meta-discorsivi e progettati per esserlo; tutti testi da molto assenti in Italia e recuperati dopo una lunga operazione di ricerca e selezione. Situazioni è l’unica collana continuativa dell’editore, che giustamente continua a pensare, in parallelo, a volumi d’arte figurativa: l’ultimo in ordine di tempo è Le nuvole, un progetto fotografico di Massimiliano Gatti, narrazione e reportage, con testi in due lingue.

Nell’articolo precedente si è parlato di ABABKS, cioè di Augusta Bolte di Kurt Schwitter, un libro dedicato interamente alla satira della critica d’arte tout court, e confezionato graficamente per far sì che questa “insolenza” da parte dello scrittore verso la critica d’arte fosse percepibile: le lettere AB (per Augusta Bolte) AB (per Anna Blume) e KS (per Kurt Schwitters) sono individuate da un rettangolo rosso il quale, però, non le può contenere, lasciandole strabordare. In questo articolo si parlerà di Il giro della stanza di Xavier De Maistre.

 

Xavier De Maistre, scrittore, militare, romantico

 

Xavier De Maistre nacque a Chambéry nel 1763 e fu sostanzialmente uno scansafatiche (si autodefiniva, secondo Giuseppe Izzi, “ban, bans, baban”, che significa a quanto pare proprio ‘perdigiorno’). Conosciuto spesso perché fratello minore di Joseph (link), popolarissimo in quel periodo, in realtà fu personaggio curioso ed eclettico e la sua fama letteraria è custodita soprattutto da questo piccolo libro: Voyage autour de ma chambre, pubblicato nel 1794, scritto durante una breve reclusione di quarantadue giorni a Torino, nel 1790, dopo aver vinto un duello d’onore con l’ufficiale Patono de Meyran. Il libro ebbe anche una ottima circolazione italiana, tanto da finire nella biblioteca leopardiana (l’Infinito è del 1819, una immagine sembra debitrice a de Maistre…). E infatti il seguito, Viaggio notturno intorno alla mia camera, è stato tradotto da Paolina Leopardi (pubblicato a cura di E. Benucci da Venosa nel 2000).

 

L’altra. Narrare un discorso

 

Il libro muove prima di tutto da una condizione di apparente immobilità, di privazione; ma qui scatta l’intuizione letteraria: la stanza è ovviamente la cella. Come poter trascorrere quarantadue giorni reclusi senza provare noia profonda? Viaggiando, perché se si segmenta uno spazio chiuso, dovunque si trovi, pure in carcere, un’infinità di situazioni, di oggetti e dunque di significati si pone all’attenzione, proprio come se il viaggio fosse reale. Così scrive de Maistre, poco dopo l’incipit:

 

Provo una profonda e indescrivibile soddisfazione al pensiero della marea di disgraziati a cui sto offrendo un’arma sicura contro la noia e un sollievo ai mali che soffrono.

 

Per quarantadue capitoli (solo apparentemente corrispondenti ai quarantadue giorni, perché il giorno sembra uno solo, estremamente dilatato e intermezzato da pause oniriche) il protagonista si aggira per la stanza compiendo degli itinerari di primo acchito fini a sé stessi. Presto il viaggio diventa però un viaggio di discorso, poiché buona parte dei capitoli viene spesa nell’elaborazione di teoria filosofiche sulla duplicità della natura umana: la divisione fra l’anima e la bestia. De Maistre infatti, bruciandosi un dito, si chiede come sia stato possibile viaggiare col pensiero mentre il corpo continuava a muoversi meccanicamente ed eventualmente a procurarsi dolore. È l’altra parte che ha il controllo nel mondo fisico, la bestia («guarda con quale serietà cammina fra gli uomini»): il narratore assiste alla “duplicazione” del proprio essere e non se ne dispiace affatto, tutt’altro. Dall’intuizione il racconto comincia a involversi, perdendosi fra molteplici digressioni, tra le quali la più significativa è quella sulla pittura.

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La perfida immagine, infedele come l’originale

 

Abbiamo già notato come Augusta Bolte di Kurt Schwitters fosse una messa in mostra dei meccanismi del racconto e della critica, nonché della vita in sé. Qui al centro è la messa in mostra prima di tutto della compenetrazione vita-scrittura e in secondo luogo la messa in crisi dell’idea della narrazione di eventi (il “viaggio”) con la narrazione di discorso come degna sostituta (il “viaggio” formale, immaginario). Sono due meccanismi profondamente legati. Il viaggio formale è un viaggio per uscire dal letargo del pensiero («Per niente al mondo vorrei essere sospettato di aver cominciato questo viaggio soltanto perché non sapevo cosa fare»), un viaggio nondimeno etico. Ed è Etica la considerazione della bontà del suo servo, è Etica la divagazione erotica, è Etica la rappresentazione onirica di un dialogo con Ippocrate, Pericle, Platone, Aspasia e il dottor Cigna, nelle pagine finali del libro (il “giorno più lungo”). La digressione sulla pittura, anzi, sulla arte figurativa, porta con sé il peso dell’autocommento: «il quadro di cui parlo è uno specchio», dunque la rappresentazione è quasi una proiezione mentale, un viaggio pre-psicanalitico.

 

Il testo-stanza: la traduzione

 

Come è ormai pacifico, aspettarsi di più dagli interpreti di questa operazione editoriale è il meno. “Di più” in un senso: l’esposizione del lavoro, la presa di responsabilità anche da parte dell’editore, il quale mette il traduttore in copertina. Nella prefazione, Flavio Santi annuncia una nuova chiave di lettura per la traduzione del testo, a partire dal titolo, Il giro della stanza, che omette le parole “viaggio” e “intorno/attorno”. La modifica del titolo in senso, vogliamo dirlo, “moderno” – capace cioè di tenere conto del sistema di ricezione culturale – inscena una metafora: «Da qui l’idea di un titolo più confacente all’entità ora concreta ora astratta, ora traguardo ora miraggio, che è la lettera originale. E che allo stesso tempo omaggiasse l’attività di traduzione, che è un ripetuto e ostinato girare intorno/dentro il testo-stanza».

