12 febbraio 2020

Parola di Lincoln. Conversazione con Nadia Terranova

Nadia Terranova, autrice del romanzo finalista al premio Strega (2019) Gli anni al contrario, ha recentemente tradotto per Edizioni EL – Einaudi Ragazzi – Emme Edizioni Lettera all’insegnante di mio figlio di Abraham Lincoln (illustrato da Giulia Rossi).

 

Parliamo con lei di traduzione, letteratura e scrittura.

 

Nel contributo “Traduco, traduco, traduco”: Luciano Bianciardi traduttore tra ispirazione e ossessione (link), Flavio Santi sostiene che: «Probabilmente in tutta la storia della letteratura non esiste un altro scrittore che come Luciano Bianciardi abbia dedicato tanta e tale attenzione a quella che, di fatto, è l’operazione più simile alla scrittura in proprio, la traduzione […]». Secondo lei, quanto si avvicina l’atto del tradurre alla scrittura?

C'è la ricerca della parola giusta, che può durare anche giorni, e c'è la meta di restituire un'atmosfera, a costo di perdere e poi recuperare qualcosa nello stesso paragrafo. Però dover essere fedeli a sé o a un'altra voce cambia tutto.

 

Diceva Bianciardi che «quando incontri un autore che scrive esattamente come avresti sognato di scrivere tu, allora ti sembra di inventare, non di tradurre».

Non è la prima volta che lei si cimenta con la traduzione: le è mai capitato di identificarsi con autori o autrici?

Sì, quando ho tradotto gli adattamenti a fumetti dei romanzi di Jane Austen. Poiché non sono una traduttrice professionista, avevo accettato solo perché conoscevo benissimo la voce dell'autrice.

 

Senza l’opera dei traduttori, la nostra conoscenza sarebbe assai limitata o, per dirla con le parole di George Steiner, «senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio». Eppure, nonostante l’Italia sia uno dei Paesi dove si traduce di più, il mestiere del traduttore è sottopagato e poco valorizzato. Come far capire a chi legge un libro che la mediazione della traduzione è essenziale?

Insistere sul nome del traduttore è giustissimo, come sacrosante sono le sue battaglie per il riconoscimento di un lavoro tostissimo. Ma credo sia un po' nella natura del mestiere essere anche invisibile. Lo è perfino l'autore, rispetto alla sua opera.

 

Si è confrontata con un personaggio che ha fatto la storia: non ha avuto timore?

Sì, moltissimo! All'inizio ero terrorizzata e ho rimandato di molto il lavoro. In quei mesi ho studiato il testo da tutte le angolazioni. Poi, all'improvviso, ho trovato la chiave e allora è stato tutto semplice e giocoso.

 

Le parole che Lincoln rivolge all’insegnante del figlio sembrano molto attuali («gli insegni […] che per ogni mascalzone esiste un eroe, per ogni politico corrotto un leader appassionato»; «lo istruisca su come farsi beffa dei cinici»; «provi a dare la forza a mio figlio di non seguire la folla»). Del resto, alcuni precetti non hanno tempo.

Impressionante come questo testo sia eterno.

 

«Non solo essere docenti non è più in alcun modo prestigioso. E pace. Ma non è quasi neppure dignitoso nel comune sentire. Si parte a insegnare con un debito di fiducia, ed è tutto da dimostrare l’esser bravi insegnanti» spiega Mariapia Veladiano, scrittrice ed ex docente, nel suo Parole di scuola (Milano, Guanda, 2019). Rivolgersi come fa Lincoln ad un insegnante, anche se idealmente, appare un gesto di altri tempi. Oggi il dialogo tra le famiglie e la scuola sembra essersi deteriorato, se non definitivamente esaurito. Da dove ripartire per riprendere a dialogare? Perché, secondo lei, agli occhi di molti la scuola e gli insegnanti sono così sottovalutati?

Oggi veramente corriamo il rischio opposto: genitori troppo ingombranti, che non riconoscono più alla scuola alterità e autorevolezza e pretendono di sostituirsi all'insegnante delegittimandolo. Lì vedo il vero pericolo.

 

Lei scrive anche per bambini e ragazzi. Qual è, secondo lei, la lingua più adatta per essere compresi e ascoltati dai giovanissimi?

Leggera e robusta insieme, semplice ma non banale, complessa e profonda ma non ostica. Sembra facile ma non lo è affatto.

 

L’Italia è un Paese in cui si legge poco. Tuttavia bambini e ragazzi sono lettori più appassionati degli adulti. Secondo lei, come si può mantenere vivo l’interesse per i libri?

Incentivando le attività di librerie e biblioteche, lasciando libertà di scelta nel coltivare i propri gusti e non dimenticando mai di divertirsi mentre si impara.

 

Lei ha tradotto anche alcuni adattamenti a fumetti dei romanzi di Jane Austen. Come si è trovata a confrontarsi con la lingua dei fumetti?

È stato difficile soprattutto non tradire, tenendo in più conto delle gabbie, dei limiti delle nuvolette… Un bell'esercizio.

 

Che rapporto c’è tra scrittura e illustrazione? Non pensa che anche l’illustrazione sia una sorta di traduzione?

Già: è anch'essa una riscrittura, come l'interpretazione di un attore. Il testo è lo stesso, ma può avere mille voci diverse.

 

 


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