Una metafora che però non si accomoda nella prefazione e invade il testo. Il fulcro è la «fedeltà interpretante» (Fortini), e non la fedeltà al testo sorgente, che è un idolo, ed è ipocrita. Forse più una «lealtà» (Buffoni) che ad ogni modo deve esporsi, affinché il testo risulti riconoscibile e il testo-originale possa emergere, persino in differenza. Così Santi attraverso la parentesi quadra della filologia, in una pagina (cap. 12) priva di testo se non per un “quel colle” al centro, inserisce un “[ermo]”. L’integrazione in odore leopardiano è un omaggio, senza dubbio, al viaggio materiale che il libro ha potuto intraprendere ma soprattutto un capovolgimento della prospettiva critica, per cui il tempo intercorso fra testo e nuovo lettore non è un tempo da negare ma da impiegare in senso critico.

In quanto alla modernizzazione del testo, se leggiamo l’originale francese e la prima traduzione italiana (ottocentesca), notiamo un tentativo quasi estremo. L’incipit:

 

Qu’il est glorieux d’ouvrir une nouvelle carrière, et de paraître tout à coup dans le monde savant, un livre de découvertes à la main, comme une comète inattendue étincelle dans l’espace!

 

La traduzione di Giuseppe Montani (ed. del 1824):

 

Quanto è glorioso l'aprir nuova carriera agli ingegni; il comparire improvviso nel dotto mondo, con un libro di scoperte alla mano, qual cometa inattesa nella vastità dello spazio!

 

La traduzione di Flavio Santi:

 

Bello aprire una nuova strada e di punto in bianco presentarsi nel mondo che conta con un libro in mano pieno di scoperte, sfolgorante come un’inaspettata cometa nel firmamento.

 

Dove il «Bello» irrompe nella pagina, spazzando via il sovraccarico letterario della traduzione ottocentesca; il monde savant è «il mondo che conta», e l’espace è, qui con un ripiegamento mirato al lessema letterario più espressivo, il «firmamento». Le scelte lessicali, la sintassi, la coordinazione depongono per una reinterpretazione spazio-temporale tutta volta alla resa dei ventisei anni dell’autore, della sua immaginata giovinezza dal «ritmo febbrile».

 

«ma spiegare un quadro è impossibile»

 

Se il meccanismo è svelato, da un punto di vista editoriale, testuale, traduttorio, rimane da svelare il progetto grafico. È sempre Maurizio Minoggio a occuparsene. L’intelligenza è legata alla lettera del testo. Dopo la descrizione geometrica della stanza (cap. 4)

 

Secondo i calcoli di padre Beccaria la mia stanza si trova al 45° di latitudine; va da levante a ponente; se si cammina rasente ai muri forma un quadrato di trentasei passi di perimetro. Il mio giro però ne conterà molti di più, perché spesso attraverserò in lungo e in largo, ma anche in diagonale, senza una regola o un metodo. – Camminerò anche a zigzag e, se necessario, traccerò tutte le linee previste in geometria

 

non si può che pensare al quadrato in copertina, un quadrato rappresentato non dal perimetro ma da un caotico groviglio di linee rette, a significare le traiettorie possibili del viaggio di De Maistre. Un quadrato che racchiude, per proiezione interna, la griglia testuale delle pagine – il bianco del foglio è estremo – rivelando ancora lo scheletro del lavoro editoriale, facendone una radiografia. Su questa linea – sull’esposizione delle peripezie del libro come oggetto materiale – va intesa la quarta di copertina, che in luogo della sinossi presenta una sorta di indice disteso.

Ma non è tutto: in copertina, il quadrato “ricavato” dalle line rette è sovrapposto a una grafica che alterna linee rosa e bianche di diversa dimensione. Il cap. 5 ne è il grimaldello:

 

Dopo la poltrona, cammino verso nord ed ecco il mio letto, laggiù in fondo alla stanza, con la vista più gradevole. Occupa la posizione migliore: i primi raggi del sole giocano fra le tende. – Li vedo, nelle belle giornate estive, avanzare lungo il muro bianco, man mano che il sole sorge: gli olmi davanti alla finestra dividono in mille modi, li fanno ondeggiare sul mio letto bianco e rosa, e i loro riflessi diffondono ovunque una tonalità incantevole.

 

La coperta del letto oggetto diegetico diventa oggetto reale: sovraccoperta del libro. Con una forma di scambio di ruoli che mette in crisi ancora una volta le parti costituenti del libro. Augusta Bolte di Schwitters e Il giro della stanza di De Maistre si mostrano dunque come dei racconti che iniziano un meta-discorso, soprattutto inter-semiotico: la lettera del testo e il punto del disegno dialogano per un incremento di significato, per la collocazione del libro a oggetto artistico. Dice de Maistre: «Ho promesso un dialogo tra la mia anima e quell’altra». Ma qui non c’è la bestia, sono due anime.

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Bibliografia

 

Xavier de Maistre, Il giro della stanza (Voyage autour de ma chambre), La Grande Illusion (link)

Giuseppe Izzi, MAISTRE, Xavier de, Dizionario biografico degli italiani, vol. 67, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2006 (link)

It.wikiquote.org, Xavier de Maistre (link)

Franco Fortini, Sulla Traduzione, Roma, Quodlibet, 2011.


